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Bologna durante la Grande Guerra
 Marco Poli (del 14/03/2016 alle 00:06:45, in Articoli , visitato 933 volte)
Dopo l’ingresso in guerra dell’Italia, avvenuto il 24 maggio 1915, Bologna si trovò ad essere un importante retrovia delle azioni belliche: a Bologna erano di stanza migliaia di soldati in attesa di essere trasferiti al fronte; da qui partivano i rifornimenti (armi e alimenti), qui erano stati organizzati servizi di supporto, qui giungevano gran parte dei feriti per essere ospitati in ospedali e in locali improvvisati, soprattutto scolastici, allestiti a questo scopo (solo nel 1916 furono oltre 60.000 i feriti assistiti a Bologna).
Da Bologna transitavano i prigionieri austriaci e a Bologna giunsero circa 15.000 profughi provenienti dalle zone di guerra dopo la sconfitta di Caporetto. A Bologna scattò un’importante risposta di solidarietà da tutti i ceti sociali: dal sindaco socialista e non interventista, Francesco Zanardi, alla nobiltà, agli esponenti del partito conservatore, alla gente comune, alle cooperative, tutti si impegnarono per alleviare le sofferenze, per continuare a far funzionare i servizi come la scuola, i trasporti, la raccolta dei rifiuti.
Migliaia di donne furono impiegate in queste attività fino a quel momento svolte solo da uomini. Ma tantissime furono le donne impiegate anche per confezionare abiti, cartucce… Se il Comune stanziò somme importanti per erogare sussidi, da parte loro le associazioni di volontariato raccolsero fondi cospicui per sostenere vari bisogni emergenti o attività collaterali al conflitto, come, ad esempio, l’”Ufficio Notizie” istituito da nobildonne e dal conte Malvezzi per garantire le notizie alle famiglie dei militari.
Questo servizio ebbe successo al punto che il Ministero della Guerra lo estese in altre città. Alcune nobildonne non esitarono a offrire ingenti somme di denaro per aprire e far funzionare asili per i bambini figli di richiamati o orfani.

Un tragico bilancio
Gli arruolati dell’esercito italiano furono circa 6.000.000: di essi 600.000 morirono, 1.000.000 furono feriti la metà dei quali rimasero invalidi. A questi dati vanno aggiunti i 600.000 soldati fatti prigionieri (la metà di essi catturati dopo Caporetto). Nella provincia di Bologna i morti furono circa 11.000, di cui 2.626 i bolognesi.
Gli orfani furono 7.047. I mutilati e gli invalidi rappresentarono una nuova categoria di cittadini, così come le vedove e gli orfani di guerra. Bologna non si limitò a curare i feriti ma sviluppò tecniche innovative per realizzare arti inferiori e superiori artificiali presso le Officine Rizzoli.
Oltre a ciò ci fece carico anche di recuperare questi invalidi ad attività lavorative: a tal fine fu utilizzata una struttura religiosa in piazza Trento Trieste destinandola a casa si rieducazione e ottenendo enormi successi col recupero lavorativo di centinaia di invalidi. L’Amministrazione Comunale si preoccupò anche di difendere i monumenti principali da eventuali attacchi aerei (che poi non si verificarono): ingabbiò il Nettuno, la statua di Gregorio XIII e la Madonna di Nicolò dell’Arca entrambe sulla facciata del palazzo Comunale.
Come se non bastasse dal settembre 1918 al maggio 1919 si diffuse in tutto il mondo la “spagnola”, una terribile influenza che portò alla morte 50 milioni di persone e a Bologna provocò almeno 600 vittime.

Il vero patriottismo
In un quadro, come quello appena accennato, fatto di morte, di sofferenza, di disagio, la città di Bologna, guidata da un non interventista, seppe dare grandi risposte di sacrificio e di solidarietà. Circa le condizioni di vita dei cittadini, basti pensare che dal 1915 al 1920 l’aumento medio dei prezzi dei prodotti alimentari, della legna e del carbone, fu del 315%.
Tutti, al di là della politica, diedero la loro opera per far continuare la vita civile: il sindaco Francesco Zanardi disse che per lui dimostrare amore per la patria significava alleviare le sofferenze di chi ha combattuto al fronte e delle loro famiglie rimaste prive del sostegno di un padre, del marito o di un fratello.
L’azione di Zanardi fece sì che nessuno avesse a patire la fame, che i feriti trovassero spazi e conforti che gli scolari potessero continuare il loro percorso di istruzione adeguandosi a classi numerose e a “doppi turni”, che i profughi fossero accolti e nutriti.
Un modo diverso, ma fondamentale, per essere utili alla Patria.