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 Il sito web... di Marco Poli
 
gli ho detto che nel centro di Bologna
non si perde neanche un bambino...

Lucio Dalla, Disperato erotico stomp
” 
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 23/08/2012 alle 10:40:15, in Articoli, visitato 1195 volte)
Più volte ho scritto a proposito del nostro grande concittadino Prospero Lambertini, Arcivescovo di Bologna dal 1731 al 1740 e poi Pontefice col nome di Benedetto XIV. Ma le iniziative e l’operato di Lambertini sono tali e tante che consentono di scrivere ancora altre puntate di questa rubrica.
Oggi parliamo di buona manutenzione del patrimonio artistico e architettonico e delle direttive che, sul tema, l’Arcivescovo diede ai suoi parroci. Lambertini, oltre ad aver ristrutturato la Cattedrale di S. Pietro e l’Arcivescovado ed aver costruito il Seminario (oggi hotel Baglioni), aveva risanato molte chiese della diocesi; ciononostante, il Cardinale era ben consapevole che i restauri da effettuare sull’ingente patrimonio ecclesiastico rimanevano ancora numerosi (“siamo ancora nel mare e non vediamo il porto”).
Di fronte ai tanti parroci che gli chiedevano fondi per sistemare le loro chiese, Lambertini decise di emanare delle direttive in proposito. Dispose che era dovere dei parroci essere vigili senza trascurare il benché minimo problema intervenendo immediatamente (“scoperto il difetto, rimediarvi”). Così facendo il costo dei restauri sarebbe stato sopportabile: “e così, il parroco, con qualche poco del suo e con le elemosine dei parrocchiani, fa ogni necessario riparo”. In sostanza, sosteneva l’Arcivescovo, rinviando l’intervento si sarebbe aggravato il danno con la conseguenza di far lievitare i costi. E concluse: ai parroci che non si attenevano a questa direttiva lasciando andare “in rovina” la chiesa, la canonica e le suppellettili sacre, sarebbero stati sequestrati i beni personali e poi venduti; e col denaro ricavato si sarebbe proceduto ai restauri.
Una lezione per gli amministratori pubblici di oggi che attendono tempi lunghissimi prima di effettuare i restauri, piccoli o grandi, provocando un degrado irreversibile e di conseguenza un enorme aumento della spesa.
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 Marco Poli (del 19/06/2012 alle 17:52:41, in Articoli, visitato 1436 volte)
Scrive il cronista Fileno dalla Tuata: “Il 27 giugno 1409 a suono di trombe e di campane fu pubblicato a Bologna come il giorno 26 dello stesso mese era stato creato Papa nel Concilio di Pisa Alessandro V, cardinale di Milano, che si chiamava Piero di Candia, frate di San Francesco; e fu eletto di comune consenso da tutti i cardinali del Concilio, così ultramontani come citramontani. E così, in questo tempo, regnavano per il mondo tre Papi, cioè due citramontani e uno ultramontano”.
Infatti erano ben tre i Papi che, contemporaneamente, sostenevano di essere i veri rappresentanti della Chiesa: Alessandro V, Benedetto XIII e Gregorio XII.
Dopo l’elezione, Alessandro V lasciò Pisa dove si stava diffondendo la peste e si recò a Pistoia per poi spostarsi a Bologna accogliendo l’invito di Baldassarre Cossa, Legato di Bologna.
Giunto il a Bologna il 6 gennaio 1410, alloggiò nel convento dei Crociali o Crociferi in via Emilia Levante; ma visse pochi mesi, fino al 3 maggio successivo, giorno in cui morì. Secondo Fileno dalla Tuata fu lo stesso Baldassarre Cossa ad avvelenare Alessandro V ed il suo medico. Cosa assai dubbia.
Alla morte di Alessandro V, Baldassarre Cossa decise di indire il Conclave a Bologna, nel palazzo del Podestà.
I cardinali presenti erano 17 e al terzo giorno, il 17 maggio 1410, fu eletto papa Baldassarre Cossa che assunse il nome di Giovanni XXIII. Il Cossa si affrettò a farsi ordinare prete (24 maggio) e il giorno seguente fu consacrato vescovo. Ma la sua elezione fu contestata e fu deposto nel 1415. Morì a Firenze nel 1418.
La Chiesa per cinque secoli considerò papi sia Gregorio XII, sia Alessandro V; ma non Giovanni XXIII, il cui nome fu assunto da papa Roncalli.
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 Marco Poli (del 19/06/2012 alle 17:46:37, in Articoli, visitato 4070 volte)
L'anno 1176 rappresentò una svolta nella storia di Bologna: nel maggio si era svolta la battaglia di Legnano contro Federico Barbarossa con la vittoria della Lega Lombarda, cui aderiva Bologna; rassicurati dalla sconfitta dell’imperatore, i bolognesi decisero sia la costruzione della seconda cerchia detta "dei Torresotti" o “del Mille”, sia la canalizzazione delle acque del Savena verso Bologna.
Con la crescita demografica della città cresceva il numero delle bocche da sfamare: occorreva più frumento per produrre più pane, e dunque c’era bisogno dell’energia prodotta dalle acque per muovere le macine dei mulini da grano. Nell’arco di pochi decenni Bologna si procurò una grande quantità di acque canalizzando prima quelle del Savena (chiusa di S. Ruffillo), poi quelle del Reno (chiusa di Casalecchio). In poco più di un secolo le scarse acque del canale di Savena alimentarono circa 30 mulini da grano.
Tuttavia fra quei mulini non vi era il Mulino Parisio, del quale si ha notizia solo a partire dal Seicento. Era un mulino che funzionava in virtù delle acque del canale Savena che scorreva a quattro metri di profondità. Nel XIX secolo ha funzionato anche come mulino da riso. Di proprietà della famiglia Rosa, passò alla famiglia Bandiera dopo l’inizio del ‘900 per poi essere acquisito da Miglioli nel 1943 che macinò grano fino al 1979 anno in cui cedette il complesso alla signora Maria Enza Gambetti, l’ultima proprietaria, che chiuse l’attività del Mulino Parisio nel non lontano 1983.
Nell’immobile si insediò una banca. E la ciminiera? Sappiamo che a fine ‘800 il mulino era dotato di due turbine e due macine ed era alimentato da macchine a vapore: ciò spiega la costruzione della ciminiera che, quindi, è poco più che centenaria, simile a quella della ditta Calzoni che svettava in via Boldrini.
L'11 giugno 2012, dopo oltre un secolo, la ciminiera è stata tagliata: ora, passando davanti all'ex Mulino, più che la farina ci verrà in mente il terremoto. Tuttavia, nella toponomastica del cuore, quella non scritta se non nell'esperienza dei cittadini, quella località rimarrà sempre il Mulino Parisio.
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 Marco Poli (del 30/05/2012 alle 09:45:26, in Articoli, visitato 1472 volte)
Il cardinale Prospero Lambertini, arcivescovo di Bologna, era convinto che il clero bolognese avesse bisogno di una continua “formazione professionale”: solo frequentando “corsi di aggiornamento” si sarebbe risolta questa situazione che allarmava il cardinale. Ma occorrevano bravi teologi ed un seminario.
Perciò decise di acquistare l’area prospiciente la Cattedrale di S. Pietro dove sorgevano antichi edifici. Furono abbattuti e, su progetto di Alfonso Torreggiani, fu avviata la costruzione del seminario, che si concluse nel 1751 quando il cardinale Lambertini era già diventato Papa. Nel 1772 fu costruito il portico antistante che ridusse ulteriormente l’estensione della piazza S. Pietro trasformandola in una strada.
Nel 1911 il palazzo fu acquistato dal torinese Guido Baglioni che già possedeva un hotel a Bologna dove poi si insediò il Banco di Roma: all’ex seminario di via Indipendenza furono apportate le necessarie modifiche fra cui l’innalzamento di un piano, e divenne l’Hotel Baglioni, il più prestigioso albergo bolognese: oltre all’eleganza degli ambienti, al piano nobile vi è il ciclo di affreschi dei Carracci (“Storia di Europa” e “Storie di Giasone”), mentre nei locali sotterranei si possono vedere reperti romani.
Durante la seconda guerra mondiale, il Baglioni fu scelto come quartier generale del comando nazista: un esplosivo collocato dai partigiani provocò gravi danni alla facciata e all’edificio.
Al Baglioni hanno soggiornato i reali d’Italia, l’ultimo zar di Russia e Diana d’Inghilterra, i grandi divi dello spettacolo come Clark Gable, Ava Gardner, Brigitte Bardot, Humphrey Bogart, Federico Fellini, Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Beniamino Gigli, Louis Amstrong, Vittorio De Sica.
Anche se oggi si chiama Grand Hotel Majestic, i bolognesi amano chiamarlo ancora “il Baglioni” e al compleanno dei 100 anni continua ad essere un fiore all’occhiello della città.
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 Marco Poli (del 15/05/2012 alle 09:51:05, in Articoli , visitato 1627 volte)
C’è un Santo bolognese che si chiama Bononio del quale pochissimi conoscono l’esistenza forse perché non vi è una sua raffigurazione, forse perché non c’è una chiesa a lui intitolata; ma, nei pressi di Biella, nel comune di Curino, vi è una frazione che porta il nome di San Bononio, mentre Settimo Rottaro, piccolo comune nei pressi di Ivrea, ha come patrono San Bononio abate e la chiesa principale gli è intitolata.
Bononio nacque a Bologna attorno al 950 e dopo una permanenza nel monastero di S. Stefano negli anni della giovinezza, decise di partire per l’Egitto dove fondò una comunità cristiana, costruì chiese e aiutò la popolazione. Riuscì anche a far liberare il vescovo di Vercelli fatto prigioniero degli arabi. Proprio questo vescovo, una volta libero, volle Bononio nella sua diocesi e lo nominò abate del abbazia di Santa Maria di Lucedio in provincia di Vercelli, ancora oggi esistente. Bononio accolse l’invito del vescovo e rientrò in Italia: prima di recarsi a Lucedio, si fermò in Toscana dove fondò un monastero in Val d’Elsa, quindi giunse nella sua Bologna dove, secondo il suo biografo, compì alcuni dei tanti miracoli. Giunse a Lucedio dove rimase fino al 997, quando, a seguito dell’uccisione del vescovo, si vide costretto a tornare in Toscana dove rimase per quattro anni prima di rientrare a Lucedio. Qui rimase fino alla morte avvenuta il 30 agosto 1026.
Bononio, che seguì la regola di San Benedetto, fu un santo pellegrino: uomo d’azione, fondò e riorganizzò conventi mostrando energia e dinamismo. Molti sono i miracoli che gli vennero attribuiti e ciò, assieme alle altre qualità, gli valse la canonizzazione decisa da Giovanni XIX, papa dal 1024 al 1032, subito dopo la morte di Bononio, a conferma della fama che si era diffusa e della considerazione che riscuoteva.
Nella chiesa di Fontanetto Po, in provincia di Vercelli, è conservata una reliquia di San Bononio.
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 Marco Poli (del 15/05/2012 alle 09:47:39, in Articoli, visitato 2549 volte)
Cento anni fa, il 15 ottobre 1912, l’arcivescovo di Bologna Giacomo Della Chiesa, che poi salì al soglio pontificio col nome di Benedetto XV, inaugurò ... il monumentale e imponente santuario del Sacro Cuore in via Matteotti. E così anche il nuovo insediamento chiamato “la Bolognina”, già popoloso dopo la costruzione di numerosi edifici della Cooperativa Risanamento e dell’IACP, ebbe la sua chiesa parrocchiale. La prima pietra fu posta dal cardinale Domenico Svampa il 14 giugno 1901 dopo che numerose persone avevano versato il denaro necessario per finanziare la somma di lire 400.000 necessaria per costruire il santuario: in prima fila vi furono papa Leone XIII, papa Pio X, lo stesso cardinale Svampa e il conte Giovanni Acquaderni. La costruzione del santuario fu progettata e condotta da Edoardo Collamarini, uno dei più apprezzati architetti. Ma il futuro riservò al santuario tragiche sorprese: il 21 novembre 1929 la cupola crollò sulla chiesa provocando danni enormi. L’anno successivo, dopo la morte del parroco don Riccardo Zucchi, la gestione del santuario fu affidata ai Salesiani e il nuovo parroco don Antonio Gavinelli avviò immediatamente i lavori di ricostruzione che si conclusero nel 1935. Giunse poi la guerra e con essa i bombardamenti: quello del 25 settembre 1943 colpì l’edificio provocando gravi danni; intanto don Gavinelli era stato inviato al confino per ragioni politiche. Quando, nel 1945, poté tornare a Bologna nella sua chiesa, mise ogni energia per restaurare la chiesa che il 22 giugno 1947 fu nuovamente “inaugurata”. Nella cripta sono sepolti sia il cardinale Svampa, sia lo storico e dinamico parroco don Antonio Gavinelli che per ben due volte riportò la monumentale chiesa al suo splendore. In parallelo con le vicende del santuario, si è sviluppata la bella storia del grande Istituto Salesiano per la formazione professionale di via Jacopo della Quercia.
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Fra i papi bolognesi va ricordato Alessandro Ludovisi, papa Gregorio XV. Nato a Bologna il 9 gennaio 1554 da famiglia nobile, si laureò all’Università di Bologna in diritto civile e canonico nel 1575; lo stesso anno, il papa bolognese Ugo Boncompagni (Gregorio XIII) lo chiamò a Roma come giudice del tribunale civile; in seguito, nel 1598, gli fu affidato l’importante incarico di vicegerente di Roma.
Il 12 marzo 1612 fu nominato arcivescovo di Bologna e solo nel 1616 papa Paolo V lo nominò cardinale. Dopo la morte di papa Paolo V, l’8 febbraio 1621 si aprì il conclave e nell’arco di sole 24 ore vi fu la fumata bianca e Alessandro Ludovisi fu nominato papa assumendo il nome di Gregorio XV.
Nel 1622 deliberò la canonizzazione di personaggi come Santa Teresa d’Avila, Isidoro di Siviglia, Francesco Saverio, Ignazio di Loyola e Filippo Neri; inoltre costituì la Congregazione Propaganda Fide con lo scopo di evangelizzare i popoli e diffondere il cattolicesimo.
Sempre nel 1622, dopo aver “promosso” Parigi ad arcidiocesi, nominò cardinale Jean du Plessis, duca di Richelieu, che i romanzi di Alexandre Dumas resero famoso come “cardinale Richelieu”. Riformò il conclave stabilendo che fosse svolto in clima di clausura, al fine di impedire la pressione dei vari stati, con ciò ribadendo come l’elezione del papa dovesse essere affidata allo Spirito Santo e non alle brighe politiche delle potenze europee.
Non fu esente dalla pratica del nepotismo: nominò cardinale il nipote Ludovico di 25 anni e attribuì incarichi ad altri parenti, fra cui un nipote di soli 11 anni cui attribuì un governatorato ed una prefettura.
Favorì suoi concittadini: oltre al suo segretario Giovanni Battisti Agucchi, chiamò artisti come il Domenichino e il Guercino, ai quali affidò lavori.
Il suo pontificato si protrasse per soli due anni e mezzo: morì l’8 luglio 1623. Fu sepolto nella chiesa di S. Ignazio in Roma.
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 Marco Poli (del 11/03/2012 alle 12:22:45, in Articoli, visitato 2288 volte)
Nel 1909 la ditta Bertagni che produceva pasta fresca, ed in particolare tortellini, aveva alle dipendenze ben 95 donne addette alla produzione di tortellini e altra pasta: in quegli stessi anni si stava perfezionando una macchina che poteva svolgere il lavoro di 20 di esse producendo automaticamente 5000 tortellini all’ora. A realizzare questa macchina, che nel 1912 fu premiata con la medaglia d’oro del “Premio Umberto I”, fu la ditta Zamboni & Troncon con officina in via Frassinago. In quell’officina si progettarono e costruirono varie macchine per la produzione di pasta fresca. Ma il maggior successo fu appunto la macchina per produrre i tortellini: stendeva la sfoglia, la tagliava in quadretti sui quali veniva collocato il ripieno e, infine, chiudeva il tortellino. Altre macchine preparavano le tagliatelle, gli stricchetti, le farfalle e altri tipi di pasta. Fu anche costruita una macchina che riempiva le confezioni di pastina glutinata: la macchina ebbe grande successo e fu esportata in tutto il mondo. Si può dire che aprì la strada all’industria del packaging che si fece onore, nei decenni successivi e fino ai nostri giorni, nel distretto industriale bolognese. Alcuni dei giovani tecnici dell’officina di via Frassinago fondarono nuove aziende, come Armando Simoni (OMAS penne stilografiche) e Otello Cattabriga (macchine per gelati). Essi avevano frequentato l’Istituto Tecnico Aldini Valeriani, la scuola dalla quale uscirono tecnici sopraffini ed anche imprenditori. Nel 1921 la ditta si sciolse per costituire, assieme ad altre aziende, la SABIEM. Ma alcuni anni dopo, la ditta Zamboni si ricostituì per continuare a produrre macchine per fare tortellini e pasta di vario genere. Dopo vari trasferimenti, le Officine Meccaniche Zamboni operano con successo a Casalecchio di Reno, in via Cimarosa: e continuano a fare macchine per prodotti alimentari. Compresi i tortellini.
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 Marco Poli (del 21/02/2012 alle 09:46:51, in Articoli, visitato 1870 volte)
Le prime Olimpiadi dell’età moderna si svolsero ad Atene il 25 marzo 1896 su iniziativa del barone Pierre De Coubertin. Per diverse ragioni, l’Italia non partecipò a quelle Olimpiadi e nemmeno a quelle successive.  
Solo alla quarta Olimpiade, che si svolse a Londra nel 1908, partecipò anche l’Italia e si fece onore Alessandro Pirzio Biroli, un giovane ufficiale di Campobasso che, di stanza a Bologna, utilizzò la palestra Virtus di via Castiglione nell’ex chiesa di S. Lucia per i suoi allenamenti come schermitore: vinse la medaglia d’argento nella sciabola a squadre.
Dunque, c’è un po’ di Bologna anche in questa prima medaglia italiana. Molta Bologna, invece, vi fu nella quinta Olimpiade che si svolse a Stoccolma nel 1912: infatti, nel torneo a squadre di ginnastica, l’Italia si aggiudicò la medaglia d’oro e fra i componenti la squadra vi era Giuseppe Domenichelli, nato a Bologna il 30 luglio 1887 e morto sempre a Bologna il 13 marzo 1955, un bolognese doc. Della squadra facevano parte anche i “quasi bolognesi” Adolfo Tunesi (Cento, 1887 - Bologna 1964) che conquistò anche il bronzo nel torneo individuale, e Luciano Savorini (Argenta, 1885 - Bologna, 1964) che faceva parte della Fortitudo di via San Felice.
Un non piccolo merito di questi successi va alle palestre e alle relative società sportive (Virtus, Fortitudo e Sempre Avanti) che consentivano agli atleti di allenarsi con continuità.
Giuseppe Domenichelli, che già faceva parte della nazionale italiana e che aveva ottenuto ottimi risultati, dopo aver vinto l’oro non interruppe la sua attività sportiva, nemmeno in presenza della prima guerra mondiale: alle settime Olimpiadi, quelle di Anversa del 1920, pur avendo raggiunto l’età di 35 anni, Domenichelli e la squadra italiana trionfarono di nuovo ottenendo l’oro. Solo attorno ai 40 anni si ritirò dall’attività agonistica, rimanendo nell’ambito della Virtus come insegnante.
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 Marco Poli (del 13/02/2012 alle 09:53:35, in Articoli, visitato 2781 volte)
1186, cadono quasi tre metri di neve.
1199, 8 agosto, grande nevicata e freddo invernale per tre giorni.
1359, 4-10 gennaio, per sei giorni consecutivi cadono 2,5 metri di neve: crollano molte tetti di case ed anche delle chiese di S. Martino e di S. Biagio.
1359, 9 gennaio, il Podestà vieta di giocare con la neve e di gettarla contro le persone: ai trasgressori, multa di 20 soldi.
1359, 12 giugno, a Bologna la neve caduta supera i 2 metri : la chiamarono "la grande nevicata" poiché non si ricordava niente di simile nel passato.
1403, 25 marzo, intensa nevicata e freddo invernale.
1409, 6 marzo, freddo intenso e neve. Gravi danni alle colture che determinano carestia.
1426, 27-28 gennaio, forte nevicata; crollano molti coperti.
1441, 24 dicembre, grande nevicata; cede una parte del tetto di san Petronio. Neve e gelo si protraggono fino a marzo.
1443, 2-4 maggio, freddo intenso, neve e pioggia.
1455, 17-18 giugno, freddo invernale e molta neve. Gravi danni all'agricoltura.
1470, 15-31 marzo, neve e gelo. Danni all'agricoltura.
1503, 21-23 febbraio, abbondante nevicata e crollo di molti tetti. 1594, molta neve, molto freddo molta pioggia. Anno di carestia.
1608, gennaio e febbraio, cade molta neve; crollano molti tetti di case. Carri e carrozze non possono transitare per le strade. Anno di carestia. Si fanno digiuni e processioni.
1695, fra Natale e Capodanno, grande nevicata e gelo. Numerosi tetti crollano, fra cui quello del palazzo del Podestà.
1696, maggio, grande nevicata.
1739, 29 aprile, grande nevicata che danneggia le coltivazioni.
1740, fra il 6 gennaio e l'8 maggio nevica 33 volte. Freddo anche nei mesi successivi al punto che si dovette “portare il mantello” fino al 29 luglio.
1798, 1 aprile, abbondante nevicata e bassa temperatura. 1803, 8 febbraio, grande nevicata che si protrae per più giorni.
1803, 18 febbraio, a causa dell'eccezionale nevicata, viene imposta agli inquilini una tassa per rimuovere la neve dalle strade: l’importo è pari all’1,10% dell’affitto.
1829-1830, nell'inverno nevicò per 324 ore nel corso di 96 giorni fra il 17 novembre 1829 ed il 21 febbraio 1830. La temperatura precipitò fino al limite massimo di 17 gradi sotto lo zero e per quasi 60 giorni la temperatura media si attestò sotto lo zero. Dopo i primi 15 giorni di nevicate (fra il 17 novembre ed il 1° dicembre 1829), erano già caduti 4,5 metri di neve.
1855, 20-25 gennaio, nevicata ininterrotta e freddo pungente. Nevicherà anche in febbraio e in marzo.
1871, 9 gennaio, cade un metro di neve.
1929, la neve scese per 5 giorni senza sosta e raggiunse un’altezza di 80 cm. Numerosi tetti crollarono e la città rimase immobilizzata per giorni. La temperatura raggiunse i 15 gradi sotto zero e ciò provocò la rottura di tubazioni dell’acquedotto.
1960, 15 gennaio, caddero 25 cm. di neve in una sola notte: il Comune assunse 1000 spalatori.
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