\\ Home Page : Articolo : Stampa
Ricordando Massarenti. 60 anni fa.
 Marco Poli (del 01/04/2010 alle 22:28:41, in Articoli, visitato 1571 volte)
Il 31 marzo 1950, in una stanza dell’Ospedale Civile di Molinella, moriva all’età di 83 anni Giuseppe Massarenti, l’uomo che ha creato l’odierna Molinella, che ha “inventato” la lega dei braccianti, che ha dato dignità alle mondine, che è stato tra i fondatori del Partito Socialista, che ha dato vita a molte cooperative che avevano il solo fine della mutualità, cioè di essere al servizio dei soci. Nella sua travagliata esistenza, Massarenti, laureato in Farmacia, subì l’esilio: per 5 anni in Svizzera, per oltre 5 anni a San Marino. Dal 1926 al 1931 patì le sofferenze del confino (Lampedusa, Ustica, Ponza, Agropoli); dal 16 settembre 1937 fu rinchiuso nel manicomio di Santa Maria della Pietà di Roma, dove rimase fino al gennaio 1945. Dopo 27 anni di lontananza, rientrò a Molinella il 14 aprile 1948 accolto dall’affetto della sua gente. Fu Sindaco di Molinella dal 1906 al 1914 e dal 1920 al 1921. Fece costruire scuole, strutture di assistenza, case per lavoratori, distribuì sussidi ai più poveri, fece crescere l’economia del territorio creando opportunità di lavoro, ridusse l’analfabetismo dall’86 al 26%. Massarenti può essere definito un riformista rivoluzionario: fu un riformista che vedeva come nemici i messia rossi - come li chiamava lui - che volevano la rivoluzione e sostenevano che la cooperazione addormenta la coscienza dei lavoratori e ne fiacca lo spirito rivoluzionario; ma fu anche rivoluzionario, in quanto riuscì a mutare radicalmente i rapporti di forze fra ceti sociali, trasformando un paese poverissimo in una città modello e la fame in un ricordo. Nell’ottobre del 1922 Massarenti, con i dirigenti socialisti di Molinella, aderì al PSU di Giacomo Matteotti - assieme ai riformisti Filippo Turati, Claudio Treves e Camillo Prampolini - e nel 1947 aderì alla socialdemocrazia di Giuseppe Saragat. Nel 1948 ad una domanda del giornalista bolognese Angiolo Berti, rispose: «La rivoluzione non ha nulla da dividere con la violenza. L’Italia di fine secolo non era la Russia zarista e chiunque avesse raggiunto il potere con la violenza, ammesso che fosse stato possibile, avrebbe soltanto scatenato una contro-violenza. Sono stato con Turati quando egli diceva che la vera rivoluzione è quella fatta con le riforme. A Molinella ho fatto la rivoluzione così».