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Quando a Bologna si pensò di costruire in collina
 Marco Poli (del 15/05/2011 alle 14:07:40, in Articoli, visitato 1718 volte)
Dopo il 21 aprile 1945, Bologna era una città semidistrutta: il 42% del suo patrimonio abitativo ed architettonico era distrutto o danneggiato,... i senza casa erano migliaia così come i profughi: infatti, molti cittadini della provincia si erano riversati in città portando la popolazione a 320.000 abitanti. La disoccupazione era altissima, soprattutto fra gli operai, essendo andate distrutte numerose fabbriche. Fra i primi problemi che dovette affrontare la Giunta comunale guidata dal sindaco Giuseppe Dozza, vi fu quello della casa. Ma occorreva inserire i progetti di nuove abitazioni nel quadro di un nuovo piano regolatore. Infatti, il Piano elaborato nel 1942 era ancora allo stato progettuale e, dunque, di fatto, rimaneva in vigore il piano del 1889. Nel frattempo circa 200 aule scolastiche ed alcune palestre divennero alloggi di fortuna, mentre i portici di San Luca furono tamponati e trasformati in mini appartamenti. E poi c’erano i “sinistrati”, coloro cioè la cui abitazione era stata bombardata e distrutta. Ma occorrevano soluzioni rapide per costruire e ricostruire Fra le forze politiche si aprì il dibattito non solo sull’ovvia esigenza di dar vita al nuovo Piano Regolatore, ma soprattutto per individuare le aree edificabili. Guido Palotta, ingegnere, assessore all’Ufficio Tecnico, comunista, sul periodico del suo Partito espresse la sua opinione circa l’ubicazione delle case per operai: secondo lui si dovevano costruire non più in zone come la Bolognina, “umida e nebbiosa”, bensì in collina che non deve servire solo “per prendere il sole in una passeggiata domenicale, ma per abitarvi, per vivere nel sole e nel verde”. Intanto, nel 1949, fu approvato il “Piano Fanfani” che finanziò la costruzione di numerose case popolari; solo nel 1958 entrò in vigore il nuovo Piano Regolatore. Oggi, il solo accennare alla costruzione di case in collina provoca aspre censure.
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