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 Il sito web... di Marco Poli
 
et discrepant in loquendo
Bononienses Burgi Sancti Felicis
et Bononienses Stratae Maioris.

Dante Alighieri, De Vulgari Eloquentia, liber I, cap. IX
” 
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 29/04/2010 alle 01:23:44, in Articoli, visitato 2284 volte)

Oltre a quelle derivanti dal patrimonio immobiliare donato da numerosi fedeli, un’entrata importante sulla quale poterono contare i religiosi di Santo Stefano fu quella che proveniva dall’affitto del forno del pane, costruito nel XV secolo accanto alla chiesa del Crocifisso ed abbattuto solo nel secolo scorso.
Nel 1449, papa Nicolò V, Tommaso Parentuccelli, colui che avviò la costruzione della Basilica di S. Pietro nella forma che oggi possiamo ammirare, concesse il privilegio al forno di Santo Stefano di poter produrre pane bianco che veniva chiamato “pane di ruzzoli”. Erano pagnotte di piccole dimensioni, attaccate l’una all’altra e si vendevano in numero almeno di quattro per volta e non a peso come accadeva per gli altri tipi di pane. Una pianta settecentesca dell’edificio del forno, che sorgeva a sinistra della chiesa del Crocifisso lungo la via S. Stefano, nel luogo ove oggi si trova il giardino che porta al convento dei monaci olivetani, raffigura un luogo di 430 mq.: vi erano quattro forni e vi lavoravano una ventina di addetti alle varie mansioni. Il privilegio era davvero notevole in quanto oltre a concedere a S. Stefano l’esclusiva della vendita del pane bianco, prevedeva anche l’esenzione da tasse e dazi. Dunque, un vero e proprio monopolio che si protrasse fino all’arrivo dei francesi di Napoleone nel giugno del 1796. Non mancarono i tentativi surrettizi di produrre lo stesso pane da parte di altri fornai, al punto che il cardinal legato di Bologna fu costretto più volte ad intervenire con editti per proibire a tutti i fornai operanti nel raggio di “tre miglia dalla città” la produzione del pane di ruzzolo in pregiudizio del forno di S. Stefano che ne tiene privilegio particolare e jus privativo. La pena prevista per i trasgressore fu fissata in scudi 25 d’oro ed altre corporali ad arbitrio nostro. Va precisato che la gestione del forno era attribuita a chi si aggiudicava la gara d’appalto convocata con specifico bando. Il gestore riconosceva un adeguato affitto all’Abbazia di Santo Stefano e poteva condurre il forno per un quinquennio. Il forno di S. Stefano non si limitava a confezionare il “pane di ruzzolo”, ma anche normali pagnotte di maggior peso, crescentine e “brazadelle”, cioè le tipiche ciambelle bolognesi.

 Marco Poli

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 Marco Poli (del 19/04/2010 alle 18:48:47, in Articoli, visitato 2083 volte)
Ulisse Aldrovandi (11 settembre 1522 - 4 maggio 1605) è certamente uno dei figli migliori della nostra città, un personaggio che, come pochi altri, è stato ed è noto nel mondo intero. Fu un protagonista della cultura scientifica del suo tempo: filosofo e scienziato, fu il primo docente di storia naturale nell’Università di Bologna. Fu anche un grande collezionista, oltre che autore di una “Storia Naturale” nota negli ambienti scientifici non solo italiani. Eppure, per lungo tempo non fu certa la data della morte e pochi sanno dove sia la sua tomba. Del resto in vari testi di storici e biografi si sosteneva che Ulisse Aldrovandi fosse stato sepolto in San Domenico. Altri, invece, hanno affermato che fosse stato sepolto in S. Stefano. Del resto era l’ipotesi più semplice, visto che lo scienziato era nato in via Pepoli all’attuale n.1, a pochi passi dalle Sette Chiese. Tuttavia, per molti, i suoi resti sarebbero conservati nella monumentale tomba che si può vedere nella chiesa del Crocifisso, a sinistra prima dell’accesso alla chiesa del S. Sepolcro. In realtà quella tomba ospita sì i resti degli Aldrovandi, ma quelli del ramo senatorio: il personaggio raffigurato nella tomba, vestito con toga e con un codice fra le mani, è il dottore in legge Nicolò Aldrovandi. Ma Ulisse Aldrovandi non fu sepolto in quella tomba di famiglia, bensì nel Cortile di Pilato dove è ancora visibile la lapide con lo stemma familiare, in basso, fra la cappella di S. Girolamo e l’ingresso alla chiesa della Madonna di Loreto. Ulisse Aldrovandi, come attesta il “libro dei morti” della parrocchia di S. Stefano, ebbe, quindi, sepoltura nel pavimento sottostante il portico dove poi fu collocata la lapide.
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 Marco Poli (del 01/04/2010 alle 22:28:41, in Articoli, visitato 1489 volte)
Il 31 marzo 1950, in una stanza dell’Ospedale Civile di Molinella, moriva all’età di 83 anni Giuseppe Massarenti, l’uomo che ha creato l’odierna Molinella, che ha “inventato” la lega dei braccianti, che ha dato dignità alle mondine, che è stato tra i fondatori del Partito Socialista, che ha dato vita a molte cooperative che avevano il solo fine della mutualità, cioè di essere al servizio dei soci. Nella sua travagliata esistenza, Massarenti, laureato in Farmacia, subì l’esilio: per 5 anni in Svizzera, per oltre 5 anni a San Marino. Dal 1926 al 1931 patì le sofferenze del confino (Lampedusa, Ustica, Ponza, Agropoli); dal 16 settembre 1937 fu rinchiuso nel manicomio di Santa Maria della Pietà di Roma, dove rimase fino al gennaio 1945. Dopo 27 anni di lontananza, rientrò a Molinella il 14 aprile 1948 accolto dall’affetto della sua gente. Fu Sindaco di Molinella dal 1906 al 1914 e dal 1920 al 1921. Fece costruire scuole, strutture di assistenza, case per lavoratori, distribuì sussidi ai più poveri, fece crescere l’economia del territorio creando opportunità di lavoro, ridusse l’analfabetismo dall’86 al 26%. Massarenti può essere definito un riformista rivoluzionario: fu un riformista che vedeva come nemici i messia rossi - come li chiamava lui - che volevano la rivoluzione e sostenevano che la cooperazione addormenta la coscienza dei lavoratori e ne fiacca lo spirito rivoluzionario; ma fu anche rivoluzionario, in quanto riuscì a mutare radicalmente i rapporti di forze fra ceti sociali, trasformando un paese poverissimo in una città modello e la fame in un ricordo. Nell’ottobre del 1922 Massarenti, con i dirigenti socialisti di Molinella, aderì al PSU di Giacomo Matteotti - assieme ai riformisti Filippo Turati, Claudio Treves e Camillo Prampolini - e nel 1947 aderì alla socialdemocrazia di Giuseppe Saragat. Nel 1948 ad una domanda del giornalista bolognese Angiolo Berti, rispose: «La rivoluzione non ha nulla da dividere con la violenza. L’Italia di fine secolo non era la Russia zarista e chiunque avesse raggiunto il potere con la violenza, ammesso che fosse stato possibile, avrebbe soltanto scatenato una contro-violenza. Sono stato con Turati quando egli diceva che la vera rivoluzione è quella fatta con le riforme. A Molinella ho fatto la rivoluzione così».
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 Marco Poli (del 21/01/2010 alle 13:21:37, in Articoli, visitato 1725 volte)

 Andrea Costa nacque a Imola il 30 novembre 1851, e nella stessa città morì il 19 gennaio del 1910. Nel 1882 fu eletto in Parlamento, primo deputato socialista della storia italiana. Dopo una fase che lo vide aderire alle teorie anarchiche, passò al socialismo, sostenendo che per migliorare le condizioni dei lavoratori occorreva un lavoro paziente, fatto di iniziative concrete, di “mezzi pratici”, di forme aggregative come il sindacato e le cooperative. Da qui nacque il suo rapporto privilegiato – e contraccambiato- con gli uomini che nelle nostre terre furono gli apostoli della cooperazione: Giuseppe Massarenti, Nullo Baldini, Camillo Prampolini.

In Parlamento operò costantemente per valorizzare il ruolo delle cooperative e la loro attività. Non a caso, Andrea Costa fu l’unico parlamentare a cui faceva riferimento Giuseppe Massarenti che aveva iniziato la sua attività a sostegno dei braccianti sfruttati, delle mondine e dei disoccupati facendo volantinaggio elettorale proprio a favore di Andrea Costa, il quale fu poi rieletto anche nel collegio di Budrio. I suoi rapporti con Bologna furono frequenti: studiò nell’Ateneo bolognese laureandosi in Lettere, qui prese parte al moto rivoluzionario organizzato dall’anarchico Bakunin nel 1874. Arrestato fu processato ed assolto anche in virtù dell’intervento a suo favore di Giosuè Carducci. Fu a Bologna in altre circostanze, come ad esempio, dopo l’elezione ottenuta alle politiche del 21 marzo 1897: Costa festeggiò con una cena al ristorante Semprini di Bologna, tradizionale ritrovo di socialisti, democratici, liberali e intellettuali come Severino Ferrari, Olindo Guerrini, Ugo Lenzi, Bartolo Nigrisoli, Ezzelino Magli, Francesco Zanardi e altri ancora. Assieme a lui vi erano numerosi compagni fra cui Giuseppe Massarenti. In seguito, ricordando la frequentazione e la collaborazione costante con Costa, Massarenti ebbe a dire: “Il benessere economico e morale che la cooperazione genera dal suo seno non può essere ritenuto un danno o un difetto per la causa del socialismo, come ritengono alcuni miopi compagni nostri della tendenza intransigente-rivoluzionaria. Ma il benessere si raggiunge solo con l’aumento della produzione della ricchezza […] distribuendola tra i propri affiliati. Questo deve essere il compito della cooperazione. Ma la cooperazione da sola non può essere in grado di risolvere la questione sociale: occorre anche conquistare i pubblici poteri, dai Comuni allo Stato, tutti i gangli della società borghese, i mezzi di produzione e di scambio […]. Questo fu l’insegnamento che Andrea Costa ci lasciò”.

Nel 1909 Andrea Costa divenne vicepresidente della Camera dei Deputati. L’anno dopo, il 19 gennaio, in ospedale, a Imola, morì a nemmeno 60 anni. Lo sgomento fu grande e la commozione pervase tutti i socialisti e non solo. Agli imponenti funerali, fra la folla commossa, vi era anche Massarenti con una folta delegazione di risaiole.

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 Marco Poli (del 20/01/2010 alle 15:47:29, in Articoli, visitato 1929 volte)
I monasteri femminili a Bologna, dal ‘200 fino alla fine del ‘700, furono in numero sempre maggiore rispetto a quelli maschili. Nel ‘200 erano ventisei, e quando giunse Napoleone a Bologna erano 41, di cui 13 di terziarie, ed ospitavano quasi 2600 monache. I monasteri femminili e i beni immobiliari di loro proprietà occupavano un’area pari ad un sesto della superficie urbana.
Quella delle monache era una presenza silenziosa, quasi una non presenza: esse non uscivano dal monastero, come facevano i frati, per raccogliere offerte o per predicare, e ciò le rendeva “invisibili”, e spesso indigenti fino alla sofferenza.
Con le soppressioni napoleoniche e con quelle successive del Regno d’Italia del 1866, la gran parte dei monasteri femminili è scomparsa, spesso senza lasciare nemmeno le tracce della loro esistenza. Ad esempio, dove ore sorge il Mercato Coperto di via Ugo Bassi vi era il monastero di S. Gervasio e Protasio; il monastero di San Lorenzo, all’angolo fra via Castellata e via Castiglione, è ora un elegante edificio di abitazioni civili; il monastero di Santa Maria Nuova fu distrutto per costruire in quell’area la Manifattura Tabacchi di via Riva Reno; al posto del monastero dei Ss. Filippo e Giacomo, in via Lame, sorge un grande edificio che ha ospitato albergo e banca; il monastero di S. Maria Maddalena sorgeva fra via Galliera e via Indipendenza dove poi fu costruita l’Arena del Sole; il monastero della SS. Trinità, fra via S. Stefano e via Orfeo, non c’è più: ora è sorto un elegante albergo che si chiama “Il Convento dei fiori di seta”, un omaggio alle monache gesuate che lì vissero e che, per poter contare su qualche entrata, realizzavano fiori di seta di ottima fattura.
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 Marco Poli (del 10/12/2009 alle 14:44:54, in Articoli, visitato 1783 volte)
Oggi, la basilica di Santo Stefano è il complesso architettonico ed artistico più visitato dai turisti. Il fascino delle “sette chiese”, incastonate in un magnifico panorama architettonico che racchiude la piazza, è indiscusso e gareggia solo con piazza Maggiore. Può sorprendere, ma questo fascino che attrae centinaia di migliaia di persone ogni anno è un fatto relativamente recente. Le testimonianze di viaggiatori stranieri che dal XVI secolo al XIX secolo passarono da Bologna e la visitarono, raramente si soffermano su S. Stefano e, a volte, la ignorano. Le mete privilegiate erano S. Petronio, S. Domenico, il Collegio di Spagna, i palazzi privati, S. Salvatore, i Servi, S. Giacomo, il monastero della Santa Nera (S. Caterina), S. Giovanni in Monte dove era esposto il dipinto di Raffaello (Estasi di S. Cecilia). Nel 1536 parla di S. Stefano Johann Fichard, tedesco e dottore in legge: dice che “davanti ad un certo sepolcro, che è coperto da una grata di ferro, vicino all’altare, due gradini sono così logori dalle ginocchia dei devoti, da raggiungere la profondità di un mio piede. La cosa è veramente meravigliosa”; senza, tuttavia, esprimere altri apprezzamenti per la chiesa. S. Stefano è segnalata anche dal tedesco Franz Schott in un suo scritto del 1600 nel quale afferma, di sfuggita, che la chiesa era sorta in luogo di un “tempio dedicato a Iside e Serapide”; suo fratello Andreas Shott definisce “sontuosissima” la chiesa di S. Stefano sottolineando la presenza di “infinite sacre reliquie”; Johann Heinrich a Pflaumern, autore di una guida all’Italia, si limita all’espressione “tempio antichissimo”; lo studioso francese Jean Mabillon, nel 1686, dedicò una particolare attenzione solo al “famoso catino di pietra che i re Liutprando e Ildebrando fecero fare per la Sacra Cena”. All’inizio del Settecento, il francese Anton Augustin Bruzen de la Martinière, nella sua ponderosa guida, cita S. Stefano solo per la presenza di importanti reliquie che attirano “gran concorso di popolo”. Del resto, il complesso stefaniano era ben diverso da quello che oggi possiamo ammirare: sommerso da altre costruzioni affastellate, privo di una vera e propria facciata a causa di altri edifici che la affiancavano, con arbitrarie aggiunte e modificazioni all’interno avvenute nel corso dei secoli, aveva perso il fascino attrattivo e le connotazioni architettoniche delle origini. Furono i lavori di restauro voluti da Giovanni Gozzadini e condotti dal 1870 al 1930, oltre a quelli successivi, a restituire a S. Stefano il sapore delle origini e le caratteristiche di unicità rispetto alle altre belle chiese di Bologna. Ora il complesso di S. Stefano, gestito con amore dagli olivetani, ha recuperato ruolo, immagine e capacità magnetica verso i turisti e verso i bolognesi: tutelarlo è un dovere della città e ciascuno di noi deve sentirsi coinvolto.
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 Marco Poli (del 10/12/2009 alle 14:31:53, in Articoli, visitato 3059 volte)

 Nel marzo del 1910 fu inaugurato il Mercato delle Erbe, un maestoso edificio con imponente facciata a lunettoni di vetro, che consentiva di ospitare un centinaio di banchi, oltre a 32 negozi fissi. L’area sulla quale sorse, per secoli, fu occupata dal convento femminile di “benedettine nere” dei Ss. Gervasio e Protasio fino al 19 giugno 1798, quando fu chiuso a seguito alle soppressioni napoleoniche. Quelle monache erano diventate famose per la produzione di un gradevole sciroppo di amarene. La denominazione della via S. Gervasio deriva proprio dalla presenza di quel convento. La decisione di realizzare il Mercato di via U. Bassi ha origine dall’8 maggio 1877, giorno in cui il Comune “sfrattò” da piazza Maggiore le 450 bancarelle per la vendita di verdure, frutta ed altri generi alimentari, ma anche stoffe, articoli casalinghi, ferrivecchi ecc.... Erano bancarelle che si potevano montare e smontare in pochi minuti: qualche stanga di sostegno, stuoie, tele cerate per proteggere da acqua e sole. Le forze politiche furono unanimi nel definire "sconcia e deturpante" la loro presenza in piazza Maggiore: il sindaco Gaetano Tacconi, oltre all’esigenza di “riqualificazione urbana”, fece poi presente che "l'esercizio di una tramvia urbana a cavalli", ormai prossimo, prevedeva il capolinea davanti al palazzo del Podestà. Per assorbire la protesta il Comune allestì nuovi spazi coperti a partire da quello progettato fra le vie Clavature e Pescherie, inaugurato nel mese di maggio dello stesso anno. Altre bancarelle furono trasferite sotto una tettoia in via De’ Marchi (S. Francesco), in piazza Aldrovandi, sul fianco della chiesa del SS. Salvatore in via IV Novembre ed altrove. Due anni dopo il “trasloco” da piazza Maggiore, dei 450 ambulanti ne erano "sopravissuti" circa 200. Fu, quindi, accolto con gioia il Mercato delle Erbe, progettato dalla coppia di tecnici comunali Arturo Carpi e Filippo Buriani che nel 1899 aveva realizzato il Mercato Bestiame. Divenne presto uno dei mercati più frequentati dove si poteva trovare ben più che le “erbe”. Lì si trasferirono molti banchi con sede precaria. Nel corso della seconda guerra il Mercato rimase vittima dei bombardamenti così come il limitrofo Hotel Brun. Nel 1949 il Mercato delle Erbe fu ricostruito: ma la piazzetta antistante, dove era collocata la statua di Ugo Bassi, fu inglobata in un nuovo edificio residenziale e con negozi che ne occultò la facciata. Dopo quasi 100 anni, il Mercato delle Erbe resta un punto di riferimento per tanti consumatori.

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 Marco Poli (del 02/09/2009 alle 15:43:29, in Articoli, visitato 1346 volte)
La cosiddetta “gara di solidarietà” che vediamo scattare di fronte ad eventi disastrosi (terremoto) o per sostenere altre iniziative benefiche, non è un’invenzione o un’usanza dei nostri tempi, bensì accadeva già in passato in modo del tutto analogo. Il terremoto che distrusse Messina e Reggio Calabria a fine dicembre 1908, vide un’immediata risposta solidale anche a Bologna: i pompieri partirono per portare aiuto, associazioni, cooperative, aziende e privati cittadini fecero offerte in denaro e in generi di prima necessità. Anche gli artisti, come avviene oggi, si impegnarono esibendosi gratuitamente per raccogliere fondi. A Bologna, al teatro del Corso in via S. Stefano fu Carlo Musi, l’inventore della canzone dialettale bolognese, ad organizzare una “serata artistica dialettale” durante la quale recitarono davanti ad una platea affollatissima, anche poeti dialettali non bolognesi: anzitutto Trilussa, poeta romanesco che fu presentato come ”il moderno Esopo”, il “più perfetto continuatore della satira civile e morale di Gioacchino Belli”, l’artista che “senza predilezioni partigiane” riesce a colpire “la viltà e la menzogna della società contemporanea”. Poi vi erano altri poeti dialettali come Aldo Spallicci, Enrico Stuffler e Berto Barabani. Anche durante il primo conflitto mondiale, gli artisti si prodigarono a favore di orfani, vedove e invalidi: il 4 aprile 1917 Carlo Musi si recò presso l’Istituto Rizzoli dove erano ricoverati molti soldati feriti e invalidi: fu una grande festa ed il cantautore, pur anziano e forse malato (sarebbe morto nel 1920), regalò una parentesi di grande allegria cantando le sue più famose canzoni e recitando i suoi divertenti monologhi.
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 Marco Poli (del 02/09/2009 alle 15:38:27, in Articoli, visitato 1352 volte)
Il 19 febbraio 1909, le donne dipendenti della ditta Bertagni, famosa per la produzione di tortellini e pasta fresca, proclamarono uno sciopero in segno di solidarietà nei confronti di 42 colleghe licenziate, fra le quali vi erano anche due sindacaliste. I fratelli Bertagni sostennero che la decisione di ridurre il personale, costituito da 95 donne e 20 uomini, era causata da una flessione delle vendite. Incontrando il sindacato, che protestava affermando che molte della donne presenti nella lista dei licenziamenti erano iscritte alla Camera del Lavoro e che due di esse erano sindacaliste, i Bertagni assicurarono che entro il 27 febbraio avrebbero dato la risposta circa le due sindacaliste ed alle altre richieste. Di fronte al rinvio, il sindacato proclamò lo sciopero per il 19 febbraio: tutte le tortellinaie vi aderirono, ma non i 20 uomini dipendenti della ditta Bertagni. Lo scioperò proseguì anche nei giorni successivi e le donne, spalleggiate dagli operai delle Officine Reggiane, in sciopero anch’essi, fecero picchetto davanti alla fabbrica Bertagni, che era situata nei pressi di via Milazzo. Nessuno entrò in fabbrica. Al quarto giorno di sciopero, i fratelli Bertagni incontrarono di nuovo il sindacato e fu trovato un accordo risolutivo: anzichè 42, i licenziamenti scesero a 40, anzichè 8 giorni di preavviso, ne furono concessi 15 in modo che le donne avessero più tempo a disposizione per trovare un’altra occupazione. Le due sindacaliste, una delle quali menomata da un incidente sul lavoro che le aveva danneggiato una mano, rimasero in servizio. Così si concluse il primo sciopero della tortellinaie, un mestiere che per decenni diede occupazione a centinaia di donne.
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 Marco Poli (del 01/09/2009 alle 15:50:22, in Articoli, visitato 3225 volte)
A Bologna vi sono farmacie che da secoli operano negli stessi luoghi originari, come la "Farmacia del Corso" in via S. Stefano, come la farmacia che a metà '700 era di Gaetano Sacchetti, nei pressi di S. Procolo in via D'Azeglio, come quella in S. Felice di fronte alla chiesa della Carità, come la "Farmacia della Morte" in via de’ Musei. Certo, a Bologna non c’è un caso da Guinness dei primati, come la farmacia, a Tallinn in Estonia, che dal 1422 è gestita dalla stessa famiglia. Tuttavia, una farmacia “da primato” ce l’ha anche Bologna: il prossimo 3 settembre la Farmacia Cooperativa, che oggi si trova nel complesso del “Centro Lame”, compie i suoi 110 anni di attività e, per la sua forma cooperativa, è la più antica d’Italia ancora in attività assieme a quella di Milano. Il 3 settembre 1899 la Società Operaia di Bologna istituì la Farmacia Cooperativa non allo scopo “di fare spietata concorrenza alle farmacie dei privati”, ma di destinare gli utili “all’erogazione gratuita dei medicinali ai soci infermi”. Per realizzare la farmacia, che ebbe sede in via Marsala, occorrevano fondi che la Società Operaia pensò di ottenere aumentando la quota sociale di una lira l’anno. La decisione fu assunta solo dopo un referendum fra i soci, che approvarono l’iniziativa. “Il Resto del Carlino” del 25 agosto 1899 diede la notizia col titolo “Un referendum a Bologna”: infatti fu il primo a svolgersi nella nostra città. Il capitale d’avvio fu costituito da 60 azioni da lire 50 ciascuna: la metà fu sottoscritta dalla stessa Società Operaia. La Farmacia Cooperativa, fu una fra le tante iniziative solidaristiche avviate dalla Società Operaia, fondata l’11 dicembre 1861 da personalità laiche.
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