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 Il sito web... di Marco Poli
 
una città senza pietà, la mia città,
ma com’è bella la mattina,
quando si sveglia, quando si accende...
e com’è dolce certe sere...
...
dove sarà, prima era qua...

Luca Carboni, La mia città
” 
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Dal 24 ottobre 1917 fino ai primi giorni di novembre le truppe austriache sfondarono le linee di difesa dell’esercito italiano che si ritirò (Caporetto) sul Piave, che divenne la nuova linea del fronte di guerra.
Le conseguenze furono tragiche: 40.000 fra morti o feriti, 280.000 soldati italiani prigionieri degli austriaci e 350.000 persone costrette ad abbandonano la loro terra per fuggire verso città più sicure.
L’8 novembre il generale Cadorna fu sostituito dal generale Diaz.
Alla fine del 1917 i profughi friulani che giunsero a Bologna furono circa 15.000. La città li accolse con calore e con piena solidarietà, anche se le difficoltà furono enormi.
I primi profughi giunsero il primo novembre e furono accolti alla Stazione da volontari che diedero loro la prima assistenza.
Nei primi tre giorni di novembre ne giunsero 2000 e a tutti fu offerto cibo e una sistemazione temporanea al “Collegio Venturoli” in via Centotrecento, all’Istituto Salesiani fuori porta Galliera ed in altri luoghi improvvisati.
Il 4 novembre, il “Resto del Carlino” aprì una sottoscrizione ed il teatro Comunale destinò l’incasso ed un contributo straordinario.
Il Comune e la cittadinanza fecero di tutto per alleviare la tragedia di queste persone.

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 Marco Poli (del 07/11/2007 alle 17:42:14, in Articoli, visitato 2440 volte)

Nel 1757, in vista della discesa della Madonna di San Luca, il cardinale legato Serbelloni impartì le solite disposizioni: chiusura delle botteghe situate lungo il percorso e obbligo agli abitanti di “nettare” strade e portici; obbligo per i venditori ambulanti di ciambelle, acquavite e frutta, di stare lontani 80 pertiche (una pertica=3,8 metri) perché le loro grida disturbano la processione; divieto ai banchetti dei venditori di stare lungo il percorso o davanti alle chiese; divieto alle prostitute di partecipare alla processione, e a carri, carrozze e calessi di fermarsi in piazza Maggiore.
Ma la grande novità, quell’anno, fu un’altra. Infatti, l’arcivescovo di Bologna Vincenzo Malvezzi Bonfioli, introdusse – su impulso di papa Lambertini – una vera e propria rivoluzione: l’abolizione del velo bianco che proteggeva l’immagine della Madonna di San Luca.
La Madre Vicaria del Convento del Monte della Guardia rimase quasi sconvolta, paventando che ciò potesse provocare il castigo di Dio. Ma l’Arcivescovo Malvezzi la tranquillizzò dicendo che i fedeli guardando il viso della Madonna ne avrebbero ricavato una ancor maggiore devozione.
E così, 250 anni fa, la Madonna di San Luca perse il velo.

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Gli oltre 2000 pescatori che operano nei circa 60 stagni della Sardegna sono molto preoccupati per la presenza di almeno 15.000 cormorani che ogni giorno si nutrono di 15 tonnellate di pesce. Stanno decidendo di eliminare un bel po’ di quei volatili, altrimenti tutto il pesce se lo mangiano loro e non la gente nei ristoranti. E i pescatori rimarrebbero senza lavoro e a stomaco vuoto.
Una simile logica, cioè la scelta delle “bocche da sfamare”, indusse, negli anni di carestia, gli amministratori a disporre la cacciata di "vagabondi, birbanti, pitocchi ed elemosinieri forestieri" allo scopo di diminuire le bocche da sfamare con tutto vantaggio dei poveri bolognesi; inoltre, in tempi di carestia aumentavano i delitti contro le persone ed il patrimonio: addirittura "vengon levati alle persone i cappelli, i mantelli, le parrucche"! L’ultimo bando contro oziosi, vagabondi e questuanti fu firmato il 18 maggio 1796 dal cardinale Ippolito Vincenti Mareri: in esso si ordinava, per contrastare la presenza di esteri "consumatori di vitto" a scapito dei cittadini di Bologna, che "tutti i forestieri i quali non abbiano abitazione fissa e non siano addetti a qualche mestiere debbano lasciare la città entro due giorni".

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 Marco Poli (del 06/01/2008 alle 11:15:02, in Cose d'altri tempi - Rubrica del Resto del Carlino, visitato 3587 volte)
Negli anni ’30 del secolo scorso a Bologna iniziò la consuetudine di fare un dono ai vigili urbani in occasione del Capodanno, usanza che fu chiamata “Befana del Vigile”. L’iniziativa fu “inventata” dal “Reale Automobile Club d’Italia”, che in dicembre inviava ai propri soci una lettera invitandoli ad aderire alla “simpatica iniziativa” a favore dei vigili urbani che “ogni giorno, con abnegazione e cortesia, assolvono il delicato compito di regolamento del traffico stradale, ufficio alle volte ingrato e sempre faticoso”.
Fin dalla vigilia di Natale, i cittadini portavano i doni, come espressione di “riconoscenza e di plauso”, attorno alla pedana sulla quale i vigili dirigevano il traffico negli incroci o “crocicchi”.
L’iniziativa della “Befana del Vigile” si protrasse fino agli anni ’70. Poi improvvisamente scomparve.
Viene da chiedersi: come mai la Befana ha smesso di occuparsi dei vigili urbani?
Ha deciso che non lo meritano e piuttosto che portare carbone si è eclissata?
Oppure non vedendoli ai “crocicchi” e nemmeno altrove, pensa che siano scomparsi?
C’è una caduta di considerazione della gente verso i vigili urbani?
O è il cambiamento di costume che fa ritenere gesti di questo tipo anacronistici e superflui?
A voi la risposta.
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 Marco Poli (del 16/01/2008 alle 10:02:12, in Cose d'altri tempi - Rubrica del Resto del Carlino, visitato 1867 volte)
Per molti bolognesi, fino a poche settimane fa la parola “monnezza” evocava l’ispettore Nico Giraldi, interpretato dall’attore cubano Tomas Milian in una serie di film d’azione che ebbero un certo successo; infatti, da noi, la parola che si usa per identificare i rifiuti è “rusco”. La memoria dei bolognesi di oggi non conserva alcuna immagine che possa paragonarsi nemmeno lontanamente a quelle napoletane che abbiamo visto in questi giorni. Bisogna andare indietro nel tempo quando il “Carlino” del 10-11 maggio 1907 scriveva: “Ancora ventiquattr’ore di lordura simile e avremo a Bologna la pestilenza”. Era accaduto che il “Corpo degli spazzini”, già organizzati in sindacato, era entrato in sciopero per ottenere un aumento di stipendio, fermo dal 1904, da lire 1,70 a lire 2 al giorno. Lo sciopero di alcuni giorni aveva ridotto la città “in condizioni antigieniche e indecorose” e “alcune strade si erano trasformate in veri immondezzai”. Infatti, la popolazione, lasciava – come si usava – i rifiuti (“scoviglie”) accanto ai pilastri dei portici da dove gli spazzini poi li prelevavano. Qualche anno dopo gli spazzini furono tutti licenziati ed il servizio fu appaltato ad un privato.
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 Marco Poli (del 16/01/2008 alle 10:07:57, in Articoli, visitato 2193 volte)
Il caso della chiesa del SS. Salvatore, chiusa per “mancanza di sacerdoti”, rappresenta un ulteriore sintomo di una situazione che diverrà più acuta ed evidente nei prossimi anni, non solo nella nostra città. Infatti, soprattutto le chiese officiate da ordini religiosi avranno gravi problemi di gestione proprio a causa della diminuzione delle vocazioni.
Canonici Regolari Lateranensi, Agostiniani, Camilliani, Barnabiti, Servi di Maria, Congregazione di San Filippo Neri, ma anche gli stessi Francescani, stanno tutti vivendo una difficile situazione a causa del loro assottigliarsi.
Pensare che a volte due soli religiosi possano gestire chiese di grande rilevanza artistica svolgendo sia le funzioni religiose, sia quelle amministrative, significa pretendere un sacrificio enorme.
D’altronde edifici religiosi come il SS. Salvatore, la SS. Annunziata, la Chiesa della Pioggia, S. Michele in Bosco, non sono solo luoghi ricchi di arte e di storica devozione, ma anche testimonianze della storia e della cultura cittadina.
La città è piena di ex luoghi religiosi (chiese ed oratori) che oggi sono destinati a funzioni laiche o che sono da tempo chiusi ed abbandonati: sono edifici laici gli oratori più importanti come quello di San Filippo Neri, di S. Maria della Vita, di San Rocco, dei Fiorentini; mentre sono in abbandono ex chiese come San Barbaziano in via C. Battisti, o sono prevalentemente chiuse, come la Madonna del Baraccano detta anche “Chiesa della Pace” dove per tradizione le coppie dopo il matrimonio passavano per “prendere la pace”. Tradizione, quest’ultima, ormai scomparsa.
Gli oratori, in virtù del meritorio intervento di Banche o Fondazioni Bancarie, stanno vivendo una nuova stagione e sono stati restituiti alla fruizione pubblica.
Ebbene, questo patrimonio della città non può essere considerato alla stregua di negozi o cinematografi che chiudono i battenti: deve rimanere alla città come luoghi di cultura e di storia e –perchè no?- anche come luoghi per celebrare funzioni religiose, magari solo in determinati giorni.
I cittadini e le istituzioni pubbliche non possono rimanere assenti di fronte al problema, come osservatori dispiaciuti ma inerti: occorre intervenire. Anzitutto da parte dei cittadini.
L’associazionismo, a mio parere, può avere un ruolo primario, decisivo e vincente: le numerose associazioni culturali, i Rotary, i Lions, attraverso la ricchezza del volontariato, possono collaborare per “adottare” una chiesa per far sì che rimanga aperta durante la giornata sia per i turisti, sia per i concittadini.
Si possono organizzare visite guidate, incontri, manifestazioni, mostre, conferenze, restituendo così vita e vitalità nuove.
Dobbiamo scongiurare la prospettiva che queste chiese si trasformino in gusci vuoti: dobbiamo comprendere che questo patrimonio è di tutti noi, credenti o non credenti, e a noi spetta prendere iniziative, senza attendere che la situazione si deteriori, cominciando proprio dalla chiesa del SS. Salvatore.
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Nel 1890 il Comune di Bologna affidò ad un privato il servizio di raccolta dei rifiuti, di pulizia delle strade e dei portici e di annaffiamento delle strade.
I rifiuti raccolti venivano ammassati provvisoriamente in cortili di edifici privati, presi in affitto ad hoc dall’appaltatore: i cortili erano in via Frassinago, via Torleone, via Santa Croce e via del Borgo.
Passate 24 ore, giungevano dei carri per raccogliere i rifiuti e scaricarli poi su un terreno fuori porta di proprietà dell’appaltatore. I rifiuti “umidi” venivano “riciclati” in quanto venduti come concime agli agricoltori.
Nel 1909 il Comune cambiò la ditta appaltatrice e l’incarico passò alla ditta Zamboni: il servizio fu simile al precedente salvo il fatto che ai cortili privati furono sostituite, come stazioni di scarico temporaneo, tre aree fuori porta e come discarica un terreno fuori porta Zamboni, l’ex “lunetta Alvisi”.
In questa fase, gli accresciuti costi di trasporto dei rifiuti in campagna e la comparsa dei concimi chimici frenò il riciclo agricolo dei rifiuti.
Fu così che il Comune deliberò una sperimentazione: incenerirli con un forno predisposto da una ditta tedesca.
Il forno fu costruito in via Vezza, ma dopo pochi mesi si rivelò un fallimento.
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Il 1904 fu l’anno in cui Bologna vide all’opera il primo tram elettrico che sostituì il servizio di trasporto pubblico svolto dai tram a cavalli.
La società che ebbe in gestione il servizio era belga (“Les tramways de Bologne”): molti dipendenti della società che gestiva il tram a cavalli vennero assunti dalla società belga e addestrati alla guida del nuovo tram; a rimetterci furono solo i cavalli che per lo più finirono in macelleria.
L’11 febbraio 1904, finalmente, si effettuò la prima corsa, con servizio a pagamento, sulla linea Indipendenza - Stazione - Zucca: nove carrozze elettriche che partivano ogni 10 minuti.
Il primo scontro frontale fra due tram avvenne il 4 marzo 1915 sulla linea San Ruffillo: l’incidente accadde in via Toscana, di fronte al Mazzacorati e fu causato dall’errato azionamento dello scambio da parte di un manovratore.
Nonostante la frenata i due tram si scontrarono: vetture danneggiate, vetri in frantumi, tanta paura, qualche ammaccatura di poco conto fra i passeggeri.
Chi protestò fu un contadino che aveva con sé un paniere pieno di uova fresche. Non se ne salvò nemmeno una. Intervenne l’assicurazione che rifuse il danno al contadino: la frittata di uova fu valutata 14 lire, che l’assicurazione pagò senza batter ciglio.
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Chi ha più di 30 anni non può non ricordare la birreria ristorante Lamma, in via de’ Giudei 4, ed averne nostalgia. Pochi sanno, però, la storia di quel locale. Fu inizialmente (fine ‘200) della famiglia dei Garisendi, quelli della torre; poi passò a Romeo Pepoli, futuro Signore di Bologna.
Dal ‘600 in poi l’immobile fu utilizzato da confraternite: prima vi si stabilì un gruppo di vedove che non intendeva né risposarsi, né monacarsi, ma solo pregare; poi fu la volta di una confraternita maschile che svolgeva assistenza ai malati e ai carcerati.
Lì costruirono, proprio dove poi fu aperta la sala da pranzo del ristorante Lamma, la piccola chiesa di S. Gabriele.
In epoca napoleonica, la chiesa fu trasformata in teatro da Filippo Coralli che vi presentò spettacoli “da eseguirsi con automi”, cioè con marionette.
Nel 1834 Giuseppe Lamma acquistò l’immobile per impiantarvi una fabbrica di birra: poi, oltre a vendere birra, servì il caffè e infine allestì una trattoria. Alla sua morte, l’attività fu proseguita dai figli che, nel 1883, cessarono la produzione di birra mantenendo solo quella di trattoria.
Quando i Lamma cedettero l’attività negli anni Venti del XX secolo, subentrò una società di Venezia che proseguì l’attività fino alla lacrimata chiusura.
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 Marco Poli (del 10/04/2008 alle 18:57:43, in Articoli, visitato 1855 volte)
E’ opinione diffusa che la mortadella ed il salame siano cibi per tavole povere, mentre su quelle dei ricchi c’è il prosciutto o il culatello. Oggi è così, ma qualche secolo fa era esattamente il contrario.
Ne abbiamo la prova inconfutabile in un bando del Comune di Bologna del 21 dicembre 1614, che conteneva le norme relative ai prezzi di alcuni generi alimentari: il bando fu emanato per garantire ai forestieri e ai pellegrini, che sarebbero passati da Bologna in occasione dell’Anno Santo, di non essere vittime di profittatori pagando prezzi altissimi per vitto e alloggio.
Il bando conteneva la tabella dei prezzi massimi da applicarsi ai forestieri: il prosciutto doveva essere venduto a non più di 4 bolognini per ogni libbra (pari a 362 grammi), il salame a 12 e la mortadella a ben 14 bolognini!
Dunque, la mortadella costava quasi il triplo del prosciutto.
Le ragioni vanno ricercate nei costi di produzione, scesi quando la produzione passò da artigianale a industriale.
Un’altra ragione va ricercata nella fama che aveva acquistato: la ricevettero in dono importanti personaggi, la propagandarono gli studenti stranieri nei loro paesi, ne fu promotore involontario a Roma Prospero Lambertini quando divenne Papa.
Non per nulla fu chiamata “la Bologna”.
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