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 Il sito web... di Marco Poli
 
una città senza pietà, la mia città,
ma com’è bella la mattina,
quando si sveglia, quando si accende...
e com’è dolce certe sere...
...
dove sarà, prima era qua...

Luca Carboni, La mia città
” 
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 12/06/2013 alle 16:25:54, in Articoli, visitato 2024 volte)
Nacque il 3 ottobre 1848, qualche mese dopo la giornata dell’8 agosto che vide i bolognesi opporsi con successo agli austriaci.
Di famiglia molto religiosa, a 19 anni Alfonso Rubbiani iniziò ad impegnarsi nell’associazionismo cattolico: nel 1870 si arruolò nell’esercito pontificio per difendere Roma dall’attacco dell’esercito italiano.
Nel 1879 fu eletto consigliere e assessore al Comune dI Budrio; lo stesso anno, pur avendo compiuto studi di tutt’altro genere, si avvicinò al mondo del restauro collaborando a quello della chiesa di S. Martino: fu l’inizio della carriera di restauratore “romantico” che si proponeva di ricostruire gli edifici in analogia con lo stile dell’epoca.
Nel 1883, lavorò al castello di S. Martino dei Manzoli a Minerbio e nel 1886 fu il protagonista del restauro della chiesa di San Francesco e delle arche dei Glossatori che gli diede grande notorietà. Nel 1889 Rubbiani fu uno dei fondatori del “Comitato per Bologna Storica e Artistica”, l’associazione che vanta enormi meriti nel restauro di edifici storici.
Nel 1902, quando iniziò l’abbattimento delle mura di Bologna, Rubbiani fu tra i più strenui oppositori assieme a pochi altri intellettuali. Suo fu il restauro di ciò che rimase di porta Maggiore.
Fra i numerosi restauri di cui fu autore spiccano quelli del palazzo della Mercanzia, dell’oratorio di Santo Spirito in via Val d’Aposa, della facciata di S. Domenico, del palazzo dei Notai.
Nel 1910, quando fu deciso l’allargamento delle vie Rizzoli, Orefici e Caprarie, Rubbiani riportò alla luce palazzo Re Enzo. Il restauro finì fra le polemiche. Fu l’ultimo intervento di Rubbiani.
Morì nel 1913 nella sua casa di vicolo dell’Orto, 4.
L’illustre storico dell’arte Aldo Foratti scrisse: “le lodi dei più non evitarono qualche riserva, quando l'idea di ripristinare con eccessiva libertà sopraffece il più storico concetto di salvare le antiche fabbriche”.
 
 Marco Poli (del 09/04/2013 alle 21:04:45, in Articoli, visitato 2188 volte)
Fu Giovanni Bolognini, figlio di Francesco, mercante, il primo direttore del Monte di Pietà di Bologna: fu lui, infatti, a scrivere il primo “giornale di cassa” datato 23 aprile 1473, giorno in cui divenne operativo il Monte di Pietà di Bologna.
L’atto fondativo, al quale si giunse a seguito della predicazione del frate francescano minore osservante Michele Carcano, risale al giorno precedente. La prima sede fu all’angolo fra l’attuale via Farini ed il Pavaglione.
I Monti di Pietà nacquero per combattere l’usura ed erogare prestiti su pegno al ceto meno abbiente in temporanea difficoltà. Fino al 1515 non fu applicato alcun tasso d’interesse sui prestiti. In seguito, e fino al 1796, i tassi applicati oscillarono fra il 3 ed il 5 per cento.
Il Monte di Pietà di Bologna ebbe grande successo fra la popolazione al punto che, dopo un secolo di vita, furono istituite quattro filiali a Bologna e quattro nella provincia (Budrio, Castel San Pietro, San Giovanni in Persiceto, Castelbolognese) divenendo ben presto uno dei maggiori istituti di credito italiani.
Nella seconda metà del ‘500, il Monte svolse anche servizi esattoriali e di tesoreria per conto del Comune di Bologna e amministrò il patrimonio di numerose Opere Pie, soprattutto quelle rivolte alla erogazione di una dote per le “zitelle” affinché potessero sposarsi o monacarsi.
Inoltre, alla fine del secolo XVII, il Monte diede vita al Monte della Canapa e al Monte della Seta al fine di finanziare i due settori produttivi più importanti della città, che davano lavoro a 30.000 cittadini. Fu il primo esempio di credito basato sulla anticipazione su merci.
All’arrivo dei francesi a Bologna, nel giugno 1796, il Monte di Bologna fu “spogliato” poiché gli fu imposto di pagare ai francesi, per conto della collettività bolognese, oltre 4.000.000 di lire come “diritto di conquista”. Licenziati i 100 dipendenti, il Monte rimase chiuso fino al 1802. Riaprì con tre dipendenti e riuscì a sopravvivere anche per merito dei numerosi creditori che rinunciarono al loro denaro.
Alla fine dell’800 il Monte aprì nuovamente delle filiali, soprattutto in zone periferiche e povere della città, per venire incontro alle esigenze della clientela: una filiale fu aperta in via del Pratello.
Nel corso del ‘900 il Monte di Bologna continuò la sua costante espansione: nel 1964 assunse la denominazione di Banca del Monte di Bologna e Ravenna avendo assorbito l’Istituto ravennate e quello di Bagnacavallo. Nel 1991 la Banca del Monte di Bologna e Ravenna (1139 dipendenti e 68 filiali) e la Cassa di Risparmio di Modena si fusero dando vita a Carimonte Banca spa.
In quella circostanza nacque la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, istituto non profit con la missione di operare a favore della collettività bolognese e ravennate attraverso il sostegno per la tutela dei beni artistici e culturali e finanziando iniziative di carattere sociale a beneficio dei cittadini.
In seguito si ebbe la fusione con il Credito Romagnolo (Rolo Banca 1473) ed infine l’aggregazione all’interno del nuovo soggetto Unicredit. A 540 anni di distanza, degli oltre 100 Monti di pietà fondati a partire dalla metà del ‘400, non ne esistono quasi più dopo le fusioni avvenute a partire dagli anni ’90 del secolo scorso.
Lo stesso Monte dei Paschi di Siena, oggi protagonista delle cronache, non fu un Monte di pietà fondato dai francescani; si chiamò Monte Pio e nacque in polemica con la visione francescana. Basti pensare che ai prestiti veniva applicato il tasso del 7,50%.
Al contrario, i Monti di pietà non solo diedero vita a un prestito al consumo prima senza interessi poi a tassi ridotti, ma “inventarono” nuovi modelli organizzativi e strutture amministrative. Combatterono l’usura e divennero un avamposto di speranze e di certezze consentendo a tanti uomini di passare dal pessimismo dei bisogni e dell’indigenza, all’ottimismo dei desideri possibili.
Se tante persone hanno potuto abbandonare il terrore della scarsità per ottenere la serenità del necessario è anche merito dei Monti di Pietà, che hanno rappresentato una secolare presenza rassicurante.
 
 Marco Poli (del 31/03/2013 alle 20:46:11, in Articoli, visitato 1123 volte)
Il 17 agosto 1740 si concluse il conclave che elesse pontefice il bolognese Prospero Lambertini, che assunse il nome di Benedetto XIV. Fu un lungo e sofferto conclave che si protrasse per ben sei mesi e che vide contrapposti dei veri e propri partiti con propri candidati. Il partito più forte e numeroso era quello dei Borboni, mentre l’alleanza fra francesi e austriaci costituiva l’altro partito. Il candidato del partito dei Borboni fu il bolognese Pompeo Aldrovandi che sfiorò il pontificato per soli due voti. Nell’agosto del 1740 riemerse la candidatura del nostro Prospero Lambertini, che fu premiata dall’unanimità dei voti. In omaggio e come in segno di riconoscenza verso il papa che lo aveva nominato cardinale, cioè Benedetto XIII, Lambertini decise di assumere il nome di Benedetto XIV. Ma come reagì a questa inattesa elezione? Ben consapevole del peso enorme e dei rischi rappresentati dal pontificato disse di invidiare i primi papi che potevano dedicarsi interamente alla missione religiosa, mentre lui era anche capo di uno Stato, quello Pontificio. E ciò lo faceva sentire in bilico verso il Purgatorio… C’è una lettera, che inviò dopo la sua elezione al marchese Paolo Magnani, suo amico bolognese, che è rivelatrice del suo stato d’animo. Dopo aver ribadito di non aver mai cercato questa elezione e di aver operato addirittura per scongiurarla, definì il Conclave “una commedia composta di tre atti. Il primo dei quali si fa dagli uomini, il secondo dal demonio, il terzo da Dio”. A proposito della sua elezione ammise che con essa “accettava il Purgatorio in questo mondo per avere l’Inferno in quell’altro”; ma che, ritenendo grave far prolungare il conclave di altri sei mesi lasciando la chiesa senza pastore, si era affidato alla volontà di Dio. Infine scrisse che avrebbe sempre avuto Bologna nel cuore: “abbiamo mutato vestito, ma non abbiamo mutato il cuore”.
 
 Marco Poli (del 11/02/2013 alle 19:18:06, in Articoli, visitato 1637 volte)
C’è stato un tempo - non tanto lontano - in cui ai passeggeri degli aerei in partenza da Bologna veniva offerto un piatto di tagliatelle... e non quei vassoi di pochi centimetri quadrati in cui sono offerte piccole confezioni di tutto (e di niente). Erano gli anni 70 del secolo scorso e Nonno Rossi aveva vinto la gara per fornire il “catering” con cibi nostrani ad alcune compagnie aeree. Beati loro.
E fino all’inizio di questo secolo il ristorante Nonno Rossi ha continuato a fornire il “Catering” aeroportuale secondo le regole in vigore, ma mantenendo il marchio di bolognesità ai suoi cibi. La storia degli 80 anni di attività del ristorante Nonno Rossi corre parallela a quella dei voli aerei e dell’aeroporto di Bologna. Nonno Rossi si chiamava Mario Rossi e fu pilota di aerei nel corso della prima guerra mondiale: avendo anche la passione per la cucina, divenne responsabile della mensa ufficiali.
Nel 1933 ebbe l’idea di creare un punto di ristoro agli ufficiali dell’aviazione quando l’aeroporto (che si chiamava “Fausto Pesci”), si trasferì dai Prati di Caprara (dove poi si insediò l’Ospedale Maggiore) a Borgo Panigale. Acquisita una tipica villa di campagna ottocentesca, villa Marisa, l’attività di “mensa” si sviluppò prendendo le forme di un vero e proprio ristorante. L’impresa non avrebbe avuto fortuna e futuro senza la collaborazione della famiglia: la figlia, a cui Mario Rossi diede il nome originalissimo di Arsacea, il genero e poi via via fino alla quarta generazione.
Il ristorante divenne punto di riferimento per riunioni di associazioni, feste aziendali e private. Mario Rossi, nominato Cavaliere del lavoro nel 1961, assieme alla sua famiglia continuò a lavorare nel suo ristorante fino alla morte avvenuta nel 1982.
Solo nel 2011 la famiglia ha deciso di ritirarsi e di cedere l’attività che sta proseguendo senza tradire i menù e la politica aziendale tradizionali.
 
 Marco Poli (del 31/01/2013 alle 19:39:43, in Articoli, visitato 1698 volte)
L’assessore alla mobilità del Comune di Bologna ha affermato che le piazze Aldrovandi, Malpighi e San Francesco “sono vissute dai cittadini come strade e non come piazze”. Ma non sarà perché sono proprio vie e non piazze? Fino a 150 anni fa la via più larga e prestigiosa di Bologna era via Clavature: da lì, nel 1530, passò il corteo imperiale di Carlo V per raggiungere il palazzo pubblico e San Petronio. Era plausibile, quindi, che luoghi come quelli oggi intitolati ad Aldrovandi, Malpighi e San Francesco potessero apparire come piazze. Tuttavia le prime due erano il fossato che cingeva le mura del Mille: furono riempite, selciate e denominate “seliciate” di strada Maggiore e di San Francesco. La denominazione di piazza fu attribuita solo nel 1874 e nel 1877 dalla commissione toponomastica del Comune. I bolognesi tuttavia, specialmente dopo il 1877, quando vi fu collocata parte dei banchi del mercato “sfrattati” da piazza Maggiore, hanno sempre considerato piazza Aldrovandi come un tratto della circonvallazione della cerchia del Mille. Le città, nella loro storia, a volte hanno assunto strane decisioni: Aldrovandi e Malpighi sono utilizzate come strade (non più larghe di altre vie cittadine) ma vengono definite piazze, mentre quella che sarebbe sacrosanto denominare piazza Santo Stefano, secondo la toponomastica è via Santo Stefano. Resta il fatto che per i cittadini la piazza è una realtà urbana con caratteristiche ben precise: ampia, di forma circolare o rettangolare, con una cornice di edifici prestigiosi dal punto di vista architettonico: caratteristiche che non si rintracciano nelle due piazze Aldrovandi e Malpighi che invece sono simili a vie di scorrimento. Poi, se si vuole pedonalizzare queste piazze, e spendere milioni di euro per renderle più “gradevoli”, lo si faccia senza tante scuse culturali: basta non aspettarsi che frotte di turisti vadano a visitarle.
 
 Marco Poli (del 22/01/2013 alle 08:56:31, in Articoli, visitato 1558 volte)
I giornali, nel dare notizia del crollo di parte del portico che va dal Meloncello verso la Certosa, lo hanno chiamato “portico dello Stadio”. In realtà quel portico nacque oltre un secolo prima dello stadio (1926) allo scopo di collegare il portico di S. Luca con la Certosa divenuta cimitero comunale dal 1801, al tempo dei francesi a Bologna. Il portico fu costruito grazie alla generosità di cittadini e corporazioni di arti e mestieri: la prima pietra fu posta il 16 settembre 1811 ma ci vollero venti anni per realizzare i 130 archi per una lunghezza di 600 metri. Nel frattempo un anonimo benefattore fece testamento davanti il notaio Antonio Guidi, destinando una somma per costruire un arco monumentale, in continuità coi portici, all’altezza di via S. Isaia (oggi, via A.Costa). Nel 1818 questo arco, simile ad una porta cittadina, era terminato e fu chiamato “Arco Guidi”: non potendo utilizzare il nome del benefattore fu usato quello del notaio! Mancava, però, il denaro per costruire l’ultimo tratto porticato verso la Certosa; fin quando giunse la notizia della donazione del prof. Luigi Valeriani che, oltre al denaro per creare una scuola tecnica, volle finanziare il completamento del portico affinché la gente arrivasse all’ingresso della Certosa “a piedi e testa asciutti se ben anco diluviasse”. All’altezza degli archi n. 66-67 (dove oggi sorge la Torre di Maratona), l’8 agosto 1849 gli austriaci fucilarono il prete barnabita Ugo Bassi, cappellano di Garibaldi, e il capitano Giovanni Livraghi. Nel 1870, dietro al portico dove poi fu costruito lo stadio, fu realizzato uno spazio per il tiro al piccione, poi nel 1885 vi fu istituito il primo tiro a segno. Fra il 1930-34 furono abbattuti alcuni archi di portico e l’Arco Guidi per ragioni di traffico e viabilità allargando così l’asse stradale. Nel 1945 furono murati gli occhi del portico per dare alloggio ai senza casa.
 
 Marco Poli (del 16/12/2012 alle 23:01:39, in Articoli, visitato 1530 volte)
Una delle tante modalità che la (macabra) fantasia umana ha inventato per dare la pena di morte, fu quella di rinchiudere il condannato in una piccola gabbia di ferro... che veniva appesa ad un edificio importante, in modo da esporlo alla vista della gente. A Bologna questa modalità fu utilizzata, seppur non frequentemente, per circa tre secoli, dalla seconda metà del XIII secolo alla metà del XVI secolo. La gabbia era collocata sul fianco orientale della torre Asinelli, quello che dà su Strada Maggiore, ad una ventina di metri d’altezza dal suolo, ma anche sul palazzo del Podestà. I condannati a questa pena erano per lo più preti e religiosi colpevoli di un grave crimine. Un’antica cronaca afferma che nel 1311 il Podestà di Bologna decise di far appendere all’angolo del palazzo del Podestà una gabbia di ferro destinata ai preti "ribaldi": a inaugurare la gabbia fu frate Ugolino del convento di Santo Stefano. Un altro prete rinchiuso nella gabbia appesa alla torre Asinelli era stato dichiarato colpevole di aver ucciso “con un coltello da pane” un sacerdote suo concorrente al rettorato di una parrocchia. Stette rinchiuso 49 giorni prima di morire. Nel 1386 la gabbia toccò al priore del convento di S. Maria degli Angeli di via S. Mamolo accusato di congiura politica: secondo la cronaca, il religioso rimase nella gabbia ben 96 giorni prima di cedere alla morte: scrisse il cronista che “non aveva altro che la pelle e l’ossa” Nel 1387 un prete fu messo nella gabbia dell’Asinelli e nel 1395 un altro nella gabbia in piazza Maggiore. Anche alcuni laici furono chiusi nella gabbia: per qualcuno si trattò solo di una breve permanenza in attesa della forca o della decapitazione. Inutile dire che tante persone curiose si recavano ogni giorno sotto la torre per osservare le condizioni del condannato. Anche la “gabbia dei preti” fa parte dei nove secoli di storia della torre Asinelli.
 
 Marco Poli (del 18/11/2012 alle 13:54:39, in Articoli , visitato 1367 volte)
Per secoli Bologna fu governata da un Cardinale nominato e delegato dal Papa: il cardinale legato di solito, non metteva piede in città e inviava un vice legato anch’esso vescovo o cardinale, col titolo di governatore. Solo una volta accadde che il governatore di Bologna non fosse un prelato: ciò avvenne fra il 1531 ed il 1534 quando fu nominato Francesco Guicciardini, il grande scrittore, storico e politico. Papa Clemente VII nominò legato di Bologna il cardinale Innocenzo Cybo e vice legato, cioè governatore, Francesco Guicciardini che fu il primo e unico laico a ricoprire questo incarico. Guicciardini, dopo aver conseguito la laurea in diritto a Pisa, si dedicò all’attività forense e a quella politica di pubblico amministratore. I Medici non gli diedero incarichi a Firenze (come, invece, accadde per Nicolò Machiavelli), ma Guicciardini fu nominato governatore di Modena, di Parma, di Reggio Emilia e della Romagna. Quando gli fu offerto il ruolo di governatore di Bologna, Guicciardini ebbe perplessità: Bologna era ritenuta città non facile da amministrare e dal costo della vita elevato; il suo incarico imponeva collaboratori, eleganza di abbigliamento e una adeguata abitazione per accogliere anche la moglie e le due figlie che avrebbe portato con se. Fatte le opportune riflessioni, il 13 gennaio 1531, accettò l’incarico: giunse in città il 22 giugno fra la diffidenza dei bolognesi che lo consideravano “molto terribile”. Guicciardini svolse l’incarico con grande impegno, senza cedere in indulgenze: mantenne l’ordine pubblico, frenò le fazioni dei Pepoli e dei Malvezzi, fece disarmare i “bravi” al servizio dei potenti, sventò un attentato alla sua persona, organizzò il secondo incontro a Bologna fra papa Clemente VII e Carlo V. Apprezzò la cucina bolognese. Decise di dimettersi quando morì Clemente VII e fu eletto papa Paolo III: il 24 novembre 1534 lasciò Bologna.
 
 Marco Poli (del 15/10/2012 alle 14:20:45, in Articoli, visitato 3524 volte)
Di Zama, primo Vescovo di Bologna, si sa solo che visse attorno al 300, a cavallo fra le persecuzioni di Diocleziano e i decreti di Costantino; a ricordarlo c’è una cripta a lui intitolata che si trova in via dell’Abbadia. Lì, infatti, dove sorgeva l’antico insediamento (chiesa e monastero) intitolato ai santi Nàbore e Felice, fu seppellito assieme ai primi vescovi della città. Addirittura, una corrente storica sostenne – ma senza fondamento storico- che quella fu la prima Cattedrale di Bologna proprio perché ospitava la sepoltura dei primi vescovi. Nel 1586, l’arcivescovo Gabriele Paleotti dispose la traslazione dei corpi dei vescovi Zama e Faustiniano nella Cattedrale di S. Pietro, ove ancor oggi sono conservati, mentre l’arca che li conteneva fu collocata nel complesso di S. Stefano, davanti alla chiesa del Santo Sepolcro. San Zama con gli altri vescovi santi della chiesa bolognese è ricordato il 28 settembre. Furono i monaci benedettini a ricostruire la chiesa in stile romanico, così come la cripta sottostante da essi costruita utilizzando molti materiali “riciclati”, cioè colonne e capitelli di varia epoca (a partire dal VI secolo) e di vario stile. In seguito la cripta fu ristrutturata dalle monache clarisse che le diedero l’aspetto odierno, con tre navate, collocandovi un altare e cinque edicole devozionali e creando una scala d’accesso che conduceva nella cripta, sotto il pavimento della chiesa. Le decorazioni pittoriche superstiti risalgono al XVI secolo. La cripta si presenta, ancora oggi, come un luogo sacro a se stante, separato dalla chiesa, pieno di fascino e di spiritualità. Purtroppo, la cripta di San Zama, che fa parte del complesso che dipende dal Comando Militare dell’Esercito italiano in Emilia Romagna, non è visitabile. Perché sottrarre alla cittadinanza, alla cultura e alla religiosità bolognese, una importante e ultramillenario luogo della città?
 
 Marco Poli (del 01/10/2012 alle 00:56:44, in Articoli, visitato 1028 volte)
Su problemi sociali, anche piccoli, è ormai consuetudine “aprire un dibattito” o – come si usa dire - “un tavolo”: si convocano le “parti sociali”, si ascoltano le opinioni dei partiti e, in certi casi, del pedagogista, dello psicologo e del sacerdote. Al termine di questa laica “via crucis”, spesso il problema è scomparso: in caso contrario viene affrontato d’autorità senza tener conto delle opinioni espresse. Se c’è un problema di disturbo della quiete pubblica, o una questione di arredo urbano, ovvero se molti cittadini lamentano che il sabato non possono andare a comprare un prosciutto da Simoni o Tamburini perché dovrebbero portarlo a piedi fino in via Lame, l’amministrazione, sentite le lagnanze, dovrebbe decidere in tempi brevi. Invece, in omaggio a una finzione di ascolto democratico, si prolungano i tempi delle decisioni: tanto poi la gente si abitua o si dimentica. Faccio un esempio su un fatto di 25 anni fa che mi riguarda direttamente. Un bambino si punse con una siringa abbandonata nel giardino di una scuola e scattò il giusto allarme dei genitori che chiesero la tutela igienica degli spazi scolastici. Ero io l’assessore all’ambiente del Comune di Bologna e affrontai il problema coi miei pochi collaboratori, fra cui il dottor Edoardo Vaccari, capo del servizio del verde pubblico. Mentre si tenevano dibattiti sui temi della droga e tavole rotonde fra “buonisti” e “duri” sull’opportunità o meno di reprimere, Vaccari e io ci ponemmo un solo problema: come tutelare i bambini. La risposta fu: raccogliamo le siringhe. In breve tempo e con poca spesa acquistammo dei contenitori di plastica, dei guanti e delle molle prensili e nel giro di poche settimane i giardinieri raccolsero migliaia di siringhe. Il mio operato fu accolto dai massimalisti con sorrisini di compatimento: questa non è lotta alla droga! Infatti, fu tutela dei bambini. Ne fui (e sono) fiero.
 
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