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Il "caso Murri" e il segreto istruttorio violato
 Marco Poli (del 10/11/2010 alle 12:30:41, in Articoli, visitato 4316 volte)
Il 2 settembre 1902, nel suo appartamento in Strada Maggiore 39, fu ritrovato cadavere il conte Francesco Bonmartini, marito di Linda Murri, sorella di Tullio e figlia di Augusto Murri, luminare della medicina e docente nell’Ateneo bolognese. Dieci giorni dopo il prof. Murri incontrò un magistrato e gli rivelò che l’assassino era suo figlio Tullio che aveva agito per difendere la sorella in crisi matrimoniale. Nei giorni successivi la vicenda tenne banco sui giornali non solo bolognesi: la fama del prof. Murri, le implicazioni psicologiche, sessuali e politiche (Tullio era stato eletto Consigliere provinciale del PSI) avevano trasformato il “caso Murri” in un “tormentone”: era il delitto del secolo.
A 10 giorni dalla scoperta del cadavere del Conte, il quotidiano cattolico “Avvenire” iniziò a pubblicare dei resoconti dettagliatissimi che insospettirono la stampa concorrente: ben presto ci si rese conto che in realtà l’”Avvenire” pubblicava gli atti processuali esattamente come li trascriveva il cancelliere; non solo, ma, quando Linda Murri fu condannata e incarcerata, il quotidiano cattolico raccontava come la donna passasse le giornate nella sua cella.
Questo modo di informare ebbe successo al punto che le vendite ebbero un’impennata e “Avvenire”, all’inizio del 1903, uscì a prezzi ribassati. Le altre testate, dopo aver denunciato i metodi scorretti del quotidiano cattolico, dopo aver deplorato la violazione del segreto istruttorio, dopo aver insinuato (a ragion veduta!) la complicità dei magistrati cattolici (e delle suore nel carcere) che avrebbero passato verbali, perizie e lettere private allegate agli atti e ogni altro tipo di informazione riservata, decisero di adeguarsi e di seguire le orme dell’”Avvenire” pubblicando anch’essi i verbali degli interrogatori di imputati e testimoni ed altri documenti riservati dell’istruttoria.
Per mesi e mesi i giornali pubblicarono di tutto: non solo le indagini e gli interrogatori, ma anche le abitudini sessuali (vere o presunte) dei protagonisti e dei comprimari. Negli atti processuali del “caso Murri”, conservati all’Archivio di Stato di Bologna, un faldone contiene le denunce sulla violazione del segreto istruttorio e le relative indagini (che non portarono ad alcuna conseguenza). A nulla valse l’intervento del Ministro della Giustizia che – come riferisce Valeria P. Babini nel suo bel libro “Il caso Murri", scrisse al Procuratore: “L’istruttoria, la quale deve essere elusivamente segreta, sta diventando pascolo scandaloso del pubblico”; e chiese provvedimenti drastici per impedire la violazione del segreto istruttorio che, secondo la legge, doveva essere rispettato fino alla sentenza. Il giudice istruttore giunse al punto di convocare i giornalisti per chiedere loro quali fossero le fonti di informazione, per diffidarli dal pubblicare atti riservati, per minacciarli di azioni penali: ottenendo, ovviamente, solo del silenzio. Non va dimenticato che la legge intendeva proteggere le giurie popolari che potevano essere (ed erano!) influ
enzate dalla disinvoltura dei giornali nel perforare la segretezza degli atti: e voleva impedire che i giornali diventassero una cinghia di trasmissione di influenza sulla società e, quindi, sul processo. Ma i quotidiani che avevano seguito l’esempio dell’”Avvenire” erano diventati sempre più numerosi e alla Procure non restò che chiamare in giudizio giornalisti e direttori. I Tribunali di Roma, Milano e Bologna processarono i direttori dei giornali colpevoli di aver pubblicato gli atti istruttori. A Bologna e a Milano furono assolti, mentre a Roma furono condannati al pagamento di una multa.
Il problema della violazione del segreto istruttorio, che oggi si manifesta anche con l’uso e l’abuso della divulgazione delle intercettazioni telefoniche, è ancora più che mai al centro del dibattito politico: oggi come ieri i giornali e la magistratura fanno a gara per rendere diafano il segreto istruttorio fino a ridicolizzarlo; e i giornalisti protestano per assicurarsi l’impunità per poter pubblicare non una loro autonoma indagine, ma la trascrizione di verbali; mentre i magistrati protestano per consolidare la loro irresponsabilità di fronte alla fuga di notizie. Ieri come oggi, molto spesso, la violazione del segreto istruttorio è finalizzata ad una battaglia politica.