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 Il sito web... di Marco Poli
 
ricordi, fu con te a Santa Lucia,
al portico dei Servi per Natale;
credevo che Bologna fosse mia...

Francesco Guccini, Eskimo
” 
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 08/06/2016 alle 19:20:41, in Articoli , visitato 925 volte)
Il 4 luglio alle ore 18 presso la Libreria Ambasciatori, via Orefici si terrà la presentazione del mio nuovo libro      
 
                                                    SALSAMENTARI
                                   140 ANNI DI SAPERI, VALORI E SAPORI
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 Marco Poli (del 14/03/2016 alle 00:06:45, in Articoli , visitato 930 volte)
Dopo l’ingresso in guerra dell’Italia, avvenuto il 24 maggio 1915, Bologna si trovò ad essere un importante retrovia delle azioni belliche: a Bologna erano di stanza migliaia di soldati in attesa di essere trasferiti al fronte; da qui partivano i rifornimenti (armi e alimenti), qui erano stati organizzati servizi di supporto, qui giungevano gran parte dei feriti per essere ospitati in ospedali e in locali improvvisati, soprattutto scolastici, allestiti a questo scopo (solo nel 1916 furono oltre 60.000 i feriti assistiti a Bologna).
Da Bologna transitavano i prigionieri austriaci e a Bologna giunsero circa 15.000 profughi provenienti dalle zone di guerra dopo la sconfitta di Caporetto. A Bologna scattò un’importante risposta di solidarietà da tutti i ceti sociali: dal sindaco socialista e non interventista, Francesco Zanardi, alla nobiltà, agli esponenti del partito conservatore, alla gente comune, alle cooperative, tutti si impegnarono per alleviare le sofferenze, per continuare a far funzionare i servizi come la scuola, i trasporti, la raccolta dei rifiuti.
Migliaia di donne furono impiegate in queste attività fino a quel momento svolte solo da uomini. Ma tantissime furono le donne impiegate anche per confezionare abiti, cartucce… Se il Comune stanziò somme importanti per erogare sussidi, da parte loro le associazioni di volontariato raccolsero fondi cospicui per sostenere vari bisogni emergenti o attività collaterali al conflitto, come, ad esempio, l’”Ufficio Notizie” istituito da nobildonne e dal conte Malvezzi per garantire le notizie alle famiglie dei militari.
Questo servizio ebbe successo al punto che il Ministero della Guerra lo estese in altre città. Alcune nobildonne non esitarono a offrire ingenti somme di denaro per aprire e far funzionare asili per i bambini figli di richiamati o orfani.

Un tragico bilancio
Gli arruolati dell’esercito italiano furono circa 6.000.000: di essi 600.000 morirono, 1.000.000 furono feriti la metà dei quali rimasero invalidi. A questi dati vanno aggiunti i 600.000 soldati fatti prigionieri (la metà di essi catturati dopo Caporetto). Nella provincia di Bologna i morti furono circa 11.000, di cui 2.626 i bolognesi.
Gli orfani furono 7.047. I mutilati e gli invalidi rappresentarono una nuova categoria di cittadini, così come le vedove e gli orfani di guerra. Bologna non si limitò a curare i feriti ma sviluppò tecniche innovative per realizzare arti inferiori e superiori artificiali presso le Officine Rizzoli.
Oltre a ciò ci fece carico anche di recuperare questi invalidi ad attività lavorative: a tal fine fu utilizzata una struttura religiosa in piazza Trento Trieste destinandola a casa si rieducazione e ottenendo enormi successi col recupero lavorativo di centinaia di invalidi. L’Amministrazione Comunale si preoccupò anche di difendere i monumenti principali da eventuali attacchi aerei (che poi non si verificarono): ingabbiò il Nettuno, la statua di Gregorio XIII e la Madonna di Nicolò dell’Arca entrambe sulla facciata del palazzo Comunale.
Come se non bastasse dal settembre 1918 al maggio 1919 si diffuse in tutto il mondo la “spagnola”, una terribile influenza che portò alla morte 50 milioni di persone e a Bologna provocò almeno 600 vittime.

Il vero patriottismo
In un quadro, come quello appena accennato, fatto di morte, di sofferenza, di disagio, la città di Bologna, guidata da un non interventista, seppe dare grandi risposte di sacrificio e di solidarietà. Circa le condizioni di vita dei cittadini, basti pensare che dal 1915 al 1920 l’aumento medio dei prezzi dei prodotti alimentari, della legna e del carbone, fu del 315%.
Tutti, al di là della politica, diedero la loro opera per far continuare la vita civile: il sindaco Francesco Zanardi disse che per lui dimostrare amore per la patria significava alleviare le sofferenze di chi ha combattuto al fronte e delle loro famiglie rimaste prive del sostegno di un padre, del marito o di un fratello.
L’azione di Zanardi fece sì che nessuno avesse a patire la fame, che i feriti trovassero spazi e conforti che gli scolari potessero continuare il loro percorso di istruzione adeguandosi a classi numerose e a “doppi turni”, che i profughi fossero accolti e nutriti.
Un modo diverso, ma fondamentale, per essere utili alla Patria.
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 Marco Poli (del 13/03/2016 alle 23:53:29, in Articoli , visitato 1117 volte)
Carmen Longo era una campionessa: aveva vinto l’oro nei campionati italiani che si erano svolti a Milano nel 1965 in tre specialità: 100 m. rana, 200 m. rana e 400 m. misti.
Nata a Bologna il 16 agosto 1947, la sua passione per il nuoto l’aveva fatta emergere fino a ottenere il primato italiano nei 200 m. rana e a farla diventare componente della squadra azzurra.
Punta di diamante della “Rari nantes”, Carmen Longo era qualcosa di più di una promessa del nuoto italiano. Nel 1966, il 28 gennaio di 50 anni fa, era previsto il meeting di nuoto a Brema che avrebbe fatto confluire i migliori atleti di ogni continente e l’Italia aveva allestito un’ottima squadra per ben figurare come aveva fatto in precedenza in altri meeting europei.
Era un appuntamento importante anche perché c’erano ormai prossime le Olimpiadi del 1968. Al momento di costituire definitivamente la squadra, composta da giovani atleti, alcuni non vennero convocati perché “fuori forma” (come Daniela Benek e Pietro Boscaini), altri erano impediti da impegni scolastici: Carmen Longo fu convocata in extremis.
La spedizione italiana risultò composta da sette atleti con capitano Bruno Bianchi, l’allenatore Paolo Costoli e il giornalista RAI Nico Sapio che avrebbe dovuto commentare la prevista diretta televisiva.
Il viaggio per Brema fu avventuroso e pieno di fatali imprevisti: la nebbia costrinse il gruppo ad un viaggio a tappe finché l’ultima tratta da Francoforte a Brema avvenne su un aereo Lufthansa che, purtroppo, in fase di atterraggio si schiantò al suolo. Morirono tutti i 47 passeggeri e fra essi tutta la rappresentativa italiana di nuoto. Molti hanno paragonato il disastro di Brema che ha colpito gli azzurri del nuoto alla tragedia di Superga che colpì la squadra di calcio del Torino.
A Carmen Longo è intitolata la piscina dello stadio comunale di Bologna, ma anche quella di Sesto San Giovanni e il campo sportivo di Guagnano (Lecce) comune in cui nacquero i genitori di Carmen.
A Genova è stato istituito il “Trofeo Nico Sapio” a ricordo del giornalista della RAI che avrebbe dovuto commentare in diretta televisiva le gare di quell’infausto trofeo di nuoto In memoria degli sfortunati viaggiatori di quel tragico volo è stata istituita la “Coppa Brema” che si disputa ogni anno, mentre quest’anno la manifestazione si chiamerà “Coppa Caduti di Brema”.
Bologna, la sua città, deve ricordare questa sua figlia, giovane ma grande atleta, che 50 anni fa partì per una avventura sportiva senza ritorno.
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 Marco Poli (del 21/11/2015 alle 16:09:30, in Articoli, visitato 1201 volte)
A fine novembre uscirà il mio nuovo libro "Cose d'altri tempi 4" che raccoglie 80 articoli, alcuni dei quali inediti. Inoltre troverete un capitolo su Bologna durante la prima guerra mondiale che comprende un saggio inedito sull'epidemia "spagnola" che colpì anche la nostra città.
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 Marco Poli (del 04/06/2015 alle 13:50:26, in Articoli, visitato 1090 volte)
Costruito, a partire dal 1201, il palazzo pubblico (Palazzo del Podestà) dove accogliere gli amministratori e le altre magistrature cittadine, il Comune decise l’apertura di piazza Maggiore abbattendo numerose costruzioni dopo aver pagato l’esproprio ai proprietari.
Fu l’inizio di una vera e propria rivoluzione urbana che pose le premesse per l’ampliamento della città che incrementò la sua popolazione da 20.000 a 50.000 abitanti nell’arco di un secolo. Ad amministrare Bologna non erano più i ceti nobiliari e magnatizi, bensì i protagonisti della new economy dell’epoca, artigiani, commercianti, piccoli imprenditori soprattutto del settore tessile, notai, cambiavalute; in altre parole, i rappresentanti delle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri.
Nel 1217 gli amministratori si resero conto che Bologna necessitava di un grande spazio da destinare a mercato per la compra-vendita di animali quadrupedi di grossa taglia, in grado di attirare operatori economici da altre città: il progetto fu sottoposto al parere della cittadinanza che, il 15 luglio 1219, approvò.
L’area individuata corrisponde all’attuale piazza Otto Agosto più la Montagnola. Lo sforzo finanziario per acquistare i terreni e i pochi immobili esistenti dai circa 70 proprietari, fu davvero notevole, come dimostrano gli atti notarili ancor oggi conservati. L’area, che occupava ben 17 ettari, apparve idonea sia perché decentrata rispetto all’abitato, sia perché su due lati scorrevano corsi d’acqua, il Canale Reno e l’Aposa, che avrebbero consentito sia la manutenzione igienica del Mercato, sia di dissetare gli animali realizzando degli abbeveratoi, uno dei quali ancora visibile in via A. Righi. In meno di tre anni l’area fu predisposta e si decisero i canoni di affitto degli spazi agli operatori economici.
Fu così che, a partire dal 1223, ogni sabato a Bologna funzionò il “Campo del Mercato”. Cioè, la Piazzola.
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 Marco Poli (del 04/06/2015 alle 13:45:46, in Articoli, visitato 1115 volte)
Il prossimo 12 giugno cade il 90° della posa della prima pietra dello Stadio Comunale.
Il progetto di costruire una “città dello sport” fu ideato da Leandro Arpinati, il leader del fascismo bolognese. Era ben consapevole che la spesa per realizzare il progetto sarebbe stata fuori dalla portata dell’amministrazione comunale: pensò quindi di mobilitare il Partito Nazionale Fascista (PNF) affidandogli la campagna di raccolta fondi su base volontaria, fissando in lire 1.000 l’offerta minima per aziende e cooperative.
Il denaro fu raccolto e il progetto del nuovo complesso sportivo, che prevedeva la realizzazione di stadio, antistadio, piscine e campi da tennis su un’area di 125.000 mq., fu affidato da Arpinati al giovane ingegnere Eugenio Costanzini. Durante i lavori furono rinvenute 9 tombe etrusche e recuperate 6 stele di arenaria. Le vasche delle piscine furono scavate a mano con le vanghe.
Il 12 giugno 1925 alla presenza del Re vi fu la cerimonia della prima pietra ed i lavori ebbero inizio: in meno di due anni furono completati.
Il 31 ottobre 1926 Benito Mussolini inaugurò lo stadio più grande d’Europa, fiore all’occhiello dell’Italia sportiva fascista al quale fu imposto il nome di Littoriale.
Il 29 maggio 1927 l'impianto – che nel frattempo il PNF aveva donato al Comune- fu inaugurato con l'incontro tra le Nazionali di Italia e Spagna (2-0); il 6 giugno fu disputata la prima partita del campionato che si concluse con la vittoria del Bologna sul Genoa per 1-0: la prima rete nel nuovo stadio fu segnata dal molinellese Giuseppe Martelli. Il 26 giugno 1927 la fiera di Bologna iniziò a svolgersi nel nuovo stadio che ospitò altre manifestazioni.
Nel 1945, dopo la Liberazione, lo stadio fu denominato Stadio Comunale e il 14 ottobre si giocò la prima partita (Bologna-Modena 2-2). Il 3 giugno 1984 prese il nome di Stadio Dall’Ara in onore del grande Presidente Renato Dall’Ara.
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 Marco Poli (del 27/02/2015 alle 13:17:33, in Articolo, visitato 1793 volte)
Il primo orologio pubblico fu collocato sulla torre del Capitano del Popolo (piazza Re Enzo) il 18 maggio 1356. Fu un’iniziativa di Giovanni da Oleggio che governava la città per conto dei Visconti di Milano.
Non fu certo un atto di generosità visto che a tutti i cittadini al di sopra dei 20 anni fu chiesto un consistente contributo.
Non sappiamo, però, che tipo di orologio fosse e quando cessò di funzionare. È certo, però, che da 564 anni l’orologio della torre degli Accursio nel palazzo Comunale scandisce il tempo della giornata dei bolognesi.
Il Comune di Bologna, il 17 dicembre 1444, affidò a due orefici, Giovanni di Evangelista da Piacenza e Bartolomeo di Gnudolo, la costruzione di un orologio pubblico da collocare in cima alla torre degli Accursio, decidendo pure di elevare la stessa torre di 25 piedi (circa 10 metri). Un orologio che “mostri il tempo delle ore e le ore del giorno e della notte ordinatamente”.
A far da cornice si dipinsero i quattro evangelisti e due angeli. Al di sopra un angelo in terracotta e accanto la statua della Madonna col Bambino.
La novità spettacolare fu quella di costruire un “corridoio lavorato in pietra” sul quale doveva scorrere un angelo che suona la tromba e i Magi, tutti scolpiti in legno, che “passino davanti alla Beata Vergine e rientrino nella torre per una porticella”.
Appena scomparso il carosello, l’orologio batteva l’ora. Queste figure scolpite in legno e policrome, chiamate “automi”, eseguivano anche dei movimenti.
Immaginiamo lo stupore dei cittadini quando, il 26 ottobre 1451, iniziò a funzionare l’orologio pubblico della torre di palazzo d'Accursio: un vero e proprio spettacolo che proseguì fino al 1796 quando i francesi lo eliminarono.
Ciò che restava degli automi fu ritrovato da Alfonso Rubbiani in un solaio dell’Archiginnasio: ora sono visibili a tutti presso le Collezioni Comunali d’Arte nel palazzo Comunale.
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 Marco Poli (del 27/02/2015 alle 13:12:16, in Articolo, visitato 1307 volte)
Il boom dell’industria e del commercio nel corso dell’800 indusse diverse città ad organizzare delle Esposizioni Nazionali o Internazionali al fine di promuovere i nuovi prodotti dell’industria. Anche Bologna, nel 1888, organizzò una grande Esposizione ricorrendo, per attirare più visitatori, alla celebrazione degli 800 anni della fondazione dell’Università. Qualche anno prima si erano riuniti alcuni intellettuali della città con Giosuè Carducci come figura più rappresentativa e nel riconoscere l’opportunità che anche Bologna organizzasse una sua Esposizione, convennero sulla data di fondazione dell’Ateneo stabilita nell’anno 1088. Data l’autorevolezza dei personaggi nessuno si chese come mai non fossero stati celebrati i centenari precedenti… L’Expo fu inaugurata il 6 maggio 1888 alla presenza dei Reali e del Presidente del Consiglio Francesco Crispi, e si chiuse l’11 novembre. Bologna era una città prevalentemente agricola; solo da pochi anni l’industria aveva fatto il suo ingresso nel contesto cittadino con le eccellenze delle aziende Calzoni e Majani e dei salumifici (fu esposta una mortadella da 150 kg.): dunque, fu un’expo agricola-industriale a carattere regionale con iniziative culturali quali una mostra d’arte affidata a Enrico Panzacchi e una di musica affidata a Arrigo Boito. Per l’occasione furono allestite una funicolare e una tranvia a vapore per collegare i due luoghi prescelti come padiglioni dell’expo: i Giardini Margherita e S. Michele in Bosco. Nella circostanza fu collocata la statua di Vittorio Emanuele nella piazza Maggiore che da quel momento si chiamò piazza Vittorio Emanuele. Inoltre fu rifatta la facciata dell’Arena del Sole, inaugurata la statua di Ugo Bassi, rimossa la cancellata attorno al Nettuno. Le presenze all’expo bolognese furono 500.000: tante, ma non sufficienti a rientrare delle spese sostenute. Ma il successo d’immagine fu raggiunto.
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 Marco Poli (del 03/11/2014 alle 23:23:05, in Articolo, visitato 3457 volte)
Ad alcuni piace, ad altri no. Quando, nel luglio 2001, fu collocata in via della Grada - angolo via S. Felice - in un fazzoletto di verde, la statua dedicata alla lavandaia fece discutere. E continua a dividere fra chi apprezza e chi denigra. All’epoca, i giornali riferirono le critiche a questa statua che raffigura una donna nuda china per lavare i panni dentro ad un catino. Un sito politicizzato scrisse: “rappresenta un'idea di lavandaia ben diversa da quella rimasta nell'immaginario di chi le lavandaie le ha conosciute. È disonorevole per le donne e per la categoria dei lavoratori; è un inno al capitalismo e non alle lavandaie”. Nientemeno! “L’Unità”, a sua volta, si scandalizzò: “La bella figura della lavandaia «sporcata» da un brutto monumento. Un esercente della strada propone di farla rimuovere da Seabo”. E per SEABO si intendeva l’azienda dei rifiuti. Un altro sito colloca la scultura nella classifica dei monumenti più brutti del mondo. Vi fu anche una raccolta di firme per chiederne la rimozione. Torna alla mente la foglia pudica collocata al Nettuno nel 1728. Ma chi fu lo scultore e come nacque l’idea? In vista delle manifestazioni del 2000 per “Bologna Città Europea della Cultura”, fu indetto un concorso per selezionare iniziative da realizzare con fondi della comunità europea. L’Associazione Donne d’Arte (ADDA) vide approvato il proprio progetto che prevedeva la realizzazione di quattro sculture: alla Salara, alla Mercanzia, a porta Zamboni e in via della Grada. Alcune, vittime di atti vandalici, furono rimosse: è rimasta quella di via della Grada, cioè la statua dedicata alla lavandaia, collocata con parere favorevole della Commissione Qualità Urbana del Comune (23.1.2001). L’autrice è l’architetto Saura Sermenghi che mai avrebbe immaginato queste reazioni.
Tuttavia, piaccia o non piaccia, la statua della lavandaia è diventata una delle più famose di Bologna.
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 Marco Poli (del 05/10/2014 alle 13:51:13, in Articoli, visitato 1270 volte)
E' già in libreria il libro "Pane e alfabeto". Francesco Zanardi sindaco socialista di Bologna (1914- 1919) A cura di Marco Poli Costa Editore
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