Immagine
 Il sito web... di Marco Poli
 
ricordi, fu con te a Santa Lucia,
al portico dei Servi per Natale;
credevo che Bologna fosse mia...

Francesco Guccini, Eskimo
” 
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 16/03/2014 alle 12:20:01, in Articoli , visitato 2922 volte)
Premetto che “Mercato di Mezzo” era il nome della via che poi è stata ribattezzata col nome di Francesco Rizzoli, ed ebbe questa denominazione in quanto si trovava in mezzo a due mercati: quello di piazza Ravegnana e quello di piazza Maggiore. L’edificio adibito a mercato che si inaugurerà il 3 aprile si chiama, invece, “Mercato coperto”. Il distretto commerciale nel quale è inserito il “Mercato coperto”, da tempo, è chiamato “il Quadrilatero”. Ora, con una forzatura inspiegabile si vorrebbe denominare “Mercato di Mezzo” l’edificio da inaugurare. E’ un errore storico! Ora vediamo la storia del Mercato coperto. Nel 1877 il Consiglio Comunale decise il “trasloco” delle bancarelle che affollavano da secoli la piazza Maggiore in vista del prossimo "esercizio di una tramvia urbana a cavalli" con capolinea davanti al palazzo del Podestà e di una riqualificazione urbana che prevedeva anche il restauro degli edifici a contorno della piazza. Il sindaco di Bologna, Gaetano Tacconi, dispose lo sgombero per il giorno 8 maggio: il Consiglio Comunale approvò unanime la decisione per porre fine alla “sconcia e deturpante” presenza delle bancarelle nella piazza Maggiore e anche la stampa locale approvò con entusiasmo. Il quotidiano “La Patria” dell’11 maggio scrisse: “Finalmente il mercato delle erbe si è traslocato e la nostra bella piazza Vittorio Emanuele è libera da quello sconcio: stamani era quasi deserta. Là in fondo sorgevano solitarie le baracche degli acquaiuoli, ma anche queste si disponevano a levar le tende”. E un altro quotidiano bolognese scrisse: "Finalmente Piazza Maggiore è sgombra da baracche, cumuli di insalate e di cipolle, dai ciarlatani che vendevano il cerotto per guarire ogni male e cavavano i denti senza dolore. Ora la Piazza è vuota ed ha un aspetto maestoso". Le proteste dei 450 ambulanti furono limitate in quanto il Comune aveva promesso loro varie alternative: il nuovo “mercato di San Francesco”, uno spazio coperto da una tettoia ubicato nell’attuale via De Marchi che poteva accogliere 250 ambulanti; un’altra tettoia per i venditori di ortaggi era stata predisposta lungo la fiancata della chiesa del SS. Salvatore in via IV Novembre, un’altra nella piazzetta Caprara (davanti all’omonimo palazzo, oggi sede della Prefettura) ed infine era stato concesso il lato porticato della “seliciata di Strada Maggiore”, oggi piazza Aldrovandi. Ma la sistemazione più prestigiosa fu quella del nuovo edificio realizzato dall’Amministrazione degli Ospedali, quasi a somiglianza di una chiesa, fra via Clavature e via Pescherie con ingresso da entrambe le vie. L’immobile, scrisse “La Patria” del 20 maggio 1877, “è riuscito benissimo: nel mezzo c’è una corsia di scaffali, ove i posteggianti possono esporre la loro merce, ai lati ci sono altri posteggi e parecchie botteghe. E’ perfettamente arieggiato, selciato a pietrini… Insomma, torna a comodo e decoro della città, ad utile dell’amministrazione che l’ha eseguito, ad onore del consigliere avv. Vicini che ha ideato e presieduto i lavori”. Un complimento fu rivolto anche “al capo mastro signor Bedosti cui era stata affidata l’esecuzione dei lavori”. Nel nuovo Mercato Coperto trovarono posto circa 150 “sfrattati” da piazza Maggiore. Alle ore 15 del 20 maggio “i proprietari delle case e botteghe dei dintorni” offrirono una “refezione rallegrata da un po’ di musica” (oggi diremmo una bandiga) ai 30 operai che per completare velocemente i lavori avevano lavorato anche di notte: suonò la Banda di Borgo Panigale e al termine della manifestazione “dall’alto del Mercato coperto piovvero una quantità di foglietti di carta a diversi colori su cui leggevasi un “evviva” in versi”. Erano stati gli “erbivendoli” che in tal modo intendevano ringraziare gli operai e l’Amministrazione degli ospedali. La mattina si era svolta l’inaugurazione ufficiale con le autorità che visitarono il nuovo mercato coperto già occupato dai nuovi inquilini: c’era un grande affollamento di curiosi dentro e fuori la nuova costruzione. Tantissimi applausi e allegria. Alla fine della manifestazione fu lamentata la scomparsa di quattro portafogli. Ultimo ad abbandonare Piazza Maggiore fu il teatrino dei burattini di Cuccoli. Marco Poli
 
 Marco Poli (del 17/04/2014 alle 16:21:25, in Articoli , visitato 2122 volte)
La costruzione della Basilica di San Petronio si concluse nel 1663. Tuttavia, per secoli la facciata rimasta incompleta fece ritenere non conclusa la costruzione. Infatti nel XIX secolo vi fu una corrente di pensiero che riteneva necessario completare gli antichi monumenti secondo canoni classici e medievali. Si attuarono, così, importanti interventi di completamento come la facciata del Duomo di Milano e quella della Basilica di Santa Croce a Firenze.
A Bologna il portabandiera di questo indirizzo fu Alfonso Rubbiani, autore di numerosi restauri su importanti architetture bolognesi. Nel 1887 fu bandito un concorso per completare la facciata di San Petronio: ad esso parteciparono numerosi e noti architetti che presentarono i loro progetti. Tuttavia fu deciso di non fare nulla.
L’idea di completare la facciata si riaffacciò nel 1933: fu bandito un nuovo concorso, ma il ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele non condivise il progetto e scrisse al podestà: “Non permetterò mai che si rechi offesa alla meravigliosa bellezza di una delle più stupende piazze d’Italia, togliendole quello che per me e per tutti coloro che amano l’arte e Bologna, è uno degli elementi principali di questa bellezza: la facciata di San Petronio così come i secoli l’hanno a noi tramandata”.
Da allora nessuno ha più proposto di completare la facciata che ormai è negli occhi e nel cuore dei cittadini. Il 3 ottobre del 1954 la Basilica fu finalmente consacrata, cioè offerta a Dio in perpetuo, 564 anni dopo la posa della prima pietra. Molti cittadini rimasero stupiti non sapendo che gli uffici religiosi si possono avviare dal momento della benedizione della chiesa stessa: cosa che avvenne nel 1392.
La consacrazione del 1954, celebrata dal cardinale Giacomo Lercaro, è anche la dichiarazione di “fine lavori”: la costruzione della chiesa è finita definitivamente, anche per quanto concerne la facciata.
 
 Marco Poli (del 20/06/2014 alle 23:36:42, in Articoli , visitato 2559 volte)
Dopo la caduta dei Medici a Firenze, Michelangelo Buonarroti decise di recarsi a Venezia. Passò la Futa poi, per via d’acqua, attraverso il Navile giunse a Venezia dove cercò un incarico di lavoro che, però, non trovò.
Abbandonò, quindi, Venezia e pensò di aver più fortuna a Bologna. Giunto nel 1494, il diciannovenne Michelangelo era senza un soldo, mentre occorrevano 50 bolognini di dazio per poter entrare nella città. Sarebbe stato, forse, arrestato se, casualmente, non fosse intervenuto il senatore Aldrovandi il quale prese in simpatia il giovane e colto Michelangelo e pagò il tributo.
Michelangelo rimase nella dimora del senatore come lettore delle opere di Dante, Petrarca e dei grandi poeti dell’epoca. Fin quando ad Aldrovandi non venne l’idea di affidargli la realizzazione di tre sculture nell’Arca di San Domenico, opera finanziata dal Senato bolognese. Fu così che Michelangelo scolpi le statue in marmo di San Petronio, di San Procolo e un angelo portacero.
La seconda e ultima volta che Michelangelo venne sotto le Due Torri fu quando Giulio II, che si era impadronito di Bologna (1506) cacciando Giovanni II Bentivoglio, pensò di affidargli l’incarico di realizzare una grande statua in bronzo che lo ritraesse e da collocare sopra l’ingresso della basilica di San Petronio.
Dopo poco più di un anno di lavoro, che Michelangelo svolse nella sede della Fabbriceria di San Petronio come ricorda una lapide in piazza Galvani, il 21 febbraio 1508 la statua su collocata fra grandi feste.
Non conosciamo l’aspetto della statua, ma pare che, secondo il volere del Papa, avesse un aspetto serio e minaccioso che non piacque ai bolognesi.
Durante il temporaneo ritorno a Bologna dei figli di Giovanni II, la statua fu abbattuta dal popolo e fatta a pezzi; che furono venduti al duca di Ferrara Alfonso d’Este il quale, col bronzo, realizzò una colubrina (un cannone) che chiamò “Giulia”.
 
 Marco Poli (del 20/06/2014 alle 23:40:57, in Articoli , visitato 1588 volte)
Si è ricordato con affetto, nostalgia e commozione l’ultimo scudetto vinto dal Bologna cinquanta anni fa. Vi sono stati incontri, sono stati applauditi gli “eroi” di quell’impresa sportiva, si è ricordato il Presidente Renato Dall’Ara, sono stati pubblicati bei libri sul “Bologna Paradiso”.
Si è trascurato, perché meno “importante” e meno “eroico”, ma pur sempre prestigioso, il successo ottenuto dieci anni dopo, il 23 maggio 1974, con la conquista della seconda e ultima Coppa Italia, battendo in finale il Palermo a Roma nello stadio Olimpico.
E’ vero che il Palermo militava in serie B e che la vittoria giunse dopo i supplementari ai calci di rigore; ma non va dimenticato che prima di disputare la finale il Bologna aveva battuto squadre importanti: il Genoa, l’Avellino, il Milan, l’Inter di Helenio Herrera e l’Atalanta. A sua volta il Palermo era arrivato in finale battendo la Juventus.
Il Bologna era allenato da Bruno Pesaola e il Presidente era Luciano Conti. La finale dell’Olimpico si era messa in salita per il Bologna perché dopo 32 minuti il Palermo si era portato in vantaggio con un goal di Magistrelli. Solo al 90’ l’atterramento in area di Giacomo Bulgarelli fruttò il rigore che Savoldi trasformò portando i rossoblu al pareggio e ai tempi supplementari che si chiusero senza reti. Si andò ai rigori e Savoldi, Bulgarelli, Pecci e Novellini segnarono tutti mentre il Palermo sbagliò un rigore consegnando al Bologna la Coppa Italia.
Fu l’anno d’oro della Lazio che vinse lo scudetto ed il Bologna si piazzò nono nella classifica finale.
La formazione del Bologna era la seguente: Buso, Roversi, Rimbano, Battisodo, Cresci, Gregori, Ghetti, Massimelli, Savoldi, Novellini. In panchina, R. Vieri, Pecci (che entrò al 76°) e Colomba.
In momenti difficili e bui come quello presente, per i tifosi rossoblu, ricordare i successi del passato rimane l’unico motivo di consolazione.
 
 Marco Poli (del 02/09/2014 alle 22:47:03, in Articoli , visitato 1828 volte)
Il 14 agosto 1974 il Comune di Bologna, su idea del sindaco Renato Zangheri, organizzò per i bolognesi rimasti in città uno spettacolo in piazza Maggiore.
L’artista che condusse gli spettatori verso il Ferragosto fu Dino Sarti, un autentico bolognese. All’epoca non c’era la consuetudine che il Comune offrisse spettacoli estivi (come poi accadde dagli anni ’80 in poi) e pertanto non era possibile immaginare quale partecipazione di pubblico vi sarebbe stata.
L’idea di Zangheri si rivelò vincente e la sera del 14 agosto ben 30.000 persone affollarono la piazza per applaudire con entusiasmo il cantante.
Già noto, ma non notissimo, l’anno prima, oltre aver debuttato al Derby di Milano, il locale dove si esibivano i cabarettisti, aveva inciso un album di successo (Bologna invece) che conteneva alcune canzoni in dialetto bolognese e altre del repertorio classico francese. Dopo il successo del 14 agosto, Dino Sarti incise l’album Piazza Maggiore 14 agosto che gli diede grandissima notorietà al punto che il 14 agosto dell’anno successivo la piazza fu ancora più gremita.
Proseguì la produzione di canzoni orecchiabili e divertenti che ripercorrevano situazioni, personaggi e mode del tempo, come Viale Ceccarini. Riccione, Spomèti, Il tango imbezell.
Da petroniano tifoso scrisse anche l’inno Bologna campione.
Autore di gradevoli libri soprattutto di costume petroniano («O si è bolognesi o si sa l’inglese»), ebbe piccole parti in alcuni film, ma soprattutto ci ha lasciato canzoni che sono entrate nella memoria dei bolognesi.
L’ultimo 14 agosto in piazza Maggiore fu quello del 1987. È morto nel 2007 all’età di soli 71 anni, dimenticato dalla città alla quale aveva dato tanto e dalla quale aveva ricevuto la grande soddisfazione dei tanti Ferragosto che lui dovette sentire ancora più caldi per l’affetto dell’immenso pubblico di piazza Maggiore.
A lui non è intitolata nemmeno una rotonda.
 
 Marco Poli (del 03/09/2014 alle 22:39:22, in Articoli , visitato 1638 volte)
L’occupazione abusiva di immobili, pubblici o privati che siano, è un reato che va perseguito ed impedito. Questo dice la legge oggi e lo affermava anche ai tempi di Francesco Zanardi, il Sindaco socialista riformista di Bologna dal 1914 al 1919.
Zanardi avrebbe avuto non una, ma mille ragioni per requisire e occupare edifici vuoti. Infatti, con lo scoppio della guerra, l’Autorità militare, in base ad una legge che glielo consentiva, occupò anche 350 aule scolastiche per trasformarle in alloggi o ospedali militari: ad esempio, il “Galvani” e il “Minghetti” divennero ospedali, le “Laura Bassi” furono occupate dalla Croce Rossa e il “Pier Crescenzi” fu trasformato in caserma.
Le scuole elementari furono private di 93 aule. I massimalisti chiesero la requisizione forzosa di immobili privati, dei “palazzi dei signori”, ma Zanardi si oppose attenendosi sempre alla legge: organizzò doppi turni con classi di 50 ragazzi, prese in affitto qualche locale e, contando anche sulla generosità di Enti e cittadini, li arredò alla meglio per consentire in ottobre l’inizio delle lezioni.
Quando a fine ottobre 1917 vi fu la disfatta di Caporetto, Bologna come altre città a sud del fronte, offrì accoglienza a una parte dei 300.000 profughi che avevano abbandonato le loro case e i loro beni. Bologna ne accolse migliaia. E anche in questo caso senza far ricorso a requisizioni o occupazioni di edifici privati.
Zanardi era convinto del fatto che colui che indossa la fascia tricolore deve essere di esempio se vuole essere credibile: non può pretendere il rispetto di leggi e norme da parte dei cittadini, se poi è lui stesso ad infrangerle.
C‘è da rimanere allibiti e sgomenti di fronte a quanto un pubblico amministratore ha consentito consapevolmente in via Mario de Maria. Non resta che augurarsi che la stessa fascia tricolore che indossano il Sindaco e gli Assessori abbia ancora efficacia.
Infine, una domanda mi sia permessa: ma l'Assessora alla Legalità avalla tutte queste illegalità?
 
 Marco Poli (del 05/10/2014 alle 13:51:13, in Articoli, visitato 1564 volte)
E' già in libreria il libro "Pane e alfabeto". Francesco Zanardi sindaco socialista di Bologna (1914- 1919) A cura di Marco Poli Costa Editore
 
 Marco Poli (del 04/06/2015 alle 13:45:46, in Articoli, visitato 1425 volte)
Il prossimo 12 giugno cade il 90° della posa della prima pietra dello Stadio Comunale.
Il progetto di costruire una “città dello sport” fu ideato da Leandro Arpinati, il leader del fascismo bolognese. Era ben consapevole che la spesa per realizzare il progetto sarebbe stata fuori dalla portata dell’amministrazione comunale: pensò quindi di mobilitare il Partito Nazionale Fascista (PNF) affidandogli la campagna di raccolta fondi su base volontaria, fissando in lire 1.000 l’offerta minima per aziende e cooperative.
Il denaro fu raccolto e il progetto del nuovo complesso sportivo, che prevedeva la realizzazione di stadio, antistadio, piscine e campi da tennis su un’area di 125.000 mq., fu affidato da Arpinati al giovane ingegnere Eugenio Costanzini. Durante i lavori furono rinvenute 9 tombe etrusche e recuperate 6 stele di arenaria. Le vasche delle piscine furono scavate a mano con le vanghe.
Il 12 giugno 1925 alla presenza del Re vi fu la cerimonia della prima pietra ed i lavori ebbero inizio: in meno di due anni furono completati.
Il 31 ottobre 1926 Benito Mussolini inaugurò lo stadio più grande d’Europa, fiore all’occhiello dell’Italia sportiva fascista al quale fu imposto il nome di Littoriale.
Il 29 maggio 1927 l'impianto – che nel frattempo il PNF aveva donato al Comune- fu inaugurato con l'incontro tra le Nazionali di Italia e Spagna (2-0); il 6 giugno fu disputata la prima partita del campionato che si concluse con la vittoria del Bologna sul Genoa per 1-0: la prima rete nel nuovo stadio fu segnata dal molinellese Giuseppe Martelli. Il 26 giugno 1927 la fiera di Bologna iniziò a svolgersi nel nuovo stadio che ospitò altre manifestazioni.
Nel 1945, dopo la Liberazione, lo stadio fu denominato Stadio Comunale e il 14 ottobre si giocò la prima partita (Bologna-Modena 2-2). Il 3 giugno 1984 prese il nome di Stadio Dall’Ara in onore del grande Presidente Renato Dall’Ara.
 
 Marco Poli (del 04/06/2015 alle 13:50:26, in Articoli, visitato 1395 volte)
Costruito, a partire dal 1201, il palazzo pubblico (Palazzo del Podestà) dove accogliere gli amministratori e le altre magistrature cittadine, il Comune decise l’apertura di piazza Maggiore abbattendo numerose costruzioni dopo aver pagato l’esproprio ai proprietari.
Fu l’inizio di una vera e propria rivoluzione urbana che pose le premesse per l’ampliamento della città che incrementò la sua popolazione da 20.000 a 50.000 abitanti nell’arco di un secolo. Ad amministrare Bologna non erano più i ceti nobiliari e magnatizi, bensì i protagonisti della new economy dell’epoca, artigiani, commercianti, piccoli imprenditori soprattutto del settore tessile, notai, cambiavalute; in altre parole, i rappresentanti delle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri.
Nel 1217 gli amministratori si resero conto che Bologna necessitava di un grande spazio da destinare a mercato per la compra-vendita di animali quadrupedi di grossa taglia, in grado di attirare operatori economici da altre città: il progetto fu sottoposto al parere della cittadinanza che, il 15 luglio 1219, approvò.
L’area individuata corrisponde all’attuale piazza Otto Agosto più la Montagnola. Lo sforzo finanziario per acquistare i terreni e i pochi immobili esistenti dai circa 70 proprietari, fu davvero notevole, come dimostrano gli atti notarili ancor oggi conservati. L’area, che occupava ben 17 ettari, apparve idonea sia perché decentrata rispetto all’abitato, sia perché su due lati scorrevano corsi d’acqua, il Canale Reno e l’Aposa, che avrebbero consentito sia la manutenzione igienica del Mercato, sia di dissetare gli animali realizzando degli abbeveratoi, uno dei quali ancora visibile in via A. Righi. In meno di tre anni l’area fu predisposta e si decisero i canoni di affitto degli spazi agli operatori economici.
Fu così che, a partire dal 1223, ogni sabato a Bologna funzionò il “Campo del Mercato”. Cioè, la Piazzola.
 
 Marco Poli (del 21/11/2015 alle 16:09:30, in Articoli, visitato 1497 volte)
A fine novembre uscirà il mio nuovo libro "Cose d'altri tempi 4" che raccoglie 80 articoli, alcuni dei quali inediti. Inoltre troverete un capitolo su Bologna durante la prima guerra mondiale che comprende un saggio inedito sull'epidemia "spagnola" che colpì anche la nostra città.
 
Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12
Ci sono 12 persone collegate

< marzo 2021 >
L
M
M
G
V
S
D
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
       
             

Cerca per parola chiave
 

Titolo
Agenda Conferenze (1)
Articoli (112)
Articolo (4)
Biografia (1)
Cose d'altri tempi - Rubrica del Resto del Carlino (9)
Curiosità petroniane (8)

Raccolti per mese:


Gli interventi più cliccati

Gli ultimi commenti:

Gent.mo dott. Poli, per conto dell'Ass...
16/02/2012 alle 16:45:01
 Mauro Marroni

Ricordo che da studente, negli anni 60...
08/02/2012 alle 01:12:14
 Aristide S.

Posso assicurarle che nell'interrato e...
15/01/2012 alle 21:06:16
 Anna Domenica Toffenetti

Buonasera. Vorrei sapere se il superme...
13/01/2012 alle 14:43:45
 Adele









05/03/2021 @ 13:32:14
script eseguito in 129 ms


Area Riservata