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S. Stefano: pochi turisti fino a un secolo fa
 Marco Poli (del 10/12/2009 alle 14:44:54, in Articoli, visitato 1883 volte)
Oggi, la basilica di Santo Stefano è il complesso architettonico ed artistico più visitato dai turisti. Il fascino delle “sette chiese”, incastonate in un magnifico panorama architettonico che racchiude la piazza, è indiscusso e gareggia solo con piazza Maggiore. Può sorprendere, ma questo fascino che attrae centinaia di migliaia di persone ogni anno è un fatto relativamente recente. Le testimonianze di viaggiatori stranieri che dal XVI secolo al XIX secolo passarono da Bologna e la visitarono, raramente si soffermano su S. Stefano e, a volte, la ignorano. Le mete privilegiate erano S. Petronio, S. Domenico, il Collegio di Spagna, i palazzi privati, S. Salvatore, i Servi, S. Giacomo, il monastero della Santa Nera (S. Caterina), S. Giovanni in Monte dove era esposto il dipinto di Raffaello (Estasi di S. Cecilia). Nel 1536 parla di S. Stefano Johann Fichard, tedesco e dottore in legge: dice che “davanti ad un certo sepolcro, che è coperto da una grata di ferro, vicino all’altare, due gradini sono così logori dalle ginocchia dei devoti, da raggiungere la profondità di un mio piede. La cosa è veramente meravigliosa”; senza, tuttavia, esprimere altri apprezzamenti per la chiesa. S. Stefano è segnalata anche dal tedesco Franz Schott in un suo scritto del 1600 nel quale afferma, di sfuggita, che la chiesa era sorta in luogo di un “tempio dedicato a Iside e Serapide”; suo fratello Andreas Shott definisce “sontuosissima” la chiesa di S. Stefano sottolineando la presenza di “infinite sacre reliquie”; Johann Heinrich a Pflaumern, autore di una guida all’Italia, si limita all’espressione “tempio antichissimo”; lo studioso francese Jean Mabillon, nel 1686, dedicò una particolare attenzione solo al “famoso catino di pietra che i re Liutprando e Ildebrando fecero fare per la Sacra Cena”. All’inizio del Settecento, il francese Anton Augustin Bruzen de la Martinière, nella sua ponderosa guida, cita S. Stefano solo per la presenza di importanti reliquie che attirano “gran concorso di popolo”. Del resto, il complesso stefaniano era ben diverso da quello che oggi possiamo ammirare: sommerso da altre costruzioni affastellate, privo di una vera e propria facciata a causa di altri edifici che la affiancavano, con arbitrarie aggiunte e modificazioni all’interno avvenute nel corso dei secoli, aveva perso il fascino attrattivo e le connotazioni architettoniche delle origini. Furono i lavori di restauro voluti da Giovanni Gozzadini e condotti dal 1870 al 1930, oltre a quelli successivi, a restituire a S. Stefano il sapore delle origini e le caratteristiche di unicità rispetto alle altre belle chiese di Bologna. Ora il complesso di S. Stefano, gestito con amore dagli olivetani, ha recuperato ruolo, immagine e capacità magnetica verso i turisti e verso i bolognesi: tutelarlo è un dovere della città e ciascuno di noi deve sentirsi coinvolto.