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 Il sito web... di Marco Poli
 
gli ho detto che nel centro di Bologna
non si perde neanche un bambino...

Lucio Dalla, Disperato erotico stomp
” 
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 10/12/2009 alle 14:31:53, in Articoli, visitato 3059 volte)

 Nel marzo del 1910 fu inaugurato il Mercato delle Erbe, un maestoso edificio con imponente facciata a lunettoni di vetro, che consentiva di ospitare un centinaio di banchi, oltre a 32 negozi fissi. L’area sulla quale sorse, per secoli, fu occupata dal convento femminile di “benedettine nere” dei Ss. Gervasio e Protasio fino al 19 giugno 1798, quando fu chiuso a seguito alle soppressioni napoleoniche. Quelle monache erano diventate famose per la produzione di un gradevole sciroppo di amarene. La denominazione della via S. Gervasio deriva proprio dalla presenza di quel convento. La decisione di realizzare il Mercato di via U. Bassi ha origine dall’8 maggio 1877, giorno in cui il Comune “sfrattò” da piazza Maggiore le 450 bancarelle per la vendita di verdure, frutta ed altri generi alimentari, ma anche stoffe, articoli casalinghi, ferrivecchi ecc.... Erano bancarelle che si potevano montare e smontare in pochi minuti: qualche stanga di sostegno, stuoie, tele cerate per proteggere da acqua e sole. Le forze politiche furono unanimi nel definire "sconcia e deturpante" la loro presenza in piazza Maggiore: il sindaco Gaetano Tacconi, oltre all’esigenza di “riqualificazione urbana”, fece poi presente che "l'esercizio di una tramvia urbana a cavalli", ormai prossimo, prevedeva il capolinea davanti al palazzo del Podestà. Per assorbire la protesta il Comune allestì nuovi spazi coperti a partire da quello progettato fra le vie Clavature e Pescherie, inaugurato nel mese di maggio dello stesso anno. Altre bancarelle furono trasferite sotto una tettoia in via De’ Marchi (S. Francesco), in piazza Aldrovandi, sul fianco della chiesa del SS. Salvatore in via IV Novembre ed altrove. Due anni dopo il “trasloco” da piazza Maggiore, dei 450 ambulanti ne erano "sopravissuti" circa 200. Fu, quindi, accolto con gioia il Mercato delle Erbe, progettato dalla coppia di tecnici comunali Arturo Carpi e Filippo Buriani che nel 1899 aveva realizzato il Mercato Bestiame. Divenne presto uno dei mercati più frequentati dove si poteva trovare ben più che le “erbe”. Lì si trasferirono molti banchi con sede precaria. Nel corso della seconda guerra il Mercato rimase vittima dei bombardamenti così come il limitrofo Hotel Brun. Nel 1949 il Mercato delle Erbe fu ricostruito: ma la piazzetta antistante, dove era collocata la statua di Ugo Bassi, fu inglobata in un nuovo edificio residenziale e con negozi che ne occultò la facciata. Dopo quasi 100 anni, il Mercato delle Erbe resta un punto di riferimento per tanti consumatori.

 
 Marco Poli (del 02/09/2009 alle 15:43:29, in Articoli, visitato 1346 volte)
La cosiddetta “gara di solidarietà” che vediamo scattare di fronte ad eventi disastrosi (terremoto) o per sostenere altre iniziative benefiche, non è un’invenzione o un’usanza dei nostri tempi, bensì accadeva già in passato in modo del tutto analogo. Il terremoto che distrusse Messina e Reggio Calabria a fine dicembre 1908, vide un’immediata risposta solidale anche a Bologna: i pompieri partirono per portare aiuto, associazioni, cooperative, aziende e privati cittadini fecero offerte in denaro e in generi di prima necessità. Anche gli artisti, come avviene oggi, si impegnarono esibendosi gratuitamente per raccogliere fondi. A Bologna, al teatro del Corso in via S. Stefano fu Carlo Musi, l’inventore della canzone dialettale bolognese, ad organizzare una “serata artistica dialettale” durante la quale recitarono davanti ad una platea affollatissima, anche poeti dialettali non bolognesi: anzitutto Trilussa, poeta romanesco che fu presentato come ”il moderno Esopo”, il “più perfetto continuatore della satira civile e morale di Gioacchino Belli”, l’artista che “senza predilezioni partigiane” riesce a colpire “la viltà e la menzogna della società contemporanea”. Poi vi erano altri poeti dialettali come Aldo Spallicci, Enrico Stuffler e Berto Barabani. Anche durante il primo conflitto mondiale, gli artisti si prodigarono a favore di orfani, vedove e invalidi: il 4 aprile 1917 Carlo Musi si recò presso l’Istituto Rizzoli dove erano ricoverati molti soldati feriti e invalidi: fu una grande festa ed il cantautore, pur anziano e forse malato (sarebbe morto nel 1920), regalò una parentesi di grande allegria cantando le sue più famose canzoni e recitando i suoi divertenti monologhi.
 
 Marco Poli (del 02/09/2009 alle 15:38:27, in Articoli, visitato 1352 volte)
Il 19 febbraio 1909, le donne dipendenti della ditta Bertagni, famosa per la produzione di tortellini e pasta fresca, proclamarono uno sciopero in segno di solidarietà nei confronti di 42 colleghe licenziate, fra le quali vi erano anche due sindacaliste. I fratelli Bertagni sostennero che la decisione di ridurre il personale, costituito da 95 donne e 20 uomini, era causata da una flessione delle vendite. Incontrando il sindacato, che protestava affermando che molte della donne presenti nella lista dei licenziamenti erano iscritte alla Camera del Lavoro e che due di esse erano sindacaliste, i Bertagni assicurarono che entro il 27 febbraio avrebbero dato la risposta circa le due sindacaliste ed alle altre richieste. Di fronte al rinvio, il sindacato proclamò lo sciopero per il 19 febbraio: tutte le tortellinaie vi aderirono, ma non i 20 uomini dipendenti della ditta Bertagni. Lo scioperò proseguì anche nei giorni successivi e le donne, spalleggiate dagli operai delle Officine Reggiane, in sciopero anch’essi, fecero picchetto davanti alla fabbrica Bertagni, che era situata nei pressi di via Milazzo. Nessuno entrò in fabbrica. Al quarto giorno di sciopero, i fratelli Bertagni incontrarono di nuovo il sindacato e fu trovato un accordo risolutivo: anzichè 42, i licenziamenti scesero a 40, anzichè 8 giorni di preavviso, ne furono concessi 15 in modo che le donne avessero più tempo a disposizione per trovare un’altra occupazione. Le due sindacaliste, una delle quali menomata da un incidente sul lavoro che le aveva danneggiato una mano, rimasero in servizio. Così si concluse il primo sciopero della tortellinaie, un mestiere che per decenni diede occupazione a centinaia di donne.
 
 Marco Poli (del 01/09/2009 alle 15:50:22, in Articoli, visitato 3225 volte)
A Bologna vi sono farmacie che da secoli operano negli stessi luoghi originari, come la "Farmacia del Corso" in via S. Stefano, come la farmacia che a metà '700 era di Gaetano Sacchetti, nei pressi di S. Procolo in via D'Azeglio, come quella in S. Felice di fronte alla chiesa della Carità, come la "Farmacia della Morte" in via de’ Musei. Certo, a Bologna non c’è un caso da Guinness dei primati, come la farmacia, a Tallinn in Estonia, che dal 1422 è gestita dalla stessa famiglia. Tuttavia, una farmacia “da primato” ce l’ha anche Bologna: il prossimo 3 settembre la Farmacia Cooperativa, che oggi si trova nel complesso del “Centro Lame”, compie i suoi 110 anni di attività e, per la sua forma cooperativa, è la più antica d’Italia ancora in attività assieme a quella di Milano. Il 3 settembre 1899 la Società Operaia di Bologna istituì la Farmacia Cooperativa non allo scopo “di fare spietata concorrenza alle farmacie dei privati”, ma di destinare gli utili “all’erogazione gratuita dei medicinali ai soci infermi”. Per realizzare la farmacia, che ebbe sede in via Marsala, occorrevano fondi che la Società Operaia pensò di ottenere aumentando la quota sociale di una lira l’anno. La decisione fu assunta solo dopo un referendum fra i soci, che approvarono l’iniziativa. “Il Resto del Carlino” del 25 agosto 1899 diede la notizia col titolo “Un referendum a Bologna”: infatti fu il primo a svolgersi nella nostra città. Il capitale d’avvio fu costituito da 60 azioni da lire 50 ciascuna: la metà fu sottoscritta dalla stessa Società Operaia. La Farmacia Cooperativa, fu una fra le tante iniziative solidaristiche avviate dalla Società Operaia, fondata l’11 dicembre 1861 da personalità laiche.
 
 Marco Poli (del 01/09/2009 alle 15:48:37, in Articoli, visitato 1348 volte)
Per Ognissanti cominciavano ad affluire a Bologna, provenienti dal Tirolo, e vi restavano fin dopo il Carnevale. Erano gli spazzacamini che ogni anno arrivavano, puntuali all’appuntamento con la tradizione, da decenni, “con la loro bonomia silenziosa, il loro fardello di freddo e di pena: figure di tenebre, sagome storte, facce a maschera di nerofumo, la raspa al fianco, il fascetto di pungitopo o di saggina in spalla, al posto della capparella”. Fino a novembre, questi ragazzi e uomini, dai 13 ai 70 anni, erano spaccalegna o contadini nelle loro terre. Giunti a Bologna si adunavano sotto le due torri e lì venivano ingaggiati per le loro prestazioni. La sera andavano a dormire in qualche stalla che veniva loro offerta gratuitamente. Erano visti con simpatia ed affetto dai bolognesi e vi era chi offriva loro cibo e pranzi, magari dopo che avevano ripulito e messo in sicurezza il camino di casa. La “Famèja Bulgnèisa”, fondata nel 1928, pensò di fare qualcosa di diverso, di eclatante, e così, nell’inverno 1930-1931, organizzò per questi spazzacamini una grande cena nel salone d’onore del palazzo Alamandini-Pallavicini di via S. Felice, 22. Si presentarono all’elegante banchetto dopo il lavoro, neri in viso, e furono accolti da applausi e da ben 11 camerieri. C’era la musica di un’orchestra, un cantante, un fotografo e tante personalità fra cui Alfredo Testoni. Il Presidente della “Famèja” disse che quella cena non era “un’elemosina, ma un premio alla loro paziente fatica”, un modo per mostrare la cordialità petroniana e la speranza che essi portassero Bologna nel loro cuore fino al prossimo novembre. E poi, canti, discorsi, applausi e qualche soldo. E tanta commozione.
 
 Marco Poli (del 01/09/2009 alle 15:23:08, in Articoli, visitato 1517 volte)
Il “Resto del Carlino” del 31 gennaio 1909 diede notizia del fatto che a Bologna si era concluso l’esperimento di incenerire i rifiuti.  Era accaduto che il Comune di Bologna, avendo appreso che in Germania ed in Inghilterra era stato sperimentato con successo un forno inceneritore, accolse la proposta della ditta straniera che aveva inventato il macchinario, le assegnò un’area fuori porta S. Donato come discarica di servizio e per collocarvi il forno inceneritore e stanziò per l’operazione la somma di lire 5.000. Si provò a mettere nel forno inceneritore la spazzatura delle strade: ma addirittura si fece fatica a bruciarla in quanto conteneva troppa umidità. “L’esperimento fu riprovato con i soli rifiuti raccolti nelle case e quindi meno terrosi, ma non meno umidi; e anche quelli non risultarono totalmente inceneriti. Nei residui si trovarono ancora stracci, residui di sostanze organiche, talché il forno non ha punto risposto all’aspettativa”. La Commissione nominata dal Comune dichiarò che “l’esperimento non corrisponde alle esigenze del servizio”, ma, convinta che il metodo dell’incenerimento fosse da perseguire in quanto “risponde alle esigenze dell’igiene e della pulizia della città”, chiese che si individuassero altri macchinari in grado di funzionare davvero. Per giustificare l’esito negativo dell’esperimento si disse che i rifiuti erano troppo umidi perché a Bologna, mancava “quel pulviscolo di carbone che abbonda nei centri industriali” di Manchester, piena di “camini continuamente impennacchiati di densi fumi”, o di Essen, la città delle officine Krupp. Le polveri di carbone emesse eliminavano l’umidità e rendevano “calorifica” anche la spazzatura delle strade!
 
 Marco Poli (del 16/07/2009 alle 23:23:32, in Articoli, visitato 3308 volte)
Secondo una consolidata ed accettata tradizione, il giorno d’inizio della costruzione della la torre Asinelli fu l’11 ottobre 1109. La datazione è assolutamente probabile, come fu dimostrato alcuni lustri fa: infatti, fra il 1988 ed il 1990, furono prelevati alcuni campioni delle pietre della torre e, analizzate con i moderni strumenti, fu possibile stabilire una datazione proprio attorno al 1109.
Si scoprì anche che nelle costruzione della torre furono utilizzate, o meglio, riciclate, pietre di sette secoli prima .
L’altezza dell’Asinelli è di m. 97.20, con fondamenta di m.6,50 e lato di m. 10,50; la base di selenite è alta m. 3,70, di cui 1,70 interrati. L’originaria porta d’accesso stava a levante a 7 metri d’altezza. La tecnica costruttiva fu quella della muratura a sacco con due pareti di mattoni (esterna 90 cm. e interna 45 cm.) che racchiudono un conglomerato di calce e ciottoli; ciò fino all’altezza di m. 34,20: da quel punto lo spessore diminuisce.
Una delle questioni che recentemente è stata posta da alcuni studiosi, proprio partendo da questi dati, riguarda l’altezza iniziale della torre: infatti vi è chi sostiene che la base della torre sia tipica di una costruzione che non doveva superare i 60 metri di altezza. Secondo questa tesi, sarebbe stato il Comune, dopo averla acquistata, a soprelevarla per ragioni difensive, utilizzandola come punto privilegiato di osservazione di una vasta area circostante. Il Comune utilizzò la torre anche come carcere e come luogo di esecuzione di pena: infatti, a pochi metri d’altezza, verso Strada Maggiore, era stata collocata una gabbia di ferro dentro la quale venivano posti ecclesiastici condannati a morte. Una cronaca ci riferisce che nel 1386, il priore dei frati del convento degli Angeli resistette ben 13 settimane prima di morire. Fra il 1351 ed il 1360, fu capitozzata la torre Garisenda che stava inclinandosi pericolosamente minacciando l’Asinelli. Proprio in quegli anni, anche il signore di Bologna Giovanni da Oleggio, pensò di utilizzare la torre come punto di controllo e di osservazione e per collocarvi un certo numero di guardie: perciò decise di far costruire sia le scale interne alla torre, sia un "corridore", cioè una struttura in legno che collegasse l'Asinelli alla Garisenda. Ma nell’agosto del 1399, per colpa del custode che teneva una lumiera accesa in cima alla torre, scoppiò un incendio che mandò in cenere le scale ed anche il corridore.
In seguito furono costruite scale a chiocciola in pietra e la merlatura in cima, ma non fu eliminato tutto il legno (una parte delle scale).
Altri incendi, alcuni dei quali dolosi, presero di mira la torre provocando di nuovo la distruzione delle scale di legno. Nel 1488, alla base della torre fu realizzata una rocchetta e costruite botteghe in muratura in luogo di quelle in legno. Sulla sommità della torre, furono innalzate delle colonne per reggere un coperto in piombo.
Le scosse di terremoto non lasciarono alcun segno che, invece, fu lasciato dai numerosi fulmini che la colpirono. Per riparare i danni provocati dai fulmini, il perito del Comune Gianandrea Taruffi “inventò” una gabbia di legno: il 14 settembre 1706, questo progenitore dell’ascensore fu issato lungo il paramento murario per ispezionare i danni e per ripararli. La stessa operazione fu ripetuta venti anni dopo; poi, il 3 settembre 1727 fu collocato sopra la rocchetta della torre Asinelli, come auspicio di protezione dai fulmini, un S. Michele Arcangelo in bassorilievo, opera di Giovan Battista Gnudi.
Purtroppo la protezione di S. Michele Arcangelo non impedì ad altri fulmini di ferire la torre; il 27 agosto 1754, si rese necessario, quindi, il ricorso all’ascensore-gabbia da parte dell'architetto del Comune Gian Giacomo Dotti, che, assieme ad un capomastro, si fece issare lungo la torre Asinelli per riparare i danni provocati da un fulmine. La cosa si ripetè anche nel 1763.
Finalmente nel 1824, fu collocato l'impianto parafulmine. Da allora, il fatto più curioso che vide coinvolta la torre Asinelli fu “l’assalto degli scalatori”: infatti, il 7 aprile 1878, il lanternaio Luciano Monari scese dalla sommità della torre Asinelli servendosi del filo metallico del parafulmine. Fu portato in trionfo come un eroe fra l’entusiasmo popolare. Ma nelle settimane successive, per emulare l’impresa di Monari, molti altri si cimentarono in scalate e discese dalla torre utilizzando il filo del parafulmine. Al punto che dovette intervenire la polizia che arrestò molti giovani. Vi fu un “maxiprocesso” ad una quindicina di ragazzi e tutti furono condannati a qualche giorno di carcere.
In nove secoli di vita, l’Asinelli ha osservato dall’alto dei suoi quasi 100 metri il dipanarsi della storia della città abituandosi a tutto, anche ad essere utilizzata, per le elezioni del 1948, come luogo d’affissione di enormi cartelli di propaganda dei partiti. Non ci resta che farle gli auguri per questo compleanno, consapevoli che lei rimarrà lì ancora per secoli a guardare la città di cui è diventata simbolo assieme alla sorella minore.
Marco Poli
 
 Marco Poli (del 16/07/2009 alle 23:18:06, in Articoli, visitato 1640 volte)
Il 12 giugno di 150 anni fa gli austriaci abbandonarono definitivamente Bologna; il giorno dopo, 13 giugno 1859, anche il cardinale legato Milesi lasciò la città.
Fu grande festa di popolo, con sventolio di tricolori e con l’abbassamento delle insegne pontificie sull’ingresso di palazzo d’Accursio, sostituite da quelle della monarchia sabauda.
Una fatto analogo era accaduto anche nel 1796 con l’arrivo a Bologna delle truppe napoleoniche. Infatti, Napoleone decise l'abolizione dei titoli nobiliari, considerati contrari al principio di uguaglianza fra i cittadini, e di conseguenza anche gli stemmi delle famiglie gentilizie subirono la triste conseguenza della abrasione, come ancora oggi si può spesso notare. Anche gli stemmi e le insegne dello Stato Pontificio furono messi al bando a partire proprio da quello di palazzo d’Accursio.
Nell'ambito delle disposizioni che imponevano la cancellazione dei segni del potere pontificio, rientrò anche la statua di Gregorio XIII collocata sulla facciata di palazzo d'Accursio nell'ottobre del 1580. La scultura, opera di Alessandro Menganti, ritrae il papa bolognese Ugo Boncompagni che esercitò il suo pontificato dal 1572 al 1585 col nome di Gregorio XIII. Il Senato bolognese era ben consapevole che anch'essa, rappresentando un simbolo del potere temporale pontificio, avrebbe dovuto essere rimossa e distrutta. Tuttavia, dopo numerose riunioni e lunghe discussioni, emerse l’impareggiabile idea di trasformare il Papa in San Petronio: levando il triregno che la distingue per statua pontificia potrebbesi surrogarle una mitra e un pastorale vescovile. A quel punto sarebbe stato sufficiente togliere la lapide che recava la vera identità della statua e sostituirla con la scritta Divus Petronius Protector et Pater.
Così fu deciso e così fu fatto e Gregorio XIII "truccato" da San Petronio fu promosso a Patrono della città. E nessuno osò minacciare l'opera d'arte. Partiti i francesi e tornata nel 1815 Bologna sotto il Governo Pontificio, nessuno pensò a ripristinare l’originaria fisionomia alla statua che continuò ad apparire come San Petronio.
Solo nel 1895, dopo quasi cent’anni di “trucco”, Gregorio XIII tornò ad essere se stesso con la perdita del pastorale e della tiara papale, ora conservati al Museo del Risorgimento.
Ancora oggi si può leggere “Divus Petronius protector et pater”!
Marco Poli
 
 Marco Poli (del 14/06/2009 alle 16:22:37, in Articoli, visitato 2171 volte)

Nel giugno 1859 le truppe austriache furono sconfitte dagli eserciti piemontese e francese a Palestro e a Magenta. Gli austriaci avevano abbandonato Milano e i bolognesi si attendevano che lo stesso accadesse anche a Bologna. Cosa che avvenne il 12 giugno, come scrive Enrico Bottrigari nella sua “Cronaca di Bologna”: Suonavano all’orologio del pubblico Palazzo le ore 2 antimeridiane quando l’ufficiale austriaco informò gli astanti che trovavansi sulla porta del Palazzo, che egli se ne partiva. Un’ora dopo, a guardia del Palazzo, non c’erano più le truppe austriache ma il corpo civico dei pompieri e la guardia comunale.
La gente si rese conto che gli austriaci stavano per lasciare Bologna e preparò i festeggiamenti. Infatti, come scrive Bottrigari, silenziose, anzi mute, avevano già lasciato Bologna le truppe imperiali, comprese com’erano da un certo timore, dirigendosi per la via Emilia alla volta di Modena. Nella fretta della partenza e per essere più solleciti alla corsa, abbandonarono per via alcune suppellettili, delle pagnotte ed alcuni oggetti di vestiario...
Bologna da quel momento fu libera dopo dieci anni di schiavitù.
Quattro ore dopo la partenza degli austriaci piazza Maggiore si riempì di folla festante e in città si videro come per incanto comparire vessilli tricolori, alcuni dei quali portanti sul campo bianco la croce di Savoia. Alle finestre moltissime donne facevano mostra dei colori italiani. Sull’ingresso di palazzo d’Accursio fu abbassata l’insegna pontificia e issata quella dei Savoia. Nemmeno 24 ore dopo, anche il cardinal legato Giuseppe Milesi lasciò Bologna.
Un anno dopo, con l’adesione alla monarchia dei Savoia, per Bologna si aprì un’epoca nuova.

 
 Marco Poli (del 04/04/2009 alle 09:57:33, in Articoli, visitato 2331 volte)

Le porte di Bologna che, dopo il restauro, stanno uscendo dai gusci che le avvolgevano, che funzioni avevano? Anzitutto quella di non far entrare persone sgradite; poi quella di far pagare il dazio alle merci che si introducevano in città. A tal fine, ogni porta aveva un suo capitano che risiedeva accanto alla porta stessa, e dei “chiavieri”, o guardiani, che 24 ore su 24 sorvegliavano l’accesso.

Tuttavia, fra il 1628 ed il 1630, fu affidato alle porte anche il compito di tenere fuori la peste. Infatti il 12 gennaio 1628 il cardinale legato di Bologna, Bernardino Spada, ordinò di porre più guardie alle porte “per maggiormente guardarsi dall’infortunio della peste”, vietando l’ingresso in città a persone e merci non accompagnate da “fedi di sanità”, cioè da certificazioni. Si posero alle porte anche degli ufficiali sanitari e si vietò l’ingresso in città a “zingari, mendicanti, e vagabondi di cera poco sana”.

Quando la peste fu segnalata a Milano, si stabilì di tenere aperte solo 5 porte e di intensificare i controlli sulle merci in ingresso, in quanto vi sono “persone poco timorate di Dio, che non hanno riguardo al bene pubblico, ma solo all’interesse proprio” e che non esitano a falsificare la fede di sanità; fu anche prevista la pena di morte per i guardiani negligenti. Si fece di tutto per chiudere la peste fuori dalle mura, considerate come un cordone sanitario: i documenti dello “straniero” furono passati sopra il fuoco per essere “ben purgati” e si ordinò di tenere pulite le strade.

Ma nonostante tutte le precauzioni, a maggio del 1630 la peste era già in città: in meno di un anno si contarono 15.000 morti su 62.000 abitanti: nessuna guerra provocò tante vittime.

 
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