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Bologna d'azzardo
 Marco Poli (del 31/08/2008 alle 22:56:19, in Articoli, visitato 1251 volte)
La dea bendata e i pensionati. Nell’arco di un mese, sono apparse due notizie sul “Carlino”: la prima riguardava bische clandestine di giochi d’azzardo frequentate anche da pensionati, la seconda è stata l’informazione che a Bologna, nel 2007, si sono spesi ben 729 milioni di euro per giochi d’azzardo e lotterie (senza considerare le bische clandestine).
Ovviamente anche il gioco d’azzardo si modernizza: infatti, a far la parte del leone nelle scommesse sono le “slot machine” che hanno fagocitato oltre 363 milioni di euro, cioè quasi il 50% della cifra complessiva spesa dai bolognesi.
Un tempo si puntava alla grossa vincita col Totocalcio o col biglietto della Lotteria di Capodanno; oggi i dati ci indicano l’esigenza, in chi gioca, di vincere subito qualcosa, anche poco: atteggiamento tipico di chi sente lo spettro, vero o presunto, della povertà.
Nonostante il dato appaia sconcertante, non c’è nulla di nuovo sotto il sole petroniano (e non solo): a parte coloro che sono vittime della “vizio” del gioco, nei momenti di difficoltà economica vi è chi, fra speranza e disperazione, si rifugia nel gioco per tentare di risolvere i problemi con il colpo di fortuna. E i più accaniti “clienti” dei piccoli giochi d’azzardo (gratta e vinci, “slot machine”, Bingo) sono i pensionati, le casalinghe e i giovani.
A Bologna, in passato, durante i periodi di miseria e di carestia, crescevano i furti, anche di modesta entità, gli scippi e le rapine: si rubava cibo, indumenti, frutta e verdura dai campi. Ma si giocava anche d’azzardo.
Nel 1861, a Bologna, su 110.000 abitanti, i cittadini poverissimi erano 5000, mentre quelli a rischio di povertà erano 72.000. Per costoro, le speranze erano affidate alla beneficienza dei ricchi e al gioco del lotto, con giocate di pochi centesimi, magari facendo debiti. E vi era chi giungeva fino al suicidio. Poi c’erano le tombole pubbliche, antesignane dell’attuale “Bingo”: se ne tenevano anche presso il Teatro Comunale che era affollatissimo, più che in occasione di spettacoli lirici. Si vinceva di tutto, perfino i servizi di posate da tavola!
Ma spesso rimaneva una sola speranza: ottenere dalla Questura la licenza per elemosinare.
Insomma, non è la dea bendata che può risolvere il problema della povertà. Però la speranza resta l’ultima dea.
Marco Poli