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 Il sito web... di Marco Poli
 
et discrepant in loquendo
Bononienses Burgi Sancti Felicis
et Bononienses Stratae Maioris.

Dante Alighieri, De Vulgari Eloquentia, liber I, cap. IX
” 
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 17/04/2014 alle 16:21:25, in Articoli , visitato 1691 volte)
La costruzione della Basilica di San Petronio si concluse nel 1663. Tuttavia, per secoli la facciata rimasta incompleta fece ritenere non conclusa la costruzione. Infatti nel XIX secolo vi fu una corrente di pensiero che riteneva necessario completare gli antichi monumenti secondo canoni classici e medievali. Si attuarono, così, importanti interventi di completamento come la facciata del Duomo di Milano e quella della Basilica di Santa Croce a Firenze.
A Bologna il portabandiera di questo indirizzo fu Alfonso Rubbiani, autore di numerosi restauri su importanti architetture bolognesi. Nel 1887 fu bandito un concorso per completare la facciata di San Petronio: ad esso parteciparono numerosi e noti architetti che presentarono i loro progetti. Tuttavia fu deciso di non fare nulla.
L’idea di completare la facciata si riaffacciò nel 1933: fu bandito un nuovo concorso, ma il ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele non condivise il progetto e scrisse al podestà: “Non permetterò mai che si rechi offesa alla meravigliosa bellezza di una delle più stupende piazze d’Italia, togliendole quello che per me e per tutti coloro che amano l’arte e Bologna, è uno degli elementi principali di questa bellezza: la facciata di San Petronio così come i secoli l’hanno a noi tramandata”.
Da allora nessuno ha più proposto di completare la facciata che ormai è negli occhi e nel cuore dei cittadini. Il 3 ottobre del 1954 la Basilica fu finalmente consacrata, cioè offerta a Dio in perpetuo, 564 anni dopo la posa della prima pietra. Molti cittadini rimasero stupiti non sapendo che gli uffici religiosi si possono avviare dal momento della benedizione della chiesa stessa: cosa che avvenne nel 1392.
La consacrazione del 1954, celebrata dal cardinale Giacomo Lercaro, è anche la dichiarazione di “fine lavori”: la costruzione della chiesa è finita definitivamente, anche per quanto concerne la facciata.
 
 Marco Poli (del 16/03/2014 alle 12:20:01, in Articoli , visitato 2403 volte)
Premetto che “Mercato di Mezzo” era il nome della via che poi è stata ribattezzata col nome di Francesco Rizzoli, ed ebbe questa denominazione in quanto si trovava in mezzo a due mercati: quello di piazza Ravegnana e quello di piazza Maggiore. L’edificio adibito a mercato che si inaugurerà il 3 aprile si chiama, invece, “Mercato coperto”. Il distretto commerciale nel quale è inserito il “Mercato coperto”, da tempo, è chiamato “il Quadrilatero”. Ora, con una forzatura inspiegabile si vorrebbe denominare “Mercato di Mezzo” l’edificio da inaugurare. E’ un errore storico! Ora vediamo la storia del Mercato coperto. Nel 1877 il Consiglio Comunale decise il “trasloco” delle bancarelle che affollavano da secoli la piazza Maggiore in vista del prossimo "esercizio di una tramvia urbana a cavalli" con capolinea davanti al palazzo del Podestà e di una riqualificazione urbana che prevedeva anche il restauro degli edifici a contorno della piazza. Il sindaco di Bologna, Gaetano Tacconi, dispose lo sgombero per il giorno 8 maggio: il Consiglio Comunale approvò unanime la decisione per porre fine alla “sconcia e deturpante” presenza delle bancarelle nella piazza Maggiore e anche la stampa locale approvò con entusiasmo. Il quotidiano “La Patria” dell’11 maggio scrisse: “Finalmente il mercato delle erbe si è traslocato e la nostra bella piazza Vittorio Emanuele è libera da quello sconcio: stamani era quasi deserta. Là in fondo sorgevano solitarie le baracche degli acquaiuoli, ma anche queste si disponevano a levar le tende”. E un altro quotidiano bolognese scrisse: "Finalmente Piazza Maggiore è sgombra da baracche, cumuli di insalate e di cipolle, dai ciarlatani che vendevano il cerotto per guarire ogni male e cavavano i denti senza dolore. Ora la Piazza è vuota ed ha un aspetto maestoso". Le proteste dei 450 ambulanti furono limitate in quanto il Comune aveva promesso loro varie alternative: il nuovo “mercato di San Francesco”, uno spazio coperto da una tettoia ubicato nell’attuale via De Marchi che poteva accogliere 250 ambulanti; un’altra tettoia per i venditori di ortaggi era stata predisposta lungo la fiancata della chiesa del SS. Salvatore in via IV Novembre, un’altra nella piazzetta Caprara (davanti all’omonimo palazzo, oggi sede della Prefettura) ed infine era stato concesso il lato porticato della “seliciata di Strada Maggiore”, oggi piazza Aldrovandi. Ma la sistemazione più prestigiosa fu quella del nuovo edificio realizzato dall’Amministrazione degli Ospedali, quasi a somiglianza di una chiesa, fra via Clavature e via Pescherie con ingresso da entrambe le vie. L’immobile, scrisse “La Patria” del 20 maggio 1877, “è riuscito benissimo: nel mezzo c’è una corsia di scaffali, ove i posteggianti possono esporre la loro merce, ai lati ci sono altri posteggi e parecchie botteghe. E’ perfettamente arieggiato, selciato a pietrini… Insomma, torna a comodo e decoro della città, ad utile dell’amministrazione che l’ha eseguito, ad onore del consigliere avv. Vicini che ha ideato e presieduto i lavori”. Un complimento fu rivolto anche “al capo mastro signor Bedosti cui era stata affidata l’esecuzione dei lavori”. Nel nuovo Mercato Coperto trovarono posto circa 150 “sfrattati” da piazza Maggiore. Alle ore 15 del 20 maggio “i proprietari delle case e botteghe dei dintorni” offrirono una “refezione rallegrata da un po’ di musica” (oggi diremmo una bandiga) ai 30 operai che per completare velocemente i lavori avevano lavorato anche di notte: suonò la Banda di Borgo Panigale e al termine della manifestazione “dall’alto del Mercato coperto piovvero una quantità di foglietti di carta a diversi colori su cui leggevasi un “evviva” in versi”. Erano stati gli “erbivendoli” che in tal modo intendevano ringraziare gli operai e l’Amministrazione degli ospedali. La mattina si era svolta l’inaugurazione ufficiale con le autorità che visitarono il nuovo mercato coperto già occupato dai nuovi inquilini: c’era un grande affollamento di curiosi dentro e fuori la nuova costruzione. Tantissimi applausi e allegria. Alla fine della manifestazione fu lamentata la scomparsa di quattro portafogli. Ultimo ad abbandonare Piazza Maggiore fu il teatrino dei burattini di Cuccoli. Marco Poli
 
 Marco Poli (del 21/01/2014 alle 14:30:12, in Articoli, visitato 1767 volte)
Dopo Luigi Valeriani è giusto occuparsi di Giovanni Aldini, lo scienziato che tutti i bolognesi ricordano in coppia con Valeriani per denominare l’Istituto Tecnico che fu fondato in virtù della loro generosità.
Giovanni Aldini nacque a Bologna nel 1762 ed era nipote di Luigi Galvani. Come lo zio, anch’egli studiò fisica e divenne docente all’Università di Bologna nel 1798.
Il suo interesse prevalente si concentrò sull’elettricità e sulla sua applicazione in medicina e per l’illuminazione. Il suo sogno era quello di ridare vita a un cadavere attraverso le scariche elettriche trasmesse dalla pila.
Poiché in Europa si era diffusa la ghigliottina per giustiziare i condannati, nel 1803 Aldini si trasferì in Inghilterra dove ancora si usava l’impiccagione. Giunto a Londra seppe che tale George Forrest, accusato di omicidio plurimo, attendeva il verdetto; pare che Aldini abbia corrotto i giudici per condannarlo e impiccarlo.
Ottenne, così, il cadavere e, davanti al pubblico, azionò una grande pila ottenendo l’effetto di far tornare il respiro e il movimento al cadavere fra lo spavento degli astanti. Il suo assistente morì d’infarto.
Gli esperimenti proseguirono, sempre davanti al pubblico come fossero spettacoli teatrali, sia su uomini, sia su animali riscuotendo il plauso degli scienziati.
Furono questi esperimenti di Aldini a ispirare Mary Schelley per il suo famoso romanzo Frankestein. Ottimo conoscitore di lingue straniere, ha lasciato numerose opere scientifiche anche in lingua inglese e francese. Giovanni Aldini morì a Milano nel 1834.
Lasciò una forte somma di denaro per completare il progetto di scuola deciso assieme a Valeriani.
A differenza di Luigi Valeriani, il Comune di Bologna non gli ha dedicato una via della città a causa della omonimia con Antonio Aldini, famoso avvocato che difese Luigi Zamboni e Giovanbattista De Rolandis e divenne Ministro di Napoleone.
 
 Marco Poli (del 07/11/2013 alle 00:38:35, in Articoli, visitato 1745 volte)
Dopo 83 anni al servizio della mobilità pubblica, le rotaie andarono definitivamente in pensione; mentre i tram elettrici furono messi in quiescenza dopo 59 anni di esercizio. Il 2 ottobre 1880 era entrato in funzione il primo “tramway” a cavalli che faceva servizio sulla linea Stazione ferroviaria - Piazza Nettuno: a gestire il servizio fu una società belga (Les tramways de Bologne); mentre l’11 febbraio 1904, finalmente, avvenne la prima corsa del tram a trazione elettrica, con servizio a pagamento, sulla linea Indipendenza - Stazione - Zucca: nove carrozze che partivano ogni 10 minuti.
Fu il presidente dell’azienda municipalizzata ATM, Giorgio Scarabelli, ad invitare le autorità a partecipare “alla cerimonia inaugurale della trasformazione della linea tranviaria di San Ruffillo che avrà luogo domenica 3 novembre 1963 alle ore 9,45 in piazza Minghetti”. L’invito poi proseguiva: “Nell’occasione verrà solennizzata l’ultima corsa dell’ultimo tram di Bologna”. Quel 3 novembre un tram della linea 13 - S. Ruffillo, la vettura n. 210, fra ali di folla grata e plaudente, fece l’ultima corsa, dirigendosi definitivamente nel deposito Zucca. Dalle migliaia di cittadini partirono parole di gratitudine verso il tram, mentre gli occhi di tanti ex tramvieri tradivano la commozione: come se assistessero al funerale di un amico o del compagno di lavoro di una vita intera. il tram lasciò posto ad autobus e filobus e le rotaie furono in parte rimosse e in parte coperte dall’asfalto.
Dal 1963 e per lustri i bolognesi continuarono a chiamare “tramvieri” gli autisti del bus: e ancora oggi, alle fermate, si può sentire qualcuno che dice: “Ma quando arriva il tram?”.
Quando, nel 1993, per meno di un anno fui Assessore al Traffico, proposi il progetto di nuove linee tramviarie ottenendo molte reazioni positive. Poi, dopo anni di silenzio, apparve all’orizzonte il CIVIS. E tutti sappiamo come è andata…
 
 Marco Poli (del 10/08/2013 alle 13:16:44, in Articoli, visitato 1505 volte)
A pochi mesi dalla ascesa al soglio pontificio, papa Francesco ha firmato, dopo averla redatta con il Papa emerito Benedetto XVI, la sua prima enciclica Lumen fidei. L’enciclica – come indica l’etimologia del termine - è una lettera circolare che il Papa indirizza ai vescovi della Chiesa e ai fedeli tutti per comunicare, per chiarire, per insegnare, per indirizzare.
Ma quale fu il Papa che firmò la prima enciclica? Ai bolognesi che non lo sanno farà piacere apprendere che la prima enciclica, Ubi primum, fu firmata il 3 dicembre 1740 dal Papa bolognese Prospero Lambertini (Benedetto XIV) pochi mesi dopo la sua elezione avvenuta il 17 agosto 1740.
Papa Lambertini indirizzò quella prima enciclica ai vescovi e al clero per raccomandare non solo la moralità dei comportamenti, ma una particolare attenzione alla formazione dei chierici e dei sacerdoti; un tema molto caro a Lambertini che a Bologna aveva voluto la costruzione del seminario (oggi Grand Hotel Majestic, già Baglioni) per la formazione del clero: coloro i quali sono chiamati al servizio del Signore siano formati fin dalla giovane età alla pietà, all’integrità dei costumi e alla disciplina canonica.
Dopo questa enciclica, papa Lambertini ne firmò altre trenta, inaugurando uno strumento pastorale poi utilizzato, più o meno, dai successori. Pochi Papi firmarono più encicliche di papa Lambertini: Pio IX (41), Leone XIII (86), Pio XII (41).
L’idea di scrivere “lettere circolari” su vari temi, sottolinea ancor più la grandezza del Papa bolognese, uomo colto, pastore preoccupato, pontefice consapevole di essere anche uomo di governo.
Non fu, ovviamente, l’unico strumento di comunicazione e di governo: papa Lambertini utilizzò anche le “bolle” pontificie, i “motu proprio” e i “brevi”. La raccolta di tutti questi suoi atti di governo è ponderosa e tocca ogni argomento con profonda dottrina accompagnata da una solida cultura.
 
 Marco Poli (del 10/08/2013 alle 13:14:38, in Articoli, visitato 1569 volte)
Cinquanta anni fa era la Bologna del sindaco Giuseppe Dozza, del cardinale Giacomo Lercaro e di padre Olinto Marella che, proprio nel 1963, ricevette il premio "Stella della bontà".
In quell’anno iniziò la sua attività l’Ospedale Maggiore nell’area degli ex Prati di Caprara e presero il via i lavori per la costruzione dell’Ospedale Malpighi, fra via Palagi e via Albertoni, poi completata nel 1967.
Fu avviata la costruzione (conclusa nel 1967) del Palazzo degli Affari in piazza della Costituzione nel nuovo quartiere fieristico.
Il Comune approvò il Piano per l’Edilizia Economica e Popolare (PEEP), lo strumento urbanistico che avrebbe consentito la realizzazione di insediamenti abitativi nella periferia della città. Il 21 giugno fu costituita la Cooperativa Edificatrice Augusto Murri, una delle realtà protagoniste della realizzazione dei Comprensori PEEP: nel corso degli anni ha costruito migliaia di appartamenti non solo a Bologna, ma anche fuori dai confini comunali. Il 26 maggio atterrò all’aeroporto di Bologna, dopo un’ora di volo, il primo aereo della linea Roma- Bologna.
Una solenne cerimonia celebrò il quarto centenario dell’Archiginnasio (che aprì il primo anno accademico il 21 ottobre 1563): parteciparono all’avvenimento il ministro La Malfa, il sindaco Dozza ed il rettore Battaglia. Contemporaneamente il Comune istituì il premio “Archiginnasio d’oro” da assegnare a personalità che si fossero distinte per meriti culturali.
Il 3 novembre 1963 un tram della linea 13 - S. Ruffillo, fra ali di folla grata e plaudente, fece l’ultima corsa. Addio tram! Il Bologna chiuse il campionato al quarto posto in classifica: Nielsen segnò 19 reti e Ezio Pascutti 14.
La città rimase turbata dal “delitto dell’anno”: Ombretta Caleffi, moglie di Carlo Nigrisoli, fu trovata morta nella sua casa, uccisa da una dose di curaro. Era il 14 marzo. Carlo Nigrisoli fu condannato all’ergastolo.
 
Il 19 marzo 1893 i bolognesi videro affisso lungo le vie della città un manifesto che annunciava l’avvenuta istituzione anche a Bologna, “al pari delle altre grandi città”, della Camera del Lavoro “istituita dalle Società Operaie della città e provincia di Bologna col concorso del Municipio, della Provincia e della Banca Popolare”, quest’ultima, “creatura” della Società Operaia.
Il manifesto, inoltre, conteneva la convocazione di un’assemblea da tenersi nella Sala dei Notai il 26 marzo, durante la quale sarebbero state illustrate le finalità e le attività della nuova Camera del Lavoro.
Tuttavia, già nel manifesto erano descritti gli scopi della Camera del Lavoro: “organizza gli operai in gruppi d’arte e mestiere, agevola il collocamento ai disoccupati, facilita la conciliazione e la soluzione delle controversie che possono sorgere fra operai e imprenditori riguardo al salario, all’orario ed in genere alle condizioni del lavoro; favorisce ed eccita la formazione ed il progresso di tutte le forme di associazioni di mutuo soccorso e cooperative”. Infine, la Camera del Lavoro si proponeva di promuovere “scuole professionali d’arte e mestieri” e studi e ricerche sui temi del lavoro e della produzione.
La manifestazione nel palazzo dei Notai veniva a sancire ufficialmente la costituzione della Camera del Lavoro che era avvenuta il 22 gennaio dello stesso anno presso la sede della Società Operaia in via Cavaliera, 22 (oggi via Oberdan) dove si erano riunite 25 società di arti e mestieri, operaie e di mutuo soccorso.
Dal 22 gennaio erano poi aumentate le adesioni da parte di altre associazioni, al punto che il manifesto del 19 marzo era sottoscritto da 34 associazioni.
Dal primo giugno 1893 la Camera del Lavoro ebbe come prima sede i locali della Società Operaia di via Cavaliera, 22.
A 120 anni di distanza, il fine di lottare per il lavoro e contro la disoccupazione resta intatto.
 
 Marco Poli (del 12/06/2013 alle 16:35:34, in Articoli, visitato 2423 volte)
Venti anni fa moriva Marino Piazza, cantastorie bolognese, che fu protagonista per decenni di un mondo scomparso che aveva come palcoscenico le piazze.
Nacque a Bazzano nel 1909 e già all’età di 18 anni cominciò a frequentare fiere e mercati col fratello Piero.
Dopo il 1936 la sua attività si svolse prevalentemente nella Piazzola di Bologna. E divenne, assieme ai grandi venditori-imbonitori come Giuseppe Ragni e Oreste Biavati, uno dei grandi personaggi della Piazzola. Una delle specialità di Marino Piazza fu quella di recitare filastrocche in rima per raccontare avvenimenti o personaggi del momento: per questo si autodefinì “Piazza Marino poeta contadino”.
A differenza di Ragni e di Biavati, Marino Piazza fu un cantastorie capace di improvvisazioni esilaranti. L’uso del dialetto lo avvicinava ancor più ai frequentatori della Piazzola, alcuni dei quali vi si recavano proprio per assistere alle sue esibizioni, per ascoltare le centinaia di sue canzoni, poesie, zirudelle. Marino Piazza divenne un personaggio e la sua notorietà superò i confini petroniani. Nel 1970 la sua professionalità fu premiata con l’assegnazione del titolo di “Trovatore d’Italia”. Ma intanto la società era cambiata e per campare Marino Piazza si trasformò in commerciante gestendo un banco in Piazzola: ma non rinunciava a recitare le sue filastrocche e a far sentire le sue composizioni musicali, anche tramite dischi e musicassette che vendeva. E’ morto l’8 luglio 1993. Accanto alla lapide che ricorda il grande venditore Oreste Biavati, si dovrebbe collocare quella per ricordare “Piazza Marino poeta contadino” che è rimasto nella memoria di tanti bolognesi che lo conobbero e lo apprezzarono.
E’ stato l’ultimo cantastorie bolognese. Ma va detto che Giuliano Piazza, figlio di Marino, ha sempre mantenuto e mantiene viva la memoria del padre, recitando le sue composizioni in rima e suonando le sue canzoni.
 
 Marco Poli (del 12/06/2013 alle 16:33:27, in Articoli, visitato 1872 volte)
A compiere i 250 anni non è solo il teatro Comunale di Bologna, ma anche il teatro di villa Aldrovandi Mazzacorati in via Toscana.
Stiamo parlando di uno dei numerosi “teatrini” privati, costruiti da famiglie nobili per il loro personale divertimento: infatti spesso erano proprio gli aristocratici a recitare testi classici o scritti da loro stessi.
Fra questi, il più famoso fu certamente il marchese Francesco Albergati che scrisse testi teatrali e portò le commedie di Goldoni e di Voltaire nel teatro della sua villa di Zola Predosa.
Ma nel 1763 il conte Gianfrancesco Aldrovandi Marescotti inaugurò il teatro che aveva fatto costruire nella sua grande villa: fu una tragedia di Voltaire, ”Alzira”, recitata dallo stesso Aldrovandi e da altri familiari ed amici, ad inaugurare il delizioso teatro, completato l’anno seguente con la realizzazione delle balconate e con le scene dipinte da Antonio Galli Bibiena.
Fu, quindi, un teatro voluto da un appassionato che scrisse commedie, tradusse opere straniere, recitò egli stesso. Addirittura, per divertire i propri figli, promosse recite con i burattini.
Inoltre, il teatro ebbe una vera e propria programmazione annuale e per assistere agli spettacoli si doveva pagare il biglietto. Alcuni hanno attribuito questo teatro al Bibiena: ma non è così, perché il progetto e la costruzione si debbono allo stesso senatore Aldrovandi coadiuvato dal macchinista Angelo Bentivoglio.
Alla sua morte, il figlio Carlo Filippo non seguì le orme del padre e il teatro fu poco attivo.
Il teatro fu restaurato per la prima volta nel 1937, poi si giovò di interventi manutentivi: il merito di averlo fatto conoscere ai bolognesi va all'“Associazione cultura e arte del ‘700” i cui volontari hanno agevolato le visite del pubblico.
Ora il teatro di villa Mazzacorati è un bene che, a pieno diritto, è entrato a far parte del grande patrimonio artistico della città.
 
 Marco Poli (del 12/06/2013 alle 16:29:29, in Articoli , visitato 1116 volte)
Dopo la distruzione del sontuoso palazzo dei Bentivoglio, ordinata da papa Giulio II, i bolognesi chiamarono quell’area “il guasto”, un “vuoto” urbano che rimase tale per oltre 250 anni, fin quando fu deciso di erigere proprio lì il Teatro Comunale, un grande teatro pubblico, costruito con fondi privati.
L’unico teatro pubblico, fino alla costruzione del Comunale, fu quello allestito dal 1581 nel salone del palazzo del Podestà.
Nel XVIII secolo Bologna poteva contare su numerosi teatri, la gran parte dei quali era di proprietà di nobili e aristocratici.
Uno di questi, il teatro Malvezzi, costruito nel 1651 nella residenza dei Malvezzi (oggi, via Belmeloro, 2-4), era un teatro elegante, con 60 palchi e con le scenografie di Francesco Galli Bibiena.
Purtroppo nel 1745 rimase distrutto da un incendio: il capocomico della compagnia che aveva recitato fu accusato dell’incendio e incarcerato; poi, riconosciuta la sua estraneità, fu rilasciato.
L’aristocrazia cittadina, ritenendo che Bologna meritasse un grande teatro come altre città, decise di chiedere un preventivo per la costruzione.
Per non far gravare sulla finanza comunale la somma necessaria (20.000 scudi) il denaro fu raccolto attraverso una sottoscrizione ed altri proventi privati.
Ottenuta l’autorizzazione alla costruzione da papa Benedetto XIV, Prospero Lambertini, nel 1755 fu affidata la progettazione del teatro ad Antonio Galli Bibiena che in breve tempo fornì un modello in legno ancora oggi conservato.
I costi poi lievitarono anche per l’acquisto dell’area, il “guasto”, e fu necessaria una nuova sottoscrizione.
Finalmente, il 14 maggio 1763 il teatro fu inaugurato: l’opera rappresentata (per 28 repliche!) fu “Il trionfo di Clelia”, un testo di Metastasio musicato dal compositore tedesco Christoph Willibald Gluck (1714-1787) su richiesta degli organizzatori bolognesi.
La facciata del teatro fu completata nel 1933.
 
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