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 Il sito web... di Marco Poli
 
et discrepant in loquendo
Bononienses Burgi Sancti Felicis
et Bononienses Stratae Maioris.

Dante Alighieri, De Vulgari Eloquentia, liber I, cap. IX
” 
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 22/01/2013 alle 08:56:31, in Articoli, visitato 1558 volte)
I giornali, nel dare notizia del crollo di parte del portico che va dal Meloncello verso la Certosa, lo hanno chiamato “portico dello Stadio”. In realtà quel portico nacque oltre un secolo prima dello stadio (1926) allo scopo di collegare il portico di S. Luca con la Certosa divenuta cimitero comunale dal 1801, al tempo dei francesi a Bologna. Il portico fu costruito grazie alla generosità di cittadini e corporazioni di arti e mestieri: la prima pietra fu posta il 16 settembre 1811 ma ci vollero venti anni per realizzare i 130 archi per una lunghezza di 600 metri. Nel frattempo un anonimo benefattore fece testamento davanti il notaio Antonio Guidi, destinando una somma per costruire un arco monumentale, in continuità coi portici, all’altezza di via S. Isaia (oggi, via A.Costa). Nel 1818 questo arco, simile ad una porta cittadina, era terminato e fu chiamato “Arco Guidi”: non potendo utilizzare il nome del benefattore fu usato quello del notaio! Mancava, però, il denaro per costruire l’ultimo tratto porticato verso la Certosa; fin quando giunse la notizia della donazione del prof. Luigi Valeriani che, oltre al denaro per creare una scuola tecnica, volle finanziare il completamento del portico affinché la gente arrivasse all’ingresso della Certosa “a piedi e testa asciutti se ben anco diluviasse”. All’altezza degli archi n. 66-67 (dove oggi sorge la Torre di Maratona), l’8 agosto 1849 gli austriaci fucilarono il prete barnabita Ugo Bassi, cappellano di Garibaldi, e il capitano Giovanni Livraghi. Nel 1870, dietro al portico dove poi fu costruito lo stadio, fu realizzato uno spazio per il tiro al piccione, poi nel 1885 vi fu istituito il primo tiro a segno. Fra il 1930-34 furono abbattuti alcuni archi di portico e l’Arco Guidi per ragioni di traffico e viabilità allargando così l’asse stradale. Nel 1945 furono murati gli occhi del portico per dare alloggio ai senza casa.
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 Marco Poli (del 16/12/2012 alle 23:01:39, in Articoli, visitato 1530 volte)
Una delle tante modalità che la (macabra) fantasia umana ha inventato per dare la pena di morte, fu quella di rinchiudere il condannato in una piccola gabbia di ferro... che veniva appesa ad un edificio importante, in modo da esporlo alla vista della gente. A Bologna questa modalità fu utilizzata, seppur non frequentemente, per circa tre secoli, dalla seconda metà del XIII secolo alla metà del XVI secolo. La gabbia era collocata sul fianco orientale della torre Asinelli, quello che dà su Strada Maggiore, ad una ventina di metri d’altezza dal suolo, ma anche sul palazzo del Podestà. I condannati a questa pena erano per lo più preti e religiosi colpevoli di un grave crimine. Un’antica cronaca afferma che nel 1311 il Podestà di Bologna decise di far appendere all’angolo del palazzo del Podestà una gabbia di ferro destinata ai preti "ribaldi": a inaugurare la gabbia fu frate Ugolino del convento di Santo Stefano. Un altro prete rinchiuso nella gabbia appesa alla torre Asinelli era stato dichiarato colpevole di aver ucciso “con un coltello da pane” un sacerdote suo concorrente al rettorato di una parrocchia. Stette rinchiuso 49 giorni prima di morire. Nel 1386 la gabbia toccò al priore del convento di S. Maria degli Angeli di via S. Mamolo accusato di congiura politica: secondo la cronaca, il religioso rimase nella gabbia ben 96 giorni prima di cedere alla morte: scrisse il cronista che “non aveva altro che la pelle e l’ossa” Nel 1387 un prete fu messo nella gabbia dell’Asinelli e nel 1395 un altro nella gabbia in piazza Maggiore. Anche alcuni laici furono chiusi nella gabbia: per qualcuno si trattò solo di una breve permanenza in attesa della forca o della decapitazione. Inutile dire che tante persone curiose si recavano ogni giorno sotto la torre per osservare le condizioni del condannato. Anche la “gabbia dei preti” fa parte dei nove secoli di storia della torre Asinelli.
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 Marco Poli (del 18/11/2012 alle 13:54:39, in Articoli , visitato 1367 volte)
Per secoli Bologna fu governata da un Cardinale nominato e delegato dal Papa: il cardinale legato di solito, non metteva piede in città e inviava un vice legato anch’esso vescovo o cardinale, col titolo di governatore. Solo una volta accadde che il governatore di Bologna non fosse un prelato: ciò avvenne fra il 1531 ed il 1534 quando fu nominato Francesco Guicciardini, il grande scrittore, storico e politico. Papa Clemente VII nominò legato di Bologna il cardinale Innocenzo Cybo e vice legato, cioè governatore, Francesco Guicciardini che fu il primo e unico laico a ricoprire questo incarico. Guicciardini, dopo aver conseguito la laurea in diritto a Pisa, si dedicò all’attività forense e a quella politica di pubblico amministratore. I Medici non gli diedero incarichi a Firenze (come, invece, accadde per Nicolò Machiavelli), ma Guicciardini fu nominato governatore di Modena, di Parma, di Reggio Emilia e della Romagna. Quando gli fu offerto il ruolo di governatore di Bologna, Guicciardini ebbe perplessità: Bologna era ritenuta città non facile da amministrare e dal costo della vita elevato; il suo incarico imponeva collaboratori, eleganza di abbigliamento e una adeguata abitazione per accogliere anche la moglie e le due figlie che avrebbe portato con se. Fatte le opportune riflessioni, il 13 gennaio 1531, accettò l’incarico: giunse in città il 22 giugno fra la diffidenza dei bolognesi che lo consideravano “molto terribile”. Guicciardini svolse l’incarico con grande impegno, senza cedere in indulgenze: mantenne l’ordine pubblico, frenò le fazioni dei Pepoli e dei Malvezzi, fece disarmare i “bravi” al servizio dei potenti, sventò un attentato alla sua persona, organizzò il secondo incontro a Bologna fra papa Clemente VII e Carlo V. Apprezzò la cucina bolognese. Decise di dimettersi quando morì Clemente VII e fu eletto papa Paolo III: il 24 novembre 1534 lasciò Bologna.
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 Marco Poli (del 15/10/2012 alle 14:20:45, in Articoli, visitato 3524 volte)
Di Zama, primo Vescovo di Bologna, si sa solo che visse attorno al 300, a cavallo fra le persecuzioni di Diocleziano e i decreti di Costantino; a ricordarlo c’è una cripta a lui intitolata che si trova in via dell’Abbadia. Lì, infatti, dove sorgeva l’antico insediamento (chiesa e monastero) intitolato ai santi Nàbore e Felice, fu seppellito assieme ai primi vescovi della città. Addirittura, una corrente storica sostenne – ma senza fondamento storico- che quella fu la prima Cattedrale di Bologna proprio perché ospitava la sepoltura dei primi vescovi. Nel 1586, l’arcivescovo Gabriele Paleotti dispose la traslazione dei corpi dei vescovi Zama e Faustiniano nella Cattedrale di S. Pietro, ove ancor oggi sono conservati, mentre l’arca che li conteneva fu collocata nel complesso di S. Stefano, davanti alla chiesa del Santo Sepolcro. San Zama con gli altri vescovi santi della chiesa bolognese è ricordato il 28 settembre. Furono i monaci benedettini a ricostruire la chiesa in stile romanico, così come la cripta sottostante da essi costruita utilizzando molti materiali “riciclati”, cioè colonne e capitelli di varia epoca (a partire dal VI secolo) e di vario stile. In seguito la cripta fu ristrutturata dalle monache clarisse che le diedero l’aspetto odierno, con tre navate, collocandovi un altare e cinque edicole devozionali e creando una scala d’accesso che conduceva nella cripta, sotto il pavimento della chiesa. Le decorazioni pittoriche superstiti risalgono al XVI secolo. La cripta si presenta, ancora oggi, come un luogo sacro a se stante, separato dalla chiesa, pieno di fascino e di spiritualità. Purtroppo, la cripta di San Zama, che fa parte del complesso che dipende dal Comando Militare dell’Esercito italiano in Emilia Romagna, non è visitabile. Perché sottrarre alla cittadinanza, alla cultura e alla religiosità bolognese, una importante e ultramillenario luogo della città?
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 Marco Poli (del 01/10/2012 alle 00:56:44, in Articoli, visitato 1028 volte)
Su problemi sociali, anche piccoli, è ormai consuetudine “aprire un dibattito” o – come si usa dire - “un tavolo”: si convocano le “parti sociali”, si ascoltano le opinioni dei partiti e, in certi casi, del pedagogista, dello psicologo e del sacerdote. Al termine di questa laica “via crucis”, spesso il problema è scomparso: in caso contrario viene affrontato d’autorità senza tener conto delle opinioni espresse. Se c’è un problema di disturbo della quiete pubblica, o una questione di arredo urbano, ovvero se molti cittadini lamentano che il sabato non possono andare a comprare un prosciutto da Simoni o Tamburini perché dovrebbero portarlo a piedi fino in via Lame, l’amministrazione, sentite le lagnanze, dovrebbe decidere in tempi brevi. Invece, in omaggio a una finzione di ascolto democratico, si prolungano i tempi delle decisioni: tanto poi la gente si abitua o si dimentica. Faccio un esempio su un fatto di 25 anni fa che mi riguarda direttamente. Un bambino si punse con una siringa abbandonata nel giardino di una scuola e scattò il giusto allarme dei genitori che chiesero la tutela igienica degli spazi scolastici. Ero io l’assessore all’ambiente del Comune di Bologna e affrontai il problema coi miei pochi collaboratori, fra cui il dottor Edoardo Vaccari, capo del servizio del verde pubblico. Mentre si tenevano dibattiti sui temi della droga e tavole rotonde fra “buonisti” e “duri” sull’opportunità o meno di reprimere, Vaccari e io ci ponemmo un solo problema: come tutelare i bambini. La risposta fu: raccogliamo le siringhe. In breve tempo e con poca spesa acquistammo dei contenitori di plastica, dei guanti e delle molle prensili e nel giro di poche settimane i giardinieri raccolsero migliaia di siringhe. Il mio operato fu accolto dai massimalisti con sorrisini di compatimento: questa non è lotta alla droga! Infatti, fu tutela dei bambini. Ne fui (e sono) fiero.
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 Marco Poli (del 09/09/2012 alle 21:30:09, in articoli , visitato 2930 volte)
L’origine toponomastica di via della Battaglia e di via della Bastia, strade dell’ex Quartiere San Ruffillo, risale ad un avvenimento di grande rilievo per la storia di Bologna; ma non tutti sanno a quale battaglia si fa riferimento e cosa fosse la bastia cui è intitolata la strada.
Ma come si giunse a questa battaglia? Dopo la fine della signorìa di Taddeo Pepoli (1347), i figli Giovanni e Giacomo si trovarono nella condizione di dover cedere la città di Bologna al Signore di Milano, l’Arcivescovo Giovanni Visconti il quale nominò Giovanni da Oleggio come suo luogotenente; ma, dopo alcuni anni, questi si fece nominare Signore di Bologna suscitando le ire dei Visconti che decisero di inviare le proprie truppe per riprendersi la città.
Giovanni da Oleggio, resosi conto del pericolo che correva, nel 1360 venne a patti con la Chiesa e cedette Bologna al Legato Pontificio Egidio Albornoz che gli garantì denaro e incolumità. Ciò non modificò le decisioni dei Visconti che, nel 1361, fecero marciare l’esercito verso Bologna.
Albornoz, a sua volta, rinforzò l’esercito pontificio assoldando mercenari stranieri. Intanto le truppe del Visconti si erano accampate a San Ruffillo realizzandovi una bastia, cioè un luogo fortificato. La sanguinosa battaglia avvenne il 20 giugno 1361 nella zona compresa fra il ponte sul fiume Savena e la località chiamata “Bastia”, termine recuperato nella toponomastica nel 1934 con l’intitolazione di “via della Bastia”.
Vinsero i bolognesi ponendo fine alla dominazione dei Visconti di Milano. I morti furono 700, di cui 200 bolognesi, mentre i prigionieri dell’esercitò visconteo furono 900. La pace definitiva giunse solo nel 1364 e sancì la supremazia su Bologna del governo pontificio.
Il comune di Bologna decise di celebrare la vittoria il 20 giugno di ogni anno con un palio che si correva dall’attuale Villa Mazzacorati fino a piazza Santo Stefano.
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 Marco Poli (del 05/09/2012 alle 21:32:14, in Articoli, visitato 1660 volte)
Molti bolognesi lo chiamano “San Rafél”, come se si trattasse di San Raffaele, equivoco nel quale caddero anche nei secoli precedenti; invece il Santo si chiama Ruffillo e una vasta zona di Bologna (già Quartiere) prende il nome da questo Santo, cui è intitolata una ultra millenaria chiesa che esiste nonostante le numerose vicissitudini, ultima delle quali il bombardamento del 12 ottobre 1944 che la distrusse. Fu ricostruita e dal 1956 riprese in pieno le funzioni di parrocchia e realizzò accanto anche un cinema e un asilo. Ma chi era questo Santo che si chiamava Ruffillo? Secondo la tradizione, nacque ad Atene nel 292. Nel 330 papa Silvestro lo consacrò vescovo e gli affidò la cura della città di Forlimpopoli di cui divenne il primo vescovo e dove operò fino alla morte giunta, all’età di 90 anni, il 18 luglio dell’anno 382. La leggenda narra che il vescovo Ruffillo assieme al vescovo di Forlì Mercuriale combatterono contro un terribile drago che si era insediato a Forlimpopoli e che minacciava i cittadini. Ma i due vescovi ingaggiarono una strenua lotta ed ebbero il sopravvento: uccisero il drago e lo gettarono in un pozzo profondo fra la gioia della popolazione che iniziò a considerarli e venerarli come Santi. E’ evidente che la leggenda, assai efficace per l’epoca, intendesse nascondere un secondo e più credibile significato, cioè quello della lotta dei vescovi contro il mostro rappresentato dalla idolatria e dal paganesimo assai diffusi anche nelle campagne della Romagna. Furono i monaci benedettini di S. Stefano, proprietari di vaste aree nella zona, ad erigere la prima chiesetta intitolata a Ruffillo: di questa prima chiesa si ha documentazione dall’anno 996. Il culto di San Ruffillo fu assai diffuso nelle città della Romagna e continua ad esserlo nella città di Forlimpopoli di cui è patrono e dove, nella Basilica a lui intitolata, sono conservate le sue spoglie.
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 Marco Poli (del 23/08/2012 alle 10:46:11, in Articoli, visitato 1180 volte)
Dal 1116, quando ebbe origine il Comune di Bologna, prese avvio anche una fase di sviluppo economico che nell’arco di 150 anni avrebbe portato Bologna ad essere una delle prime città d’Europa.
Nel 1116 Bologna era una città di poche migliaia di abitanti, ma nella seconda metà del Duecento aveva già superato quota 50.000, al punto che fu necessario ampliare lo spazio urbano per ben due volte: mezzo secolo dopo aver costruito la cerchia del Mille, fu deciso di realizzare una terza cerchia che avrebbe racchiuso un’area di 418 ettari con un’espansione quasi quadruplicata rispetto alla precedente.
Questo fortissimo incremento demografico fu dovuto, soprattutto, all’ingresso non clandestino, bensì voluto e ricercato, di immigrati da altre città. Ad esempio, nel 1230 il Comune predispose un bando per attirare lavoratori ed imprenditori del settore tessile: in esso si prometteva la concessione di un prestito di lire 50 a tasso zero rimborsabile in 5 anni, l’alloggio gratuito per 8 anni, la licenza di commercio al minuto della merce prodotta da loro stessi, un contributo in denaro per poter acquistare gli attrezzi da lavoro, l’esenzione da ogni imposta per la durata di 15 anni; le uniche condizioni richieste erano quelle di svolgere il servizio militare qualora necessario e di abitare a Bologna per almeno 20 anni. L’esito fu positivo in quanto si trasferirono a Bologna ben 150 famiglie.
Furono diverse le iniziative di questo tipo e non deve stupire se si formarono la compagnia dei Lombardi e quella dei Toschi che aggregavano oltre 1000 associati. Ancora oggi, basta consultare l’elenco telefonico degli abbonati di Bologna per scoprire una quantità di cognomi che rivelano la città d’origine delle persone: Veronesi, Mantovani, Lombardi, Toschi, Milanesi, Ferraresi, Fiorentini, Genovesi, Cremonini, Bresciani, Reggiani, Romagnoli, Romani… : erano questi gli immigrati di otto secoli fa.
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 Marco Poli (del 23/08/2012 alle 10:44:19, in Articoli, visitato 1698 volte)
Questo giornale, nei giorni scorsi, ha pubblicato un articolo nel quale rilanciava l’allarme sul degrado della Fontana di Trevi a Roma. Il Sindaco di Roma ha rivolto un appello ai privati per trovare i fondi necessari per la ristrutturazione, come nel caso del Colosseo.
Come è noto fu papa Clemente XII ad avviare, nel 1732, i lavori per la costruzione della Fontana, ultima grande opera monumentale in stile barocco non di carattere religioso, bensì laico. Il progetto fu affidato a Nicolò Salvi e l’ingente spesa fu finanziata coi proventi del gioco del lotto.
Nel 1735 papa Clemente XII volle inaugurare la Fontana anche se i lavori non erano terminati. Papa Benedetto XIV, al secolo il nostro Prospero Lambertini, che dal 1740 fu il successore di Clemente XII, da attento amministratore delle finanze vaticane, visti i costi sempre crescenti dell’opera, volle vederci chiaro e solo dopo aver ridotto la spesa, nel 1742, fece riprendere i lavori. Dispose l’aumento della portata dell’acqua e la realizzazione delle numerose sculture che incorniciano la Fontana.
Nel 1744, papa Lambertini inaugurò l’opera anche se alcune parti non erano completate; cosa che avvenne solo nel 1762 da parte del nuovo pontefice Clemente XIII che, quindi, celebrò la terza e definitiva inaugurazione della quale cade quest’anno il 250°. Sulla facciata della fontana vi è una lapide ed una scritta: la lapide ricorda il ruolo fondamentale di papa Clemente XII, mentre la scritta a grandi caratteri ricorda che papa Benedetto XIV perfezionò e completò l’opera. Un dipinto di Antonio Paolo Panini, conservato al Museo Puskin di Mosca, raffigura papa Benedetto XIV che si reca ad inaugurare la Fontana di Trevi. Papa Lambertini, lasciò un segno indelebile nella cultura della città eterna: tutelò il Colosseo, restaurò San Pietro, il Pantheon, Castel S. Angelo e S. Maria Maggiore, arricchì biblioteche e i Musei capitolini.
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 Marco Poli (del 23/08/2012 alle 10:42:29, in Articoli, visitato 1058 volte)
Il 6 luglio la riviera adriatica è stata invasa per partecipare alla “notte rosa”; a Bologna si organizzano “notti bianche”, anche circoscritte ad una sola via. Sono iniziative che attirano molte persone, frammenti di carnevale fuori stagione che fanno dimenticare per qualche ora la disoccupazione, la prima rata dell’IMU già pagata e le prossime tasse da pagare.
Ma la prima notte “colorata” nacque 73 anni fa, nel 1939, prima che l’Italia entrasse in guerra, mentre era attivo, dal 23 agosto di quell’anno, il patto fra Hitler e Stalin che consentì loro di dividersi la Polonia e di conquistare parti della Finlandia, la Norvegia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Danimarca…
L’Italia di Mussolini, per tenersi pronta alla probabile entrata in guerra, avviò varie iniziative “educative e autarchiche”. A Bologna, i cittadini, obbedienti alle direttive del Duce, si adeguarono: qualcuno acquistò le maschere antigas consigliate, altri rafforzarono le cantine da usare come rifugi, i gerarchi lasciarono in garage le automobili e si fecero vedere in bicicletta. Tornarono di moda i fiacres e si donò il "ferro alla Patria”. Molti fascisti si proposero come volontari per seminare a grano parti dei Giardini Margherita, piccole aiuole e giardinetti pubblici. Gli “orti di guerra” sorsero pure nei giardini privati e addirittura in casa si mettevano a dimora piante di verdura di vario genere. Ma siccome il pericolo maggiore sarebbe venuto dal cielo, si fecero esercitazioni di oscuramento della città: nelle case del fascio si distribuivano coperchi da applicare sui fanali delle biciclette, mentre bisognava rivestire i vetri delle finestre con carta azzurra in modo da oscurare le luci di casa.
Fu così che la notte fra il 30 e il 31 agosto 1939 fu chiamata “notte azzurra” per il colore della carta applicata ai vetri delle finestre. E allora, evviva le “notti rosa” e le “notti bianche”!
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