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 Il sito web... di Marco Poli
 
ricordi, fu con te a Santa Lucia,
al portico dei Servi per Natale;
credevo che Bologna fosse mia...

Francesco Guccini, Eskimo
” 
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 09/10/2007 alle 12:56:11, in Articoli, visitato 1265 volte)
Ricordiamolo ascoltando l'«Inno dei lavoratori», scritto da Filippo Turati (1857-1932) nel 1886 su musica di Amintore Galli. L'inno fu composto, quindi, prima della nascita del Partito Socialista (1892).
Siccome d'ora in poi sarà difficile poterlo ascoltare, assieme ad altre famose e analoghe composizioni, manteniamo viva la memoria cliccando qui sotto...
 
 Marco Poli (del 07/11/2007 alle 17:42:14, in Articoli, visitato 2327 volte)

Nel 1757, in vista della discesa della Madonna di San Luca, il cardinale legato Serbelloni impartì le solite disposizioni: chiusura delle botteghe situate lungo il percorso e obbligo agli abitanti di “nettare” strade e portici; obbligo per i venditori ambulanti di ciambelle, acquavite e frutta, di stare lontani 80 pertiche (una pertica=3,8 metri) perché le loro grida disturbano la processione; divieto ai banchetti dei venditori di stare lungo il percorso o davanti alle chiese; divieto alle prostitute di partecipare alla processione, e a carri, carrozze e calessi di fermarsi in piazza Maggiore.
Ma la grande novità, quell’anno, fu un’altra. Infatti, l’arcivescovo di Bologna Vincenzo Malvezzi Bonfioli, introdusse – su impulso di papa Lambertini – una vera e propria rivoluzione: l’abolizione del velo bianco che proteggeva l’immagine della Madonna di San Luca.
La Madre Vicaria del Convento del Monte della Guardia rimase quasi sconvolta, paventando che ciò potesse provocare il castigo di Dio. Ma l’Arcivescovo Malvezzi la tranquillizzò dicendo che i fedeli guardando il viso della Madonna ne avrebbero ricavato una ancor maggiore devozione.
E così, 250 anni fa, la Madonna di San Luca perse il velo.

 
 Marco Poli (del 16/01/2008 alle 10:07:57, in Articoli, visitato 1995 volte)
Il caso della chiesa del SS. Salvatore, chiusa per “mancanza di sacerdoti”, rappresenta un ulteriore sintomo di una situazione che diverrà più acuta ed evidente nei prossimi anni, non solo nella nostra città. Infatti, soprattutto le chiese officiate da ordini religiosi avranno gravi problemi di gestione proprio a causa della diminuzione delle vocazioni.
Canonici Regolari Lateranensi, Agostiniani, Camilliani, Barnabiti, Servi di Maria, Congregazione di San Filippo Neri, ma anche gli stessi Francescani, stanno tutti vivendo una difficile situazione a causa del loro assottigliarsi.
Pensare che a volte due soli religiosi possano gestire chiese di grande rilevanza artistica svolgendo sia le funzioni religiose, sia quelle amministrative, significa pretendere un sacrificio enorme.
D’altronde edifici religiosi come il SS. Salvatore, la SS. Annunziata, la Chiesa della Pioggia, S. Michele in Bosco, non sono solo luoghi ricchi di arte e di storica devozione, ma anche testimonianze della storia e della cultura cittadina.
La città è piena di ex luoghi religiosi (chiese ed oratori) che oggi sono destinati a funzioni laiche o che sono da tempo chiusi ed abbandonati: sono edifici laici gli oratori più importanti come quello di San Filippo Neri, di S. Maria della Vita, di San Rocco, dei Fiorentini; mentre sono in abbandono ex chiese come San Barbaziano in via C. Battisti, o sono prevalentemente chiuse, come la Madonna del Baraccano detta anche “Chiesa della Pace” dove per tradizione le coppie dopo il matrimonio passavano per “prendere la pace”. Tradizione, quest’ultima, ormai scomparsa.
Gli oratori, in virtù del meritorio intervento di Banche o Fondazioni Bancarie, stanno vivendo una nuova stagione e sono stati restituiti alla fruizione pubblica.
Ebbene, questo patrimonio della città non può essere considerato alla stregua di negozi o cinematografi che chiudono i battenti: deve rimanere alla città come luoghi di cultura e di storia e –perchè no?- anche come luoghi per celebrare funzioni religiose, magari solo in determinati giorni.
I cittadini e le istituzioni pubbliche non possono rimanere assenti di fronte al problema, come osservatori dispiaciuti ma inerti: occorre intervenire. Anzitutto da parte dei cittadini.
L’associazionismo, a mio parere, può avere un ruolo primario, decisivo e vincente: le numerose associazioni culturali, i Rotary, i Lions, attraverso la ricchezza del volontariato, possono collaborare per “adottare” una chiesa per far sì che rimanga aperta durante la giornata sia per i turisti, sia per i concittadini.
Si possono organizzare visite guidate, incontri, manifestazioni, mostre, conferenze, restituendo così vita e vitalità nuove.
Dobbiamo scongiurare la prospettiva che queste chiese si trasformino in gusci vuoti: dobbiamo comprendere che questo patrimonio è di tutti noi, credenti o non credenti, e a noi spetta prendere iniziative, senza attendere che la situazione si deteriori, cominciando proprio dalla chiesa del SS. Salvatore.
 
 Marco Poli (del 10/04/2008 alle 18:57:43, in Articoli, visitato 1765 volte)
E’ opinione diffusa che la mortadella ed il salame siano cibi per tavole povere, mentre su quelle dei ricchi c’è il prosciutto o il culatello. Oggi è così, ma qualche secolo fa era esattamente il contrario.
Ne abbiamo la prova inconfutabile in un bando del Comune di Bologna del 21 dicembre 1614, che conteneva le norme relative ai prezzi di alcuni generi alimentari: il bando fu emanato per garantire ai forestieri e ai pellegrini, che sarebbero passati da Bologna in occasione dell’Anno Santo, di non essere vittime di profittatori pagando prezzi altissimi per vitto e alloggio.
Il bando conteneva la tabella dei prezzi massimi da applicarsi ai forestieri: il prosciutto doveva essere venduto a non più di 4 bolognini per ogni libbra (pari a 362 grammi), il salame a 12 e la mortadella a ben 14 bolognini!
Dunque, la mortadella costava quasi il triplo del prosciutto.
Le ragioni vanno ricercate nei costi di produzione, scesi quando la produzione passò da artigianale a industriale.
Un’altra ragione va ricercata nella fama che aveva acquistato: la ricevettero in dono importanti personaggi, la propagandarono gli studenti stranieri nei loro paesi, ne fu promotore involontario a Roma Prospero Lambertini quando divenne Papa.
Non per nulla fu chiamata “la Bologna”.
 
 Marco Poli (del 17/04/2008 alle 19:59:03, in Articoli, visitato 1813 volte)
Fino ad alcuni decenni fa, tutti i prodotti che entravano a Bologna attraverso le 12 porte della città dovevano pagare il dazio, una tassa abbastanza salata che veniva incassata da apposito personale che stava di guardia alle porte: il carro veniva fermato nell’avancorpo della porta, il daziere valutava e pesava la merce e quindi staccava una bolletta con la cifra della tassa dovuta. Molti ricordano che fino agli anni ’60 del secolo scorso esistevano ancora, accanto ad alcune porte, le piattaforme per pesare la merce.
Conseguenza di questa tassa, fu l’intensificarsi del contrabbando di merci che avveniva generalmente di notte: il contrabbandiere “lanciava” ad un complice all’interno delle mura i prodotti. Oppure, aiutandosi con una lunga scala, superava le mura con un sacco in spalla.
Il dazio era una tassa ingiusta – secondo i cittadini – in quanto pagata solo da coloro che portavano a Bologna la merce e non da coloro che la esportavano dalla città. Nel tempo, le porte furono viste come il luogo del dazio, identificate cioè con una tassa.
Anche per questo, quando il comune decise l’abbattimento di mura e porte, nessuno si oppose ed anzi molti festeggiarono.
Feste effimere, perché in Italia, quando si abolisce una tassa, se ne introducono altre e più salate!
 
 Marco Poli (del 18/06/2008 alle 16:46:33, in Articoli, visitato 2123 volte)
Il 10 giugno 2008, presso l’Auditorium di Molinella, via Mazzini 90, si è tenuta la presentazione del mio ultimo libro

Giuseppe Massarenti. Una vita per i più deboli

Dopo un anno e mezzo di ricerche, di impegno non privo di difficoltà, contando su tanti insperati aiuti, fra cui quello fondamentale di Giorgio Golinelli, finalmente vede la luce questo mio libro, che consta di ben 540 pagine con oltre 100 fotografie.
L’editore, assai prestigioso, è Marsilio di Venezia. Il libro è stato fortemente voluto e finanziato da COOP Reno.
Giuseppe Massarenti (1867-1950)
è stato uno degli “apostoli” del socialismo riformista che in Emilia Romagna e nella pianura padana hanno restituito dignità e volto ai lavoratori della terra.
Il comune di Molinella, per merito dell’azione di Massarenti, è stato al centro di questa rivoluzione sociale.
Egli era convinto che per elevare la classe lavoratrice occorressero un sindacato forte, una cooperazione diffusa e l’amministrazione dei comuni da parte dei socialisti.
Fra il 1890 ed il 1921, riuscì a fare di Molinella un modello unico di “repubblica socialista”.
Il fascismo prima lo inviò più volte al confino, poi lo rinchiuse in manicomio tenendolo lontano da Molinella per ben 27 anni.
Per tutta la sua vita rimase un socialista riformista: nel 1922 aderì al PSU di Turati, Treves, Prampolini, il cui segretario fu Giacomo Matteotti
Questo libro ripercorre l’opera, i successi, e le sofferenze di Giuseppe Massarenti, attraverso una ricca documentazione, in parte inedita.

 
 Marco Poli (del 24/06/2008 alle 09:27:45, in Articoli, visitato 2289 volte)
Negli anni 2002-2003 fu restaurata la porta Galliera, riportando allo scoperto il corso d’acqua antistante e con la costruzione di un moderno “ponte levatoio”.
Nella prima metà del 2004 fu poi inaugurato il restauro di quanto resta del castello di porta Galliera antistante l’autostazione e della scalea della Montagnola: interventi di grande impegno finanziario che hanno contribuito in modo decisivo a riqualificare l’intera area che ha potuto contare anche su una nuova illuminazione.
Oggi, purtroppo, chiunque può constatare lo stato di degrado in cui versano i due monumenti, privi della benché minima manutenzione, attorniati da sterpaglie, minacciati da fioriture spontanee che nascono fra le antiche pietre e le compromettono.
Tutto ciò si chiama degrado, un degrado anzitutto di approccio culturale, che attesta l’indifferenza del Comune di Bologna, che dovrebbe almeno provvedere ad una banale ordinaria manutenzione del suo patrimonio storico-architettonico che reclama una continua e attenta manutenzione, anche per educare la popolazione al rispetto e alla tutela.
Se il “proprietario” trascura il proprio patrimonio, anche una parte della popolazione si sente autorizzata a non avere cura e rispetto: basta osservare le immagini per rendersi conto che non solo le aree verdi, ma le stesse fontanelle sono diventate delle piccole discariche.
Quelli citati e documentati da immagini sono solo alcuni casi di ordinario degrado (la fontanella e il castello sono stati scelti proprio in quanto si tratta di due recentissimi restauri). Se ne possono citare, purtroppo, molti altri (guarda altre foto di Porta Galliera).
È inutile restaurare se poi non si fa una modesta e poco costosa ordinaria manutenzione: ma questo stato di cose è rivelatore della scarsa sensibilità che sta dimostrando l’Amministrazione comunale di Bologna.
Viene da pensare che la eliminazione dell’ufficio Edilizia Monumentale sia stata solo la prima tappa di un percorso che non poteva che sfociare verso un colpevole abbandono del nostro patrimonio: il risultato è un vergognoso degrado.
 
 Marco Poli (del 31/08/2008 alle 22:56:19, in Articoli, visitato 1215 volte)
La dea bendata e i pensionati. Nell’arco di un mese, sono apparse due notizie sul “Carlino”: la prima riguardava bische clandestine di giochi d’azzardo frequentate anche da pensionati, la seconda è stata l’informazione che a Bologna, nel 2007, si sono spesi ben 729 milioni di euro per giochi d’azzardo e lotterie (senza considerare le bische clandestine).
Ovviamente anche il gioco d’azzardo si modernizza: infatti, a far la parte del leone nelle scommesse sono le “slot machine” che hanno fagocitato oltre 363 milioni di euro, cioè quasi il 50% della cifra complessiva spesa dai bolognesi.
Un tempo si puntava alla grossa vincita col Totocalcio o col biglietto della Lotteria di Capodanno; oggi i dati ci indicano l’esigenza, in chi gioca, di vincere subito qualcosa, anche poco: atteggiamento tipico di chi sente lo spettro, vero o presunto, della povertà.
Nonostante il dato appaia sconcertante, non c’è nulla di nuovo sotto il sole petroniano (e non solo): a parte coloro che sono vittime della “vizio” del gioco, nei momenti di difficoltà economica vi è chi, fra speranza e disperazione, si rifugia nel gioco per tentare di risolvere i problemi con il colpo di fortuna. E i più accaniti “clienti” dei piccoli giochi d’azzardo (gratta e vinci, “slot machine”, Bingo) sono i pensionati, le casalinghe e i giovani.
A Bologna, in passato, durante i periodi di miseria e di carestia, crescevano i furti, anche di modesta entità, gli scippi e le rapine: si rubava cibo, indumenti, frutta e verdura dai campi. Ma si giocava anche d’azzardo.
Nel 1861, a Bologna, su 110.000 abitanti, i cittadini poverissimi erano 5000, mentre quelli a rischio di povertà erano 72.000. Per costoro, le speranze erano affidate alla beneficienza dei ricchi e al gioco del lotto, con giocate di pochi centesimi, magari facendo debiti. E vi era chi giungeva fino al suicidio. Poi c’erano le tombole pubbliche, antesignane dell’attuale “Bingo”: se ne tenevano anche presso il Teatro Comunale che era affollatissimo, più che in occasione di spettacoli lirici. Si vinceva di tutto, perfino i servizi di posate da tavola!
Ma spesso rimaneva una sola speranza: ottenere dalla Questura la licenza per elemosinare.
Insomma, non è la dea bendata che può risolvere il problema della povertà. Però la speranza resta l’ultima dea.
Marco Poli
 
 Marco Poli (del 07/10/2008 alle 16:12:45, in Articoli, visitato 5576 volte)
Al numero 10 di Strada Maggiore vi è il negozio di articoli sportivi “Villa”, aperto 80 anni fa da Amleto Villa.
Nel 1928, quando avviò il negozio per la vendita di biciclette, di fronte, al numero 9, vi era il negozio di Guglielmo Rubbi, aperto all’inizio del ‘900, che vendeva ricambi per biciclette (copertoni, ruote, ecc.).
Poco dopo, questo negozio chiuse e Amleto Villa divenne il punto di riferimento dei ciclisti, anche perché, oltre a vendere biciclette di varie marche, si mise egli stesso a costruire telai, realizzando una propria produzione di cicli anche da corsa di alta qualità.
“Elegante, scorrevole, perfetta, stabile, buona”, erano gli aggettivi che Villa scelse per definire la sua bicicletta.
Era il periodo in cui si organizzavano molte corse su strada ed il ciclismo italiano produceva campioni.
Amleto Villa capì che le bici da corsa gli avrebbero dato notorietà ed insistette su questa produzione.
I fatti gli diedero ragione.
Non bisogna trascurare il contesto petroniano di quegli anni: il gerarca Leandro Arpinati voleva una “Bologna sportiva”: perciò, oltre alla costruzione dello Stadio Comunale (il “Littoriale”), inaugurato da Mussolini il 31 ottobre 1926, furono incentivate le società sportive (Virtus, SempreAvanti...).
Come dimenticare il grande successo della bolognese Ondina Valla che vinse l’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936 (l’altra bolognese, Claudia Testoni, giunse quarta).
Anche il ciclismo fu sostenuto ed emersero ottimi giovani atleti. Nel 1932, cioè quattro anni dopo l’apertura del suo negozio, si svolsero le Olimpiadi di Los Angeles e, nella squadra italiana di inseguimento su pista, fu selezionato il giovane bolognese Marco Cimatti (1912- 1982), il quale correva su una bicicletta da corsa “Villa”.
La squadra italiana vinse la medaglia d’oro e i cinque cerchi olimpici fecero sfoggio nella vetrina del negozio e nel marchio Villa. Cimatti, nel dopoguerra, aprì una fabbrica di biciclette. La produzione di cicli Villa proseguì e si intensificò, anche se nel negozio si potevano acquistare anche biciclette di altre marche (Atala, Maino, Legnano...).
Il negozio, a vetrina multipla, con l’insegna a pannello sopra la quale, originariamente vi era un altro pannello con la scritta “Il Paradiso del ciclista”, divenne il più noto a Bologna fino al dopoguerra (la mia prima bicicletta fu acquistata proprio lì!).
Erano gli anni in cui uscivano sugli schermi i film “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica (1948) e “Ma dove vai bellezza in bicicletta” (1951, con Silvana Pampanini, Delia Scala, Renato Rascel, Peppino De Filippo, Carlo Croccolo e Aroldo Tieri). Il film, che presentava una corsa Bologna - Milano fatta da cicliste, proponeva anche la famosa canzone scritta da Giovanni D’Anzi e Marcello Marchesi.
Oggi il negozio Villa è rimasto identico a quello originale di 80 anni fa.
A gestirlo, con la consapevolezza di essere gli eredi di una tradizione petroniana che è ormai storia, sono i discendenti di Amleto Villa. Con una sola differenza: ora vende articoli sportivi, ma non biciclette.
 
 Marco Poli (del 10/01/2009 alle 11:20:22, in Articoli, visitato 2220 volte)

Il “Carlino” del 6 gennaio ha pubblicato un articolo dello storico Franco Cardini sull’ipotesi delle origini bolognesi di Giovanna d’Arco. Cardini scrive di aver appreso questa vicenda da uno scritto, Cenni sull’origine bolognese di Giovanna d’Arco, del conte Luigi Rinaldi Ghisilieri e pubblicato a Lodi nel 1908 sotto il titolo.

Ebbene, delle presunte origini petroniane della pulzella di Orlèans, ne scrissi nel 1982, assieme a Marilena Lelli, in un fascicolo dal titolo Fatti e misfatti di donne nelle antiche cronache bolognesi. Fra le varie spigolature di curiosità vi era anche il caso di Giovanna d’Arco, confortato da un autorevole ricercatore che pubblicò nel 1859 (prima, quindi, del fascicolo citato da Cardini) il libro Origine e gesta di Giovanna d’Arco nel quale si avanzava l’ipotesi – anzi, la certezza! - delle origini bolognesi di Giovanna d’Arco.

Lo studioso era Giovanni Battista Crollalanza (cognome che è la traduzione italiana di Shakespeare), uno dei più noti cultori di araldica, fondatore dell’Accademia Araldica Italiana (Fermo, 1819 - Pisa 1892). Ebbene il Crollalanza, sulla base di una “Cronaca Ghisilieri” che conteneva addirittura il ritratto della futura eroina chiamata sempre Darco, sostenne che la fanciulla fosse figlia di un fuoriuscito politico bolognese, Ferrante Ghisilieri, che assieme alla moglie Bartolomea Ludovisi, nel 1401 si rifugiò in Francia dove lui cambiò cognome in Darco e lei in Romea. Ebbero tre figli, fra cui Giovanna.

Quando pubblicammo quel fascicolo, l’ipotesi delle origini petroniane dell’eroina finì in prima pagina di quotidiani nazionali e fu oggetto di una domanda in un quiz di Mike Bongiorno!

Fascino della leggenda! O della storia?

 
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