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 Il sito web... di Marco Poli
“
 
et discrepant in loquendo
Bononienses Burgi Sancti Felicis
et Bononienses Stratae Maioris.

Dante Alighieri, De Vulgari Eloquentia, liber I, cap. IX
” 
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 10/08/2013 alle 13:14:38, in Articoli, visitato 1569 volte)
Cinquanta anni fa era la Bologna del sindaco Giuseppe Dozza, del cardinale Giacomo Lercaro e di padre Olinto Marella che, proprio nel 1963, ricevette il premio "Stella della bontà".
In quell’anno iniziò la sua attività l’Ospedale Maggiore nell’area degli ex Prati di Caprara e presero il via i lavori per la costruzione dell’Ospedale Malpighi, fra via Palagi e via Albertoni, poi completata nel 1967.
Fu avviata la costruzione (conclusa nel 1967) del Palazzo degli Affari in piazza della Costituzione nel nuovo quartiere fieristico.
Il Comune approvò il Piano per l’Edilizia Economica e Popolare (PEEP), lo strumento urbanistico che avrebbe consentito la realizzazione di insediamenti abitativi nella periferia della città. Il 21 giugno fu costituita la Cooperativa Edificatrice Augusto Murri, una delle realtà protagoniste della realizzazione dei Comprensori PEEP: nel corso degli anni ha costruito migliaia di appartamenti non solo a Bologna, ma anche fuori dai confini comunali. Il 26 maggio atterrò all’aeroporto di Bologna, dopo un’ora di volo, il primo aereo della linea Roma- Bologna.
Una solenne cerimonia celebrò il quarto centenario dell’Archiginnasio (che aprì il primo anno accademico il 21 ottobre 1563): parteciparono all’avvenimento il ministro La Malfa, il sindaco Dozza ed il rettore Battaglia. Contemporaneamente il Comune istituì il premio “Archiginnasio d’oro” da assegnare a personalità che si fossero distinte per meriti culturali.
Il 3 novembre 1963 un tram della linea 13 - S. Ruffillo, fra ali di folla grata e plaudente, fece l’ultima corsa. Addio tram! Il Bologna chiuse il campionato al quarto posto in classifica: Nielsen segnò 19 reti e Ezio Pascutti 14.
La città rimase turbata dal “delitto dell’anno”: Ombretta Caleffi, moglie di Carlo Nigrisoli, fu trovata morta nella sua casa, uccisa da una dose di curaro. Era il 14 marzo. Carlo Nigrisoli fu condannato all’ergastolo.
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Il 19 marzo 1893 i bolognesi videro affisso lungo le vie della città un manifesto che annunciava l’avvenuta istituzione anche a Bologna, “al pari delle altre grandi città”, della Camera del Lavoro “istituita dalle Società Operaie della città e provincia di Bologna col concorso del Municipio, della Provincia e della Banca Popolare”, quest’ultima, “creatura” della Società Operaia.
Il manifesto, inoltre, conteneva la convocazione di un’assemblea da tenersi nella Sala dei Notai il 26 marzo, durante la quale sarebbero state illustrate le finalità e le attività della nuova Camera del Lavoro.
Tuttavia, già nel manifesto erano descritti gli scopi della Camera del Lavoro: “organizza gli operai in gruppi d’arte e mestiere, agevola il collocamento ai disoccupati, facilita la conciliazione e la soluzione delle controversie che possono sorgere fra operai e imprenditori riguardo al salario, all’orario ed in genere alle condizioni del lavoro; favorisce ed eccita la formazione ed il progresso di tutte le forme di associazioni di mutuo soccorso e cooperative”. Infine, la Camera del Lavoro si proponeva di promuovere “scuole professionali d’arte e mestieri” e studi e ricerche sui temi del lavoro e della produzione.
La manifestazione nel palazzo dei Notai veniva a sancire ufficialmente la costituzione della Camera del Lavoro che era avvenuta il 22 gennaio dello stesso anno presso la sede della Società Operaia in via Cavaliera, 22 (oggi via Oberdan) dove si erano riunite 25 società di arti e mestieri, operaie e di mutuo soccorso.
Dal 22 gennaio erano poi aumentate le adesioni da parte di altre associazioni, al punto che il manifesto del 19 marzo era sottoscritto da 34 associazioni.
Dal primo giugno 1893 la Camera del Lavoro ebbe come prima sede i locali della Società Operaia di via Cavaliera, 22.
A 120 anni di distanza, il fine di lottare per il lavoro e contro la disoccupazione resta intatto.
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 Marco Poli (del 12/06/2013 alle 16:35:34, in Articoli, visitato 2423 volte)
Venti anni fa moriva Marino Piazza, cantastorie bolognese, che fu protagonista per decenni di un mondo scomparso che aveva come palcoscenico le piazze.
Nacque a Bazzano nel 1909 e già all’età di 18 anni cominciò a frequentare fiere e mercati col fratello Piero.
Dopo il 1936 la sua attività si svolse prevalentemente nella Piazzola di Bologna. E divenne, assieme ai grandi venditori-imbonitori come Giuseppe Ragni e Oreste Biavati, uno dei grandi personaggi della Piazzola. Una delle specialità di Marino Piazza fu quella di recitare filastrocche in rima per raccontare avvenimenti o personaggi del momento: per questo si autodefinì “Piazza Marino poeta contadino”.
A differenza di Ragni e di Biavati, Marino Piazza fu un cantastorie capace di improvvisazioni esilaranti. L’uso del dialetto lo avvicinava ancor più ai frequentatori della Piazzola, alcuni dei quali vi si recavano proprio per assistere alle sue esibizioni, per ascoltare le centinaia di sue canzoni, poesie, zirudelle. Marino Piazza divenne un personaggio e la sua notorietà superò i confini petroniani. Nel 1970 la sua professionalità fu premiata con l’assegnazione del titolo di “Trovatore d’Italia”. Ma intanto la società era cambiata e per campare Marino Piazza si trasformò in commerciante gestendo un banco in Piazzola: ma non rinunciava a recitare le sue filastrocche e a far sentire le sue composizioni musicali, anche tramite dischi e musicassette che vendeva. E’ morto l’8 luglio 1993. Accanto alla lapide che ricorda il grande venditore Oreste Biavati, si dovrebbe collocare quella per ricordare “Piazza Marino poeta contadino” che è rimasto nella memoria di tanti bolognesi che lo conobbero e lo apprezzarono.
E’ stato l’ultimo cantastorie bolognese. Ma va detto che Giuliano Piazza, figlio di Marino, ha sempre mantenuto e mantiene viva la memoria del padre, recitando le sue composizioni in rima e suonando le sue canzoni.
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 Marco Poli (del 12/06/2013 alle 16:33:27, in Articoli, visitato 1872 volte)
A compiere i 250 anni non è solo il teatro Comunale di Bologna, ma anche il teatro di villa Aldrovandi Mazzacorati in via Toscana.
Stiamo parlando di uno dei numerosi “teatrini” privati, costruiti da famiglie nobili per il loro personale divertimento: infatti spesso erano proprio gli aristocratici a recitare testi classici o scritti da loro stessi.
Fra questi, il più famoso fu certamente il marchese Francesco Albergati che scrisse testi teatrali e portò le commedie di Goldoni e di Voltaire nel teatro della sua villa di Zola Predosa.
Ma nel 1763 il conte Gianfrancesco Aldrovandi Marescotti inaugurò il teatro che aveva fatto costruire nella sua grande villa: fu una tragedia di Voltaire, ”Alzira”, recitata dallo stesso Aldrovandi e da altri familiari ed amici, ad inaugurare il delizioso teatro, completato l’anno seguente con la realizzazione delle balconate e con le scene dipinte da Antonio Galli Bibiena.
Fu, quindi, un teatro voluto da un appassionato che scrisse commedie, tradusse opere straniere, recitò egli stesso. Addirittura, per divertire i propri figli, promosse recite con i burattini.
Inoltre, il teatro ebbe una vera e propria programmazione annuale e per assistere agli spettacoli si doveva pagare il biglietto. Alcuni hanno attribuito questo teatro al Bibiena: ma non è così, perché il progetto e la costruzione si debbono allo stesso senatore Aldrovandi coadiuvato dal macchinista Angelo Bentivoglio.
Alla sua morte, il figlio Carlo Filippo non seguì le orme del padre e il teatro fu poco attivo.
Il teatro fu restaurato per la prima volta nel 1937, poi si giovò di interventi manutentivi: il merito di averlo fatto conoscere ai bolognesi va all'“Associazione cultura e arte del ‘700” i cui volontari hanno agevolato le visite del pubblico.
Ora il teatro di villa Mazzacorati è un bene che, a pieno diritto, è entrato a far parte del grande patrimonio artistico della città.
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 Marco Poli (del 12/06/2013 alle 16:29:29, in Articoli , visitato 1116 volte)
Dopo la distruzione del sontuoso palazzo dei Bentivoglio, ordinata da papa Giulio II, i bolognesi chiamarono quell’area “il guasto”, un “vuoto” urbano che rimase tale per oltre 250 anni, fin quando fu deciso di erigere proprio lì il Teatro Comunale, un grande teatro pubblico, costruito con fondi privati.
L’unico teatro pubblico, fino alla costruzione del Comunale, fu quello allestito dal 1581 nel salone del palazzo del Podestà.
Nel XVIII secolo Bologna poteva contare su numerosi teatri, la gran parte dei quali era di proprietà di nobili e aristocratici.
Uno di questi, il teatro Malvezzi, costruito nel 1651 nella residenza dei Malvezzi (oggi, via Belmeloro, 2-4), era un teatro elegante, con 60 palchi e con le scenografie di Francesco Galli Bibiena.
Purtroppo nel 1745 rimase distrutto da un incendio: il capocomico della compagnia che aveva recitato fu accusato dell’incendio e incarcerato; poi, riconosciuta la sua estraneità, fu rilasciato.
L’aristocrazia cittadina, ritenendo che Bologna meritasse un grande teatro come altre città, decise di chiedere un preventivo per la costruzione.
Per non far gravare sulla finanza comunale la somma necessaria (20.000 scudi) il denaro fu raccolto attraverso una sottoscrizione ed altri proventi privati.
Ottenuta l’autorizzazione alla costruzione da papa Benedetto XIV, Prospero Lambertini, nel 1755 fu affidata la progettazione del teatro ad Antonio Galli Bibiena che in breve tempo fornì un modello in legno ancora oggi conservato.
I costi poi lievitarono anche per l’acquisto dell’area, il “guasto”, e fu necessaria una nuova sottoscrizione.
Finalmente, il 14 maggio 1763 il teatro fu inaugurato: l’opera rappresentata (per 28 repliche!) fu “Il trionfo di Clelia”, un testo di Metastasio musicato dal compositore tedesco Christoph Willibald Gluck (1714-1787) su richiesta degli organizzatori bolognesi.
La facciata del teatro fu completata nel 1933.
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 Marco Poli (del 12/06/2013 alle 16:25:54, in Articoli, visitato 2024 volte)
Nacque il 3 ottobre 1848, qualche mese dopo la giornata dell’8 agosto che vide i bolognesi opporsi con successo agli austriaci.
Di famiglia molto religiosa, a 19 anni Alfonso Rubbiani iniziò ad impegnarsi nell’associazionismo cattolico: nel 1870 si arruolò nell’esercito pontificio per difendere Roma dall’attacco dell’esercito italiano.
Nel 1879 fu eletto consigliere e assessore al Comune dI Budrio; lo stesso anno, pur avendo compiuto studi di tutt’altro genere, si avvicinò al mondo del restauro collaborando a quello della chiesa di S. Martino: fu l’inizio della carriera di restauratore “romantico” che si proponeva di ricostruire gli edifici in analogia con lo stile dell’epoca.
Nel 1883, lavorò al castello di S. Martino dei Manzoli a Minerbio e nel 1886 fu il protagonista del restauro della chiesa di San Francesco e delle arche dei Glossatori che gli diede grande notorietà. Nel 1889 Rubbiani fu uno dei fondatori del “Comitato per Bologna Storica e Artistica”, l’associazione che vanta enormi meriti nel restauro di edifici storici.
Nel 1902, quando iniziò l’abbattimento delle mura di Bologna, Rubbiani fu tra i più strenui oppositori assieme a pochi altri intellettuali. Suo fu il restauro di ciò che rimase di porta Maggiore.
Fra i numerosi restauri di cui fu autore spiccano quelli del palazzo della Mercanzia, dell’oratorio di Santo Spirito in via Val d’Aposa, della facciata di S. Domenico, del palazzo dei Notai.
Nel 1910, quando fu deciso l’allargamento delle vie Rizzoli, Orefici e Caprarie, Rubbiani riportò alla luce palazzo Re Enzo. Il restauro finì fra le polemiche. Fu l’ultimo intervento di Rubbiani.
Morì nel 1913 nella sua casa di vicolo dell’Orto, 4.
L’illustre storico dell’arte Aldo Foratti scrisse: “le lodi dei più non evitarono qualche riserva, quando l'idea di ripristinare con eccessiva libertà sopraffece il più storico concetto di salvare le antiche fabbriche”.
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 Marco Poli (del 09/04/2013 alle 21:04:45, in Articoli, visitato 2187 volte)
Fu Giovanni Bolognini, figlio di Francesco, mercante, il primo direttore del Monte di Pietà di Bologna: fu lui, infatti, a scrivere il primo “giornale di cassa” datato 23 aprile 1473, giorno in cui divenne operativo il Monte di Pietà di Bologna.
L’atto fondativo, al quale si giunse a seguito della predicazione del frate francescano minore osservante Michele Carcano, risale al giorno precedente. La prima sede fu all’angolo fra l’attuale via Farini ed il Pavaglione.
I Monti di Pietà nacquero per combattere l’usura ed erogare prestiti su pegno al ceto meno abbiente in temporanea difficoltà. Fino al 1515 non fu applicato alcun tasso d’interesse sui prestiti. In seguito, e fino al 1796, i tassi applicati oscillarono fra il 3 ed il 5 per cento.
Il Monte di Pietà di Bologna ebbe grande successo fra la popolazione al punto che, dopo un secolo di vita, furono istituite quattro filiali a Bologna e quattro nella provincia (Budrio, Castel San Pietro, San Giovanni in Persiceto, Castelbolognese) divenendo ben presto uno dei maggiori istituti di credito italiani.
Nella seconda metà del ‘500, il Monte svolse anche servizi esattoriali e di tesoreria per conto del Comune di Bologna e amministrò il patrimonio di numerose Opere Pie, soprattutto quelle rivolte alla erogazione di una dote per le “zitelle” affinché potessero sposarsi o monacarsi.
Inoltre, alla fine del secolo XVII, il Monte diede vita al Monte della Canapa e al Monte della Seta al fine di finanziare i due settori produttivi più importanti della città, che davano lavoro a 30.000 cittadini. Fu il primo esempio di credito basato sulla anticipazione su merci.
All’arrivo dei francesi a Bologna, nel giugno 1796, il Monte di Bologna fu “spogliato” poiché gli fu imposto di pagare ai francesi, per conto della collettività bolognese, oltre 4.000.000 di lire come “diritto di conquista”. Licenziati i 100 dipendenti, il Monte rimase chiuso fino al 1802. Riaprì con tre dipendenti e riuscì a sopravvivere anche per merito dei numerosi creditori che rinunciarono al loro denaro.
Alla fine dell’800 il Monte aprì nuovamente delle filiali, soprattutto in zone periferiche e povere della città, per venire incontro alle esigenze della clientela: una filiale fu aperta in via del Pratello.
Nel corso del ‘900 il Monte di Bologna continuò la sua costante espansione: nel 1964 assunse la denominazione di Banca del Monte di Bologna e Ravenna avendo assorbito l’Istituto ravennate e quello di Bagnacavallo. Nel 1991 la Banca del Monte di Bologna e Ravenna (1139 dipendenti e 68 filiali) e la Cassa di Risparmio di Modena si fusero dando vita a Carimonte Banca spa.
In quella circostanza nacque la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, istituto non profit con la missione di operare a favore della collettività bolognese e ravennate attraverso il sostegno per la tutela dei beni artistici e culturali e finanziando iniziative di carattere sociale a beneficio dei cittadini.
In seguito si ebbe la fusione con il Credito Romagnolo (Rolo Banca 1473) ed infine l’aggregazione all’interno del nuovo soggetto Unicredit. A 540 anni di distanza, degli oltre 100 Monti di pietà fondati a partire dalla metà del ‘400, non ne esistono quasi più dopo le fusioni avvenute a partire dagli anni ’90 del secolo scorso.
Lo stesso Monte dei Paschi di Siena, oggi protagonista delle cronache, non fu un Monte di pietà fondato dai francescani; si chiamò Monte Pio e nacque in polemica con la visione francescana. Basti pensare che ai prestiti veniva applicato il tasso del 7,50%.
Al contrario, i Monti di pietà non solo diedero vita a un prestito al consumo prima senza interessi poi a tassi ridotti, ma “inventarono” nuovi modelli organizzativi e strutture amministrative. Combatterono l’usura e divennero un avamposto di speranze e di certezze consentendo a tanti uomini di passare dal pessimismo dei bisogni e dell’indigenza, all’ottimismo dei desideri possibili.
Se tante persone hanno potuto abbandonare il terrore della scarsità per ottenere la serenità del necessario è anche merito dei Monti di Pietà, che hanno rappresentato una secolare presenza rassicurante.
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 Marco Poli (del 31/03/2013 alle 20:46:11, in Articoli, visitato 1123 volte)
Il 17 agosto 1740 si concluse il conclave che elesse pontefice il bolognese Prospero Lambertini, che assunse il nome di Benedetto XIV. Fu un lungo e sofferto conclave che si protrasse per ben sei mesi e che vide contrapposti dei veri e propri partiti con propri candidati. Il partito più forte e numeroso era quello dei Borboni, mentre l’alleanza fra francesi e austriaci costituiva l’altro partito. Il candidato del partito dei Borboni fu il bolognese Pompeo Aldrovandi che sfiorò il pontificato per soli due voti. Nell’agosto del 1740 riemerse la candidatura del nostro Prospero Lambertini, che fu premiata dall’unanimità dei voti. In omaggio e come in segno di riconoscenza verso il papa che lo aveva nominato cardinale, cioè Benedetto XIII, Lambertini decise di assumere il nome di Benedetto XIV. Ma come reagì a questa inattesa elezione? Ben consapevole del peso enorme e dei rischi rappresentati dal pontificato disse di invidiare i primi papi che potevano dedicarsi interamente alla missione religiosa, mentre lui era anche capo di uno Stato, quello Pontificio. E ciò lo faceva sentire in bilico verso il Purgatorio… C’è una lettera, che inviò dopo la sua elezione al marchese Paolo Magnani, suo amico bolognese, che è rivelatrice del suo stato d’animo. Dopo aver ribadito di non aver mai cercato questa elezione e di aver operato addirittura per scongiurarla, definì il Conclave “una commedia composta di tre atti. Il primo dei quali si fa dagli uomini, il secondo dal demonio, il terzo da Dio”. A proposito della sua elezione ammise che con essa “accettava il Purgatorio in questo mondo per avere l’Inferno in quell’altro”; ma che, ritenendo grave far prolungare il conclave di altri sei mesi lasciando la chiesa senza pastore, si era affidato alla volontà di Dio. Infine scrisse che avrebbe sempre avuto Bologna nel cuore: “abbiamo mutato vestito, ma non abbiamo mutato il cuore”.
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 Marco Poli (del 11/02/2013 alle 19:18:06, in Articoli, visitato 1637 volte)
C’è stato un tempo - non tanto lontano - in cui ai passeggeri degli aerei in partenza da Bologna veniva offerto un piatto di tagliatelle... e non quei vassoi di pochi centimetri quadrati in cui sono offerte piccole confezioni di tutto (e di niente). Erano gli anni 70 del secolo scorso e Nonno Rossi aveva vinto la gara per fornire il “catering” con cibi nostrani ad alcune compagnie aeree. Beati loro.
E fino all’inizio di questo secolo il ristorante Nonno Rossi ha continuato a fornire il “Catering” aeroportuale secondo le regole in vigore, ma mantenendo il marchio di bolognesità ai suoi cibi. La storia degli 80 anni di attività del ristorante Nonno Rossi corre parallela a quella dei voli aerei e dell’aeroporto di Bologna. Nonno Rossi si chiamava Mario Rossi e fu pilota di aerei nel corso della prima guerra mondiale: avendo anche la passione per la cucina, divenne responsabile della mensa ufficiali.
Nel 1933 ebbe l’idea di creare un punto di ristoro agli ufficiali dell’aviazione quando l’aeroporto (che si chiamava “Fausto Pesci”), si trasferì dai Prati di Caprara (dove poi si insediò l’Ospedale Maggiore) a Borgo Panigale. Acquisita una tipica villa di campagna ottocentesca, villa Marisa, l’attività di “mensa” si sviluppò prendendo le forme di un vero e proprio ristorante. L’impresa non avrebbe avuto fortuna e futuro senza la collaborazione della famiglia: la figlia, a cui Mario Rossi diede il nome originalissimo di Arsacea, il genero e poi via via fino alla quarta generazione.
Il ristorante divenne punto di riferimento per riunioni di associazioni, feste aziendali e private. Mario Rossi, nominato Cavaliere del lavoro nel 1961, assieme alla sua famiglia continuò a lavorare nel suo ristorante fino alla morte avvenuta nel 1982.
Solo nel 2011 la famiglia ha deciso di ritirarsi e di cedere l’attività che sta proseguendo senza tradire i menù e la politica aziendale tradizionali.
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 Marco Poli (del 31/01/2013 alle 19:39:43, in Articoli, visitato 1698 volte)
L’assessore alla mobilità del Comune di Bologna ha affermato che le piazze Aldrovandi, Malpighi e San Francesco “sono vissute dai cittadini come strade e non come piazze”. Ma non sarà perché sono proprio vie e non piazze? Fino a 150 anni fa la via più larga e prestigiosa di Bologna era via Clavature: da lì, nel 1530, passò il corteo imperiale di Carlo V per raggiungere il palazzo pubblico e San Petronio. Era plausibile, quindi, che luoghi come quelli oggi intitolati ad Aldrovandi, Malpighi e San Francesco potessero apparire come piazze. Tuttavia le prime due erano il fossato che cingeva le mura del Mille: furono riempite, selciate e denominate “seliciate” di strada Maggiore e di San Francesco. La denominazione di piazza fu attribuita solo nel 1874 e nel 1877 dalla commissione toponomastica del Comune. I bolognesi tuttavia, specialmente dopo il 1877, quando vi fu collocata parte dei banchi del mercato “sfrattati” da piazza Maggiore, hanno sempre considerato piazza Aldrovandi come un tratto della circonvallazione della cerchia del Mille. Le città, nella loro storia, a volte hanno assunto strane decisioni: Aldrovandi e Malpighi sono utilizzate come strade (non più larghe di altre vie cittadine) ma vengono definite piazze, mentre quella che sarebbe sacrosanto denominare piazza Santo Stefano, secondo la toponomastica è via Santo Stefano. Resta il fatto che per i cittadini la piazza è una realtà urbana con caratteristiche ben precise: ampia, di forma circolare o rettangolare, con una cornice di edifici prestigiosi dal punto di vista architettonico: caratteristiche che non si rintracciano nelle due piazze Aldrovandi e Malpighi che invece sono simili a vie di scorrimento. Poi, se si vuole pedonalizzare queste piazze, e spendere milioni di euro per renderle più “gradevoli”, lo si faccia senza tante scuse culturali: basta non aspettarsi che frotte di turisti vadano a visitarle.
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