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La cena degli spazzacamini
 Marco Poli (del 01/09/2009 alle 15:48:37, in Articoli, visitato 1530 volte)
Per Ognissanti cominciavano ad affluire a Bologna, provenienti dal Tirolo, e vi restavano fin dopo il Carnevale. Erano gli spazzacamini che ogni anno arrivavano, puntuali all’appuntamento con la tradizione, da decenni, “con la loro bonomia silenziosa, il loro fardello di freddo e di pena: figure di tenebre, sagome storte, facce a maschera di nerofumo, la raspa al fianco, il fascetto di pungitopo o di saggina in spalla, al posto della capparella”. Fino a novembre, questi ragazzi e uomini, dai 13 ai 70 anni, erano spaccalegna o contadini nelle loro terre. Giunti a Bologna si adunavano sotto le due torri e lì venivano ingaggiati per le loro prestazioni. La sera andavano a dormire in qualche stalla che veniva loro offerta gratuitamente. Erano visti con simpatia ed affetto dai bolognesi e vi era chi offriva loro cibo e pranzi, magari dopo che avevano ripulito e messo in sicurezza il camino di casa. La “Famèja Bulgnèisa”, fondata nel 1928, pensò di fare qualcosa di diverso, di eclatante, e così, nell’inverno 1930-1931, organizzò per questi spazzacamini una grande cena nel salone d’onore del palazzo Alamandini-Pallavicini di via S. Felice, 22. Si presentarono all’elegante banchetto dopo il lavoro, neri in viso, e furono accolti da applausi e da ben 11 camerieri. C’era la musica di un’orchestra, un cantante, un fotografo e tante personalità fra cui Alfredo Testoni. Il Presidente della “Famèja” disse che quella cena non era “un’elemosina, ma un premio alla loro paziente fatica”, un modo per mostrare la cordialità petroniana e la speranza che essi portassero Bologna nel loro cuore fino al prossimo novembre. E poi, canti, discorsi, applausi e qualche soldo. E tanta commozione.