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La "toponomastica del cuore" dei bolognesi
 Marco Poli (del 18/09/2011 alle 21:10:01, in Articoli, visitato 2709 volte)
Anche la toponomastica va considerata un bene culturale perché è la memoria collettiva di storia cittadina. I nomi delle vie, fino al XIX secolo, non nascevano da decreti dei governi, ma per generazione spontanea: erano gli abitanti della città a dare il nome alle vie. Dunque, fino all’Unità d’Italia, la denominazione delle strade non era né regolamentata, né imposta dalle autorità; inoltre, non c’erano le targhe. I nomi delle vie, quindi, non erano scritti e si tramandavano nel tempo. Queste denominazioni avevano origine da caratteristiche del luogo e dei suoi abitanti: una famiglia o una persona o gruppi di cittadini (mestieri), fatti di cronaca, animali, piante, corsi d’acqua; e tantissime denominazioni religiose motivate dalla presenza di una chiesa o di un convento. Ma c’è anche una toponomastica più recente, non codificata, che deriva dai nomi dati dai nostri avi ad alcune zone della città: non è segnalata da alcuna targa, ma è rimasta nella memoria, magari dei più anziani, ed è tramandata a voce. Infatti non esiste alcuna via intitolata a Pavaglione, Chiesa Nuova, Cirenaica, Bolognina, Alemanni, Bitone, Ca’ de’ Fiori, Arco Guidi, Noce, Oca, Otto Colonne, Sostegnino, Portico della Morte, Garganelli, piazzetta del Ragno, Zucca: i bolognesi più maturi d’età sanno benissimo dove sono questi luoghi, un po’ meno i più giovani. Ad esempio, agli utenti del tram, la località Zucca era notissima: era il deposito delle vetture e quando veniva effettuata l’ultima corsa, il manovratore esponeva il cartello “Zucca” per far comprendere che il servizio era terminato e che lui e il tram andavano verso il meritato riposo. Infine ci sono i luoghi diventati punti di riferimento per la presenza antica di un caffè (Zanarini), di un libraio (libreria Nanni), di un cinema o teatro, di un ospedale, ma anche il luogo (via Caprarie-salumeria Tamburini) in cui per anni chiese l’elemosina per i poveri padre Marella.