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 Il sito web... di Marco Poli
 
ricordi, fu con te a Santa Lucia,
al portico dei Servi per Natale;
credevo che Bologna fosse mia...

Francesco Guccini, Eskimo
” 
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 06/02/2012 alle 22:31:23, in articoli, visitato 7222 volte)
Nella settimana fra Natale e Capodanno del 1695, Bologna fu colpita da una grande nevicata accompagnata da un gelido vento di tramontana. Alcuni tetti crollarono come quello del salone del Palazzo del Podestà e subì gravi danni quello del Palazzo Comunale. I cittadini sgomberarono la neve dai tetti, ma così facendo riempirono le strade di neve rendendole impercorribili da carri e carrozze: i commercianti si trovarono impossibilitati a rifornire di merce i loro negozi.
Nelle settimane successive continuò a nevicare e ciò impedì lo svolgimento dei “corsi” di Carnevale. A fine marzo Bologna era ancora coperta di neve: si utilizzò l’acqua dei canali per eliminare i cumuli di neve con inondazioni controllate per non danneggiare le cantine che ospitavano attività artigianali per lo più tessili.
A maggio riprese a nevicare. Carestia e miseria furono le conseguenze del maltempo.
Nell’inverno 1829-1830, si ebbe la più grande nevicata mai avvenuta a Bologna; nevicò per 324 ore nel corso di 96 giorni fra il 17 novembre 1829 ed il 21 febbraio 1830. La temperatura precipitò fino a 17 gradi sotto lo zero e per quasi 60 giorni la temperatura media rimase sotto lo zero. Dopo i primi 15 giorni di nevicate erano già caduti 4,5 metri di neve.
Un’altra grande nevicata avvenne 100 anni dopo, fra il 10 ed il 14 febbraio del 1929: la neve scese per 5 giorni senza sosta, e raggiunse un’altezza di 80 cm.. Numerosi tetti crollarono e la città rimase immobilizzata per giorni. Si raggiunsero i 15 gradi sotto zero e ciò provocò la rottura di tubazioni dell’acquedotto. Scuole chiuse, case fredde per mancanza di carbone, molti negozi chiusi per l’impossibilità di approvvigionamenti, broncopolmoniti a volte letali, fratture varie a seguito di cadute.
Nel dopoguerra vi fu l’evoluzione dei mezzi di contrasto alla neve: dai 1000 spalatori assunti nel gennaio 1960, alle decine di mezzi spazzaneve.
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 Marco Poli (del 07/01/2012 alle 10:16:20, in Articolo, visitato 1861 volte)
Angelo Rambaldi, medico bolognese nato nella prima metà del Seicento, nel 1691 pubblicò, presso lo stampatore Longhi, un libretto di 70 pagine dal titolo “Ambrosia arabica, ovvero della salutare bevanda cafè”. Di Rambaldi, del quale non si hanno particolari notizie biografiche, sappiamo che intraprese dei viaggi in Africa, che era sposato, che era medico e che considerava il caffè una bevanda quasi miracolosa per i benefici effetti sulla salute. E queste sue convinzioni volle trasferirle nel libro che pubblicò nel 1691.
Per sostenere le sue tesi si avvalse di testimonianze di viaggiatori, come quello che gli narrò che l’abate di un convento nello Yemen fece bere il decotto di caffè ai monaci con l’effetto che essi “stettero desti tutta la notte e pronti ad assistere a tutti i divini uffizi”.
Tuttavia, ben altri - secondo Rambaldi - erano gli effetti benefici del caffè, specialmente se bevuto caldissimo: “corroborava lo stomaco, asciugava le catarratte, preservava dai calcoli e dalla podagra, raffrenava gli isterici e sollevava gli idropici, apriva copiosamente le urine e le purghe alle donne, aiutava le gravide, preservava dalle febbri”, e faceva dimagrire. Sostenne anche che “bevuto caldo, imbianca i denti”.
Angelo Rambaldi, che quando scrisse il libro disse di essere “più che settuagenario”, affermò di bere caffè da 36 anni con piena soddisfazione e di aver sentito il bisogno di spiegare non solo le virtù della “ambrosia arabica”, ma anche le tecniche per la torrefazione e per la preparazione della bevanda.
Una delle tesi che confutò con forza fu l’affermazione che il caffè “smorzi i sensi di Venere”: scrisse che, anzi, era un potente afrodisiaco e che egli stesso ne era testimonianza vivente poiché “con la prima moglie son sempre stato fecondo e con la seconda, dopo gli anni settanta di mia vita, ho già avuti due figli maschi e fra quattro mesi aspetto il terzo”.
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 Marco Poli (del 07/01/2012 alle 10:13:05, in articoli, visitato 1266 volte)
Nel 1252 gli ambasciatori del popolo romano, non più sottomesso al potere del Papa, rifugiatosi a Perugia, vennero a Bologna per offrire a Brancaleone degli Andalò, conte di Casalecchio, considerato uomo equilibrato e saggio, l’incarico di Senatore di Roma, una carica simile a quella di podestà. Brancaleone accettò a patto che l’incarico fosse triennale e che a Bologna fossero inviati, come ostaggi, alcuni esponenti di famiglie nobili romane; gli ambasciatori accolsero le richieste e dal 1252 Brancaleone iniziò a svolgere l’incarico facendosi apprezzare soprattutto dal popolo; fra l’altro, fece abbattere numerose torri appartenenti alla nobiltà romana e introdusse statuti che contenevano non solo doveri per i cittadini, ma anche diritti. La sua severità nei confronti della nobiltà, che osteggiò fino al punto di mandare al patibolo numerosi esponenti, gli procurò ostilità. Concluso il triennio, Brancaleone fu rieletto, ma papa Alessandro IV, ritenendolo ghibellino favorevole all’Imperatore, e troppo ostile alla nobiltà, alla fine del 1255 riuscì a farlo arrestare e a rinchiuderlo in carcere: probabilmente gli ostaggi tenuti a Bologna gli salvarono la vita. Ma il popolo insorse e nell’aprile 1256 uccise il successore di Brancaleone che fu liberato e di nuovo insediato come Senatore. Nel 1257, Brancaleone morì durante una spedizione militare in Maremma: c’è chi sostiene che fu avvelenato. Il popolo romano conservò il suo capo come una reliquia ed il nome di Brancaleone apparve sulla moneta della città eterna. Brancaleone degli Andalò faceva parte di una famiglia ghibellina bolognese che diede alla storia, non solo locale, illustri esponenti: basta ricordare il fratello Loderingo degli Andalò, fra i fondatori dell’ordine dei Frati Gaudenti, divenuto podestà di Firenze, di Siena, di Modena, di Reggio Emilia, e la sorella Diana, seguace di San Domenico, poi dichiarata Beata.
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 Marco Poli (del 29/10/2011 alle 22:12:41, in articoli, visitato 1652 volte)

Cose d'altri tempi 2Da pochi mesi è in libreria

COSE D'ALTRI TEMPI 2

Frammenti di storia bolognese.
Di Marco Poli, Minerva Edizioni, pagg.162, €12,00

Il migliore
e più economico
regalo
per amici e parenti!

Il libro, che raccoglie tutti gli articoli usciti sul Carlino di Bologna dalla fine del 2008 ad oggi nella omonima rubrica "Cose d'altri tempi" ed è il seguito di "Cose d'altri tempi" pubblicato nel 2008, è stato presentato a Bologna dallo stesso Autore giovedì 1° dicembre scorso alla Famèja Bulgnèisa, in via Barberia 11.

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 Marco Poli (del 28/10/2011 alle 22:09:25, in Articoli, visitato 1705 volte)
La Farmacia Cooperativa di Bologna
Nello stesso tempo è in vendita nelle librerie anche l'altro recentissimo libro di Marco Poli
 
 

La FARMACIA
COOPERATIVA
di Bologna ****

 
 
 
 
 
 
Edizioni Pendragon, Bologna
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 Marco Poli (del 19/09/2011 alle 18:35:30, in Articoli , visitato 1875 volte)
Dal 1150 circa il Comune di Bologna fu governato da un “podestà forestiero”, un non bolognese chiamato alla guida del Comune per un periodo di tempo limitato. Il podestà doveva essere uno “straniero” per garantire di essere “super partes”, cioè di non schierarsi a favore o contro una delle parti sociali e di rimanere imparziale in occasione di controversie. Soprattutto, dovendo amministrare anche la giustizia, aveva l’obbligo di attenersi esclusivamente alle leggi, senza cedere ad alcuna pressione.
Per “straniero” si intendeva proveniente da una città lontana qualche decina di chilometri. Anche molti bolognesi furono chiamati da altre città per svolgere questo ruolo. Dopo il vescovo Gerardo Gisla, che fu podestà fino al 1193, nel 1195 fu chiamato il pistoiese Guidottino. Come il vescovo Gisla, che fu cacciato dal popolo, anche Guidottino non concluse il suo mandato perché il popolo si ribellò, lo costrinse alla fuga, lo inseguì, lo catturò e gli strappò i denti. Un’altra cronaca riferisce che gli furono “cavati gli occhi”. Anche sui motivi della cacciata le versioni delle cronache non sono concordi. L’accusa che gli fu mossa fu quella di aver deciso forti aumenti delle tasse; altra cronaca sostiene che furono le famiglie potenti - quelle che lo avevano chiamato - a denunciare le sue malversazioni e le gravose imposte che aveva fissato.
Dopo il ritorno a Pistoia del malconcio Guidottino, il Comune di Bologna aprì un’inchiesta sul suo operato: si scoprì che non solo si era impossessato del denaro pubblico, ma aveva organizzato furti di legna e di grano, merce che nottetempo prendeva il volo dopo essere stata caricata su carri. Addirittura si accertò che aveva sottratto dai mulini del Savena anche delle pesanti mole di pietra che servivano a macinare il grano. Di Guidottino non si seppe più nulla. Ma riteniamo che la sua carriera di podestà si sia conclusa a Bologna.
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 Marco Poli (del 18/09/2011 alle 21:12:00, in Articoli, visitato 1364 volte)
Dopo la sua elezione col nome di Benedetto XIV (17 agosto 1740), il nostro grande papa Prospero Lambertini, appena giunse a Roma si accorse che le finanze dello Stato Pontificio erano in condizioni tragiche. Da esperto amministratore – e aveva dimostrato di esserlo a Bologna - dopo aver preso atto che lo Stato non aveva nemmeno un proprio bilancio, fece fare ai “computisti” il conto delle uscite e delle entrate: il risultato fu impressionante poiché il disavanzo aveva raggiunto l’enorme cifra di quasi 60 milioni di scudi, pari a più di 20 anni di entrate dell’erario! La situazione era dovuta a lunghi anni di cattiva amministrazione. Ma papa Lambertini, che avrebbe preferito occuparsi di cose spirituali e religiose e non di problemi amministrativi, non si perse d’animo ed avviò immediatamente l’opera di risanamento dei conti statali. Anzitutto non sostituì 500 soldati dell’esercito pontificio (fra deceduti e pensionati) e diminuì gli stipendi di soldati e ufficiali, poi tagliò le spese generali, sforbiciò le pensioni, aumentò l’imposizione fiscale sugli immobili, introdusse la carta bollata, pretese un trasferimento di fondi maggiore dalle province, tentò di recuperare un credito di oltre tre milioni di scudi dal governo austriaco dovuto al sostentemento offerto alle truppe di passaggio nelle terre pontificie durante le Guerre di Successione. Nominò una “Congregazione economica” col compito di tagliare ogni spesa superflua. Ordinò di non aumentare le imposte sui generi alimentari e nemmeno quelle sugli affitti per non colpire la parte più debole della popolazione. Occorsero quattro anni, ma nel 1745 lo Stato Pontificio ebbe il suo primo bilancio redatto con criteri moderni. Gli uffici statali ebbero una riduzione di personale, ogni spesa doveva essere approvata dal Papa, le emissioni di titoli di Stato furono bloccate e gli interessi sui titoli già emessi furono ridotti.
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 Marco Poli (del 18/09/2011 alle 21:10:01, in Articoli, visitato 2544 volte)
Anche la toponomastica va considerata un bene culturale perché è la memoria collettiva di storia cittadina. I nomi delle vie, fino al XIX secolo, non nascevano da decreti dei governi, ma per generazione spontanea: erano gli abitanti della città a dare il nome alle vie. Dunque, fino all’Unità d’Italia, la denominazione delle strade non era né regolamentata, né imposta dalle autorità; inoltre, non c’erano le targhe. I nomi delle vie, quindi, non erano scritti e si tramandavano nel tempo. Queste denominazioni avevano origine da caratteristiche del luogo e dei suoi abitanti: una famiglia o una persona o gruppi di cittadini (mestieri), fatti di cronaca, animali, piante, corsi d’acqua; e tantissime denominazioni religiose motivate dalla presenza di una chiesa o di un convento. Ma c’è anche una toponomastica più recente, non codificata, che deriva dai nomi dati dai nostri avi ad alcune zone della città: non è segnalata da alcuna targa, ma è rimasta nella memoria, magari dei più anziani, ed è tramandata a voce. Infatti non esiste alcuna via intitolata a Pavaglione, Chiesa Nuova, Cirenaica, Bolognina, Alemanni, Bitone, Ca’ de’ Fiori, Arco Guidi, Noce, Oca, Otto Colonne, Sostegnino, Portico della Morte, Garganelli, piazzetta del Ragno, Zucca: i bolognesi più maturi d’età sanno benissimo dove sono questi luoghi, un po’ meno i più giovani. Ad esempio, agli utenti del tram, la località Zucca era notissima: era il deposito delle vetture e quando veniva effettuata l’ultima corsa, il manovratore esponeva il cartello “Zucca” per far comprendere che il servizio era terminato e che lui e il tram andavano verso il meritato riposo. Infine ci sono i luoghi diventati punti di riferimento per la presenza antica di un caffè (Zanarini), di un libraio (libreria Nanni), di un cinema o teatro, di un ospedale, ma anche il luogo (via Caprarie-salumeria Tamburini) in cui per anni chiese l’elemosina per i poveri padre Marella.
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 Marco Poli (del 18/09/2011 alle 21:08:18, in Articoli, visitato 2268 volte)
Per i bolognesi il nome del cardinale Egidio Albornoz richiama il Collegio di Spagna, da lui voluto e finanziato nel 1364 per accogliere 24 studenti poveri spagnoli. Tuttavia, a tanti sfugge l’importanza storica di questo cardinale-guerriero.  Nato attorno al 1300 in Spagna, Gil Alvarez Carrillo de Albornoz a 28 anni era già Arcivescovo di Toledo, subentrando a uno zio deceduto. Partecipò alla guerra contro i Mori e ad altre azioni militari al seguito del Re di Castiglia, Alfonso XI; alla sua morte, il figlio, Pedro il Crudele, irritato per le dure critiche di Albornoz per i suoi costumi dissoluti, tentò di eliminarlo; Albornoz si rifugiò ad Avignone dove era la corte papale di Clemente VI che, nel 1350, lo nominò cardinale. Ma fu con papa Innocenzo VI che cambiò la vita di Albornoz con la nomina, nel 1353, a legato e vicario generale degli Stati Pontifici con la missione storica di riconquistare i territori della Chiesa in Italia. Infatti, la permanenza ad Avignone della corte papale aveva consentito a molti Signori di insediarsi in alcuni di questi territori. Albornoz, alla testa di un esercito assoldato allo scopo, scese in Italia e iniziò la riconquista partendo dal Lazio. A Roma collocò Cola di Rienzo come governatore, poi cacciato dal popolo. Riprese la sua azione risalendo le Marche e la Romagna: prima furono sottomessi i Malatesta di Rimini, poi tutte le altre città: rimanevano ribelli i Signori di Forlì e di Faenza e contro di essi il Papa proclamò una crociata. Di fronte a ciò, Faenza si sottomise, mentre gli Ordelaffi di Forlì resistettero fino al luglio 1359. Rimanevano i Visconti di Milano che governavano anche Bologna: anche in questo caso fu proclamata una crociata contro Bernabò Visconti che si concluse con successo nel marzo 1364. Morì a Viterbo il 24 agosto 1367. Fu il vero artefice della “monarchia pontificia” e del ritorno a Roma della Santa Sede.
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 Marco Poli (del 18/09/2011 alle 21:05:52, in Articoli, visitato 1519 volte)
Gaspare Tagliacozzi nacque a Bologna nel 1545 da famiglia di origine abruzzese come dimostra il cognome che deriva dal comune di Tagliacozzo. Iniziò gli studi di medicina nel 1565 e fra i suoi maestri vi furono Girolamo Cardano, Ulisse Aldrovandi e Giulio Cesare Aranzio. Laureatosi nel settembre 1570, dopo aver fatto pratica per due anni presso l’Ospedale della Vita di via Clavature, divenne docente nell’Università di Bologna e alla morte di Aranzio ne occupò la prestigiosa cattedra: il successo delle sue lezioni gli procurò consistenti aumenti di stipendio che in pochi anni passò da 400 a 900 lire. Insegnò fino al 1595 nei locali nell’Archiginnasio, poi sede del Teatro Anatomico: qui Tagliacozzi eseguiva le lezioni di dissezione utilizzando i cadaveri dei giustiziati che gli venivano forniti dalla Confraternita della Morte. Due anni prima della morte, che avvenne a Bologna il 7 novembre 1599, a Venezia fu pubblicata la sua fondamentale opera “Sulla chirurgia delle mutilazioni tramite innesti”: in essa si illustrano le tecniche per utilizzare tessuti e carne del braccio per ricostruire labbra, nasi e orecchie. Per questo Tagliacozzi è considerato il precursore della chirurgia plastica e fu definito anche “chirurgo dei miracoli”. Le sue teorie non furono mai contrastate dall’Inquisizione, né, in generale, della Chiesa che diede il benestare alla pubblicazione delle sue opere: anzi, per lungo tempo Tagliacozzi fu incaricato dal Sant’Uffizio di vagliare le opere scientifiche da porre all’indice. Tuttavia, dopo la sua morte, fu diffusa la voce che il Tagliacozzi fosse un mago e un eretico: il suo corpo fu dissepolto e fu aperto un processo da parte del Tribunale dell’Inquisizione che si concluse con la piena assoluzione e con la dura condanna degli accusatori. Tagliacozzi riebbe una dignitosa sepoltura e la spiacevole vicenda non offuscò la sua fama nazionale e internazionale.
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