Immagine
 Il sito web... di Marco Poli
 
et discrepant in loquendo
Bononienses Burgi Sancti Felicis
et Bononienses Stratae Maioris.

Dante Alighieri, De Vulgari Eloquentia, liber I, cap. IX
” 
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 09/09/2012 alle 21:30:09, in articoli , visitato 2930 volte)
L’origine toponomastica di via della Battaglia e di via della Bastia, strade dell’ex Quartiere San Ruffillo, risale ad un avvenimento di grande rilievo per la storia di Bologna; ma non tutti sanno a quale battaglia si fa riferimento e cosa fosse la bastia cui è intitolata la strada.
Ma come si giunse a questa battaglia? Dopo la fine della signorìa di Taddeo Pepoli (1347), i figli Giovanni e Giacomo si trovarono nella condizione di dover cedere la città di Bologna al Signore di Milano, l’Arcivescovo Giovanni Visconti il quale nominò Giovanni da Oleggio come suo luogotenente; ma, dopo alcuni anni, questi si fece nominare Signore di Bologna suscitando le ire dei Visconti che decisero di inviare le proprie truppe per riprendersi la città.
Giovanni da Oleggio, resosi conto del pericolo che correva, nel 1360 venne a patti con la Chiesa e cedette Bologna al Legato Pontificio Egidio Albornoz che gli garantì denaro e incolumità. Ciò non modificò le decisioni dei Visconti che, nel 1361, fecero marciare l’esercito verso Bologna.
Albornoz, a sua volta, rinforzò l’esercito pontificio assoldando mercenari stranieri. Intanto le truppe del Visconti si erano accampate a San Ruffillo realizzandovi una bastia, cioè un luogo fortificato. La sanguinosa battaglia avvenne il 20 giugno 1361 nella zona compresa fra il ponte sul fiume Savena e la località chiamata “Bastia”, termine recuperato nella toponomastica nel 1934 con l’intitolazione di “via della Bastia”.
Vinsero i bolognesi ponendo fine alla dominazione dei Visconti di Milano. I morti furono 700, di cui 200 bolognesi, mentre i prigionieri dell’esercitò visconteo furono 900. La pace definitiva giunse solo nel 1364 e sancì la supremazia su Bologna del governo pontificio.
Il comune di Bologna decise di celebrare la vittoria il 20 giugno di ogni anno con un palio che si correva dall’attuale Villa Mazzacorati fino a piazza Santo Stefano.
 
 Marco Poli (del 05/09/2012 alle 21:32:14, in Articoli, visitato 1660 volte)
Molti bolognesi lo chiamano “San Rafél”, come se si trattasse di San Raffaele, equivoco nel quale caddero anche nei secoli precedenti; invece il Santo si chiama Ruffillo e una vasta zona di Bologna (già Quartiere) prende il nome da questo Santo, cui è intitolata una ultra millenaria chiesa che esiste nonostante le numerose vicissitudini, ultima delle quali il bombardamento del 12 ottobre 1944 che la distrusse. Fu ricostruita e dal 1956 riprese in pieno le funzioni di parrocchia e realizzò accanto anche un cinema e un asilo. Ma chi era questo Santo che si chiamava Ruffillo? Secondo la tradizione, nacque ad Atene nel 292. Nel 330 papa Silvestro lo consacrò vescovo e gli affidò la cura della città di Forlimpopoli di cui divenne il primo vescovo e dove operò fino alla morte giunta, all’età di 90 anni, il 18 luglio dell’anno 382. La leggenda narra che il vescovo Ruffillo assieme al vescovo di Forlì Mercuriale combatterono contro un terribile drago che si era insediato a Forlimpopoli e che minacciava i cittadini. Ma i due vescovi ingaggiarono una strenua lotta ed ebbero il sopravvento: uccisero il drago e lo gettarono in un pozzo profondo fra la gioia della popolazione che iniziò a considerarli e venerarli come Santi. E’ evidente che la leggenda, assai efficace per l’epoca, intendesse nascondere un secondo e più credibile significato, cioè quello della lotta dei vescovi contro il mostro rappresentato dalla idolatria e dal paganesimo assai diffusi anche nelle campagne della Romagna. Furono i monaci benedettini di S. Stefano, proprietari di vaste aree nella zona, ad erigere la prima chiesetta intitolata a Ruffillo: di questa prima chiesa si ha documentazione dall’anno 996. Il culto di San Ruffillo fu assai diffuso nelle città della Romagna e continua ad esserlo nella città di Forlimpopoli di cui è patrono e dove, nella Basilica a lui intitolata, sono conservate le sue spoglie.
 
 Marco Poli (del 23/08/2012 alle 10:46:11, in Articoli, visitato 1180 volte)
Dal 1116, quando ebbe origine il Comune di Bologna, prese avvio anche una fase di sviluppo economico che nell’arco di 150 anni avrebbe portato Bologna ad essere una delle prime città d’Europa.
Nel 1116 Bologna era una città di poche migliaia di abitanti, ma nella seconda metà del Duecento aveva già superato quota 50.000, al punto che fu necessario ampliare lo spazio urbano per ben due volte: mezzo secolo dopo aver costruito la cerchia del Mille, fu deciso di realizzare una terza cerchia che avrebbe racchiuso un’area di 418 ettari con un’espansione quasi quadruplicata rispetto alla precedente.
Questo fortissimo incremento demografico fu dovuto, soprattutto, all’ingresso non clandestino, bensì voluto e ricercato, di immigrati da altre città. Ad esempio, nel 1230 il Comune predispose un bando per attirare lavoratori ed imprenditori del settore tessile: in esso si prometteva la concessione di un prestito di lire 50 a tasso zero rimborsabile in 5 anni, l’alloggio gratuito per 8 anni, la licenza di commercio al minuto della merce prodotta da loro stessi, un contributo in denaro per poter acquistare gli attrezzi da lavoro, l’esenzione da ogni imposta per la durata di 15 anni; le uniche condizioni richieste erano quelle di svolgere il servizio militare qualora necessario e di abitare a Bologna per almeno 20 anni. L’esito fu positivo in quanto si trasferirono a Bologna ben 150 famiglie.
Furono diverse le iniziative di questo tipo e non deve stupire se si formarono la compagnia dei Lombardi e quella dei Toschi che aggregavano oltre 1000 associati. Ancora oggi, basta consultare l’elenco telefonico degli abbonati di Bologna per scoprire una quantità di cognomi che rivelano la città d’origine delle persone: Veronesi, Mantovani, Lombardi, Toschi, Milanesi, Ferraresi, Fiorentini, Genovesi, Cremonini, Bresciani, Reggiani, Romagnoli, Romani… : erano questi gli immigrati di otto secoli fa.
 
 Marco Poli (del 23/08/2012 alle 10:44:19, in Articoli, visitato 1698 volte)
Questo giornale, nei giorni scorsi, ha pubblicato un articolo nel quale rilanciava l’allarme sul degrado della Fontana di Trevi a Roma. Il Sindaco di Roma ha rivolto un appello ai privati per trovare i fondi necessari per la ristrutturazione, come nel caso del Colosseo.
Come è noto fu papa Clemente XII ad avviare, nel 1732, i lavori per la costruzione della Fontana, ultima grande opera monumentale in stile barocco non di carattere religioso, bensì laico. Il progetto fu affidato a Nicolò Salvi e l’ingente spesa fu finanziata coi proventi del gioco del lotto.
Nel 1735 papa Clemente XII volle inaugurare la Fontana anche se i lavori non erano terminati. Papa Benedetto XIV, al secolo il nostro Prospero Lambertini, che dal 1740 fu il successore di Clemente XII, da attento amministratore delle finanze vaticane, visti i costi sempre crescenti dell’opera, volle vederci chiaro e solo dopo aver ridotto la spesa, nel 1742, fece riprendere i lavori. Dispose l’aumento della portata dell’acqua e la realizzazione delle numerose sculture che incorniciano la Fontana.
Nel 1744, papa Lambertini inaugurò l’opera anche se alcune parti non erano completate; cosa che avvenne solo nel 1762 da parte del nuovo pontefice Clemente XIII che, quindi, celebrò la terza e definitiva inaugurazione della quale cade quest’anno il 250°. Sulla facciata della fontana vi è una lapide ed una scritta: la lapide ricorda il ruolo fondamentale di papa Clemente XII, mentre la scritta a grandi caratteri ricorda che papa Benedetto XIV perfezionò e completò l’opera. Un dipinto di Antonio Paolo Panini, conservato al Museo Puskin di Mosca, raffigura papa Benedetto XIV che si reca ad inaugurare la Fontana di Trevi. Papa Lambertini, lasciò un segno indelebile nella cultura della città eterna: tutelò il Colosseo, restaurò San Pietro, il Pantheon, Castel S. Angelo e S. Maria Maggiore, arricchì biblioteche e i Musei capitolini.
 
 Marco Poli (del 23/08/2012 alle 10:42:29, in Articoli, visitato 1058 volte)
Il 6 luglio la riviera adriatica è stata invasa per partecipare alla “notte rosa”; a Bologna si organizzano “notti bianche”, anche circoscritte ad una sola via. Sono iniziative che attirano molte persone, frammenti di carnevale fuori stagione che fanno dimenticare per qualche ora la disoccupazione, la prima rata dell’IMU già pagata e le prossime tasse da pagare.
Ma la prima notte “colorata” nacque 73 anni fa, nel 1939, prima che l’Italia entrasse in guerra, mentre era attivo, dal 23 agosto di quell’anno, il patto fra Hitler e Stalin che consentì loro di dividersi la Polonia e di conquistare parti della Finlandia, la Norvegia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Danimarca…
L’Italia di Mussolini, per tenersi pronta alla probabile entrata in guerra, avviò varie iniziative “educative e autarchiche”. A Bologna, i cittadini, obbedienti alle direttive del Duce, si adeguarono: qualcuno acquistò le maschere antigas consigliate, altri rafforzarono le cantine da usare come rifugi, i gerarchi lasciarono in garage le automobili e si fecero vedere in bicicletta. Tornarono di moda i fiacres e si donò il "ferro alla Patria”. Molti fascisti si proposero come volontari per seminare a grano parti dei Giardini Margherita, piccole aiuole e giardinetti pubblici. Gli “orti di guerra” sorsero pure nei giardini privati e addirittura in casa si mettevano a dimora piante di verdura di vario genere. Ma siccome il pericolo maggiore sarebbe venuto dal cielo, si fecero esercitazioni di oscuramento della città: nelle case del fascio si distribuivano coperchi da applicare sui fanali delle biciclette, mentre bisognava rivestire i vetri delle finestre con carta azzurra in modo da oscurare le luci di casa.
Fu così che la notte fra il 30 e il 31 agosto 1939 fu chiamata “notte azzurra” per il colore della carta applicata ai vetri delle finestre. E allora, evviva le “notti rosa” e le “notti bianche”!
 
 Marco Poli (del 23/08/2012 alle 10:40:15, in Articoli, visitato 1195 volte)
Più volte ho scritto a proposito del nostro grande concittadino Prospero Lambertini, Arcivescovo di Bologna dal 1731 al 1740 e poi Pontefice col nome di Benedetto XIV. Ma le iniziative e l’operato di Lambertini sono tali e tante che consentono di scrivere ancora altre puntate di questa rubrica.
Oggi parliamo di buona manutenzione del patrimonio artistico e architettonico e delle direttive che, sul tema, l’Arcivescovo diede ai suoi parroci. Lambertini, oltre ad aver ristrutturato la Cattedrale di S. Pietro e l’Arcivescovado ed aver costruito il Seminario (oggi hotel Baglioni), aveva risanato molte chiese della diocesi; ciononostante, il Cardinale era ben consapevole che i restauri da effettuare sull’ingente patrimonio ecclesiastico rimanevano ancora numerosi (“siamo ancora nel mare e non vediamo il porto”).
Di fronte ai tanti parroci che gli chiedevano fondi per sistemare le loro chiese, Lambertini decise di emanare delle direttive in proposito. Dispose che era dovere dei parroci essere vigili senza trascurare il benché minimo problema intervenendo immediatamente (“scoperto il difetto, rimediarvi”). Così facendo il costo dei restauri sarebbe stato sopportabile: “e così, il parroco, con qualche poco del suo e con le elemosine dei parrocchiani, fa ogni necessario riparo”. In sostanza, sosteneva l’Arcivescovo, rinviando l’intervento si sarebbe aggravato il danno con la conseguenza di far lievitare i costi. E concluse: ai parroci che non si attenevano a questa direttiva lasciando andare “in rovina” la chiesa, la canonica e le suppellettili sacre, sarebbero stati sequestrati i beni personali e poi venduti; e col denaro ricavato si sarebbe proceduto ai restauri.
Una lezione per gli amministratori pubblici di oggi che attendono tempi lunghissimi prima di effettuare i restauri, piccoli o grandi, provocando un degrado irreversibile e di conseguenza un enorme aumento della spesa.
 
 Marco Poli (del 19/06/2012 alle 17:52:41, in Articoli, visitato 1436 volte)
Scrive il cronista Fileno dalla Tuata: “Il 27 giugno 1409 a suono di trombe e di campane fu pubblicato a Bologna come il giorno 26 dello stesso mese era stato creato Papa nel Concilio di Pisa Alessandro V, cardinale di Milano, che si chiamava Piero di Candia, frate di San Francesco; e fu eletto di comune consenso da tutti i cardinali del Concilio, così ultramontani come citramontani. E così, in questo tempo, regnavano per il mondo tre Papi, cioè due citramontani e uno ultramontano”.
Infatti erano ben tre i Papi che, contemporaneamente, sostenevano di essere i veri rappresentanti della Chiesa: Alessandro V, Benedetto XIII e Gregorio XII.
Dopo l’elezione, Alessandro V lasciò Pisa dove si stava diffondendo la peste e si recò a Pistoia per poi spostarsi a Bologna accogliendo l’invito di Baldassarre Cossa, Legato di Bologna.
Giunto il a Bologna il 6 gennaio 1410, alloggiò nel convento dei Crociali o Crociferi in via Emilia Levante; ma visse pochi mesi, fino al 3 maggio successivo, giorno in cui morì. Secondo Fileno dalla Tuata fu lo stesso Baldassarre Cossa ad avvelenare Alessandro V ed il suo medico. Cosa assai dubbia.
Alla morte di Alessandro V, Baldassarre Cossa decise di indire il Conclave a Bologna, nel palazzo del Podestà.
I cardinali presenti erano 17 e al terzo giorno, il 17 maggio 1410, fu eletto papa Baldassarre Cossa che assunse il nome di Giovanni XXIII. Il Cossa si affrettò a farsi ordinare prete (24 maggio) e il giorno seguente fu consacrato vescovo. Ma la sua elezione fu contestata e fu deposto nel 1415. Morì a Firenze nel 1418.
La Chiesa per cinque secoli considerò papi sia Gregorio XII, sia Alessandro V; ma non Giovanni XXIII, il cui nome fu assunto da papa Roncalli.
 
 Marco Poli (del 19/06/2012 alle 17:46:37, in Articoli, visitato 4070 volte)
L'anno 1176 rappresentò una svolta nella storia di Bologna: nel maggio si era svolta la battaglia di Legnano contro Federico Barbarossa con la vittoria della Lega Lombarda, cui aderiva Bologna; rassicurati dalla sconfitta dell’imperatore, i bolognesi decisero sia la costruzione della seconda cerchia detta "dei Torresotti" o “del Mille”, sia la canalizzazione delle acque del Savena verso Bologna.
Con la crescita demografica della città cresceva il numero delle bocche da sfamare: occorreva più frumento per produrre più pane, e dunque c’era bisogno dell’energia prodotta dalle acque per muovere le macine dei mulini da grano. Nell’arco di pochi decenni Bologna si procurò una grande quantità di acque canalizzando prima quelle del Savena (chiusa di S. Ruffillo), poi quelle del Reno (chiusa di Casalecchio). In poco più di un secolo le scarse acque del canale di Savena alimentarono circa 30 mulini da grano.
Tuttavia fra quei mulini non vi era il Mulino Parisio, del quale si ha notizia solo a partire dal Seicento. Era un mulino che funzionava in virtù delle acque del canale Savena che scorreva a quattro metri di profondità. Nel XIX secolo ha funzionato anche come mulino da riso. Di proprietà della famiglia Rosa, passò alla famiglia Bandiera dopo l’inizio del ‘900 per poi essere acquisito da Miglioli nel 1943 che macinò grano fino al 1979 anno in cui cedette il complesso alla signora Maria Enza Gambetti, l’ultima proprietaria, che chiuse l’attività del Mulino Parisio nel non lontano 1983.
Nell’immobile si insediò una banca. E la ciminiera? Sappiamo che a fine ‘800 il mulino era dotato di due turbine e due macine ed era alimentato da macchine a vapore: ciò spiega la costruzione della ciminiera che, quindi, è poco più che centenaria, simile a quella della ditta Calzoni che svettava in via Boldrini.
L'11 giugno 2012, dopo oltre un secolo, la ciminiera è stata tagliata: ora, passando davanti all'ex Mulino, più che la farina ci verrà in mente il terremoto. Tuttavia, nella toponomastica del cuore, quella non scritta se non nell'esperienza dei cittadini, quella località rimarrà sempre il Mulino Parisio.
 
 Marco Poli (del 30/05/2012 alle 09:45:26, in Articoli, visitato 1472 volte)
Il cardinale Prospero Lambertini, arcivescovo di Bologna, era convinto che il clero bolognese avesse bisogno di una continua “formazione professionale”: solo frequentando “corsi di aggiornamento” si sarebbe risolta questa situazione che allarmava il cardinale. Ma occorrevano bravi teologi ed un seminario.
Perciò decise di acquistare l’area prospiciente la Cattedrale di S. Pietro dove sorgevano antichi edifici. Furono abbattuti e, su progetto di Alfonso Torreggiani, fu avviata la costruzione del seminario, che si concluse nel 1751 quando il cardinale Lambertini era già diventato Papa. Nel 1772 fu costruito il portico antistante che ridusse ulteriormente l’estensione della piazza S. Pietro trasformandola in una strada.
Nel 1911 il palazzo fu acquistato dal torinese Guido Baglioni che già possedeva un hotel a Bologna dove poi si insediò il Banco di Roma: all’ex seminario di via Indipendenza furono apportate le necessarie modifiche fra cui l’innalzamento di un piano, e divenne l’Hotel Baglioni, il più prestigioso albergo bolognese: oltre all’eleganza degli ambienti, al piano nobile vi è il ciclo di affreschi dei Carracci (“Storia di Europa” e “Storie di Giasone”), mentre nei locali sotterranei si possono vedere reperti romani.
Durante la seconda guerra mondiale, il Baglioni fu scelto come quartier generale del comando nazista: un esplosivo collocato dai partigiani provocò gravi danni alla facciata e all’edificio.
Al Baglioni hanno soggiornato i reali d’Italia, l’ultimo zar di Russia e Diana d’Inghilterra, i grandi divi dello spettacolo come Clark Gable, Ava Gardner, Brigitte Bardot, Humphrey Bogart, Federico Fellini, Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Beniamino Gigli, Louis Amstrong, Vittorio De Sica.
Anche se oggi si chiama Grand Hotel Majestic, i bolognesi amano chiamarlo ancora “il Baglioni” e al compleanno dei 100 anni continua ad essere un fiore all’occhiello della città.
 
 Marco Poli (del 15/05/2012 alle 09:51:05, in Articoli , visitato 1627 volte)
C’è un Santo bolognese che si chiama Bononio del quale pochissimi conoscono l’esistenza forse perché non vi è una sua raffigurazione, forse perché non c’è una chiesa a lui intitolata; ma, nei pressi di Biella, nel comune di Curino, vi è una frazione che porta il nome di San Bononio, mentre Settimo Rottaro, piccolo comune nei pressi di Ivrea, ha come patrono San Bononio abate e la chiesa principale gli è intitolata.
Bononio nacque a Bologna attorno al 950 e dopo una permanenza nel monastero di S. Stefano negli anni della giovinezza, decise di partire per l’Egitto dove fondò una comunità cristiana, costruì chiese e aiutò la popolazione. Riuscì anche a far liberare il vescovo di Vercelli fatto prigioniero degli arabi. Proprio questo vescovo, una volta libero, volle Bononio nella sua diocesi e lo nominò abate del abbazia di Santa Maria di Lucedio in provincia di Vercelli, ancora oggi esistente. Bononio accolse l’invito del vescovo e rientrò in Italia: prima di recarsi a Lucedio, si fermò in Toscana dove fondò un monastero in Val d’Elsa, quindi giunse nella sua Bologna dove, secondo il suo biografo, compì alcuni dei tanti miracoli. Giunse a Lucedio dove rimase fino al 997, quando, a seguito dell’uccisione del vescovo, si vide costretto a tornare in Toscana dove rimase per quattro anni prima di rientrare a Lucedio. Qui rimase fino alla morte avvenuta il 30 agosto 1026.
Bononio, che seguì la regola di San Benedetto, fu un santo pellegrino: uomo d’azione, fondò e riorganizzò conventi mostrando energia e dinamismo. Molti sono i miracoli che gli vennero attribuiti e ciò, assieme alle altre qualità, gli valse la canonizzazione decisa da Giovanni XIX, papa dal 1024 al 1032, subito dopo la morte di Bononio, a conferma della fama che si era diffusa e della considerazione che riscuoteva.
Nella chiesa di Fontanetto Po, in provincia di Vercelli, è conservata una reliquia di San Bononio.
 
Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12
Ci sono 300 persone collegate

< dicembre 2018 >
L
M
M
G
V
S
D
     
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
           

Cerca per parola chiave
 

Titolo
Agenda Conferenze (1)
Articoli (112)
Articolo (4)
Biografia (1)
Cose d'altri tempi - Rubrica del Resto del Carlino (9)
Curiosità petroniane (8)

Raccolti per mese:


Gli interventi più cliccati

Gli ultimi commenti:

Gent.mo dott. Poli, per conto dell'Ass...
16/02/2012 alle 16:45:01
 Mauro Marroni

Ricordo che da studente, negli anni 60...
08/02/2012 alle 01:12:14
 Aristide S.

Posso assicurarle che nell'interrato e...
15/01/2012 alle 21:06:16
 Anna Domenica Toffenetti

Buonasera. Vorrei sapere se il superme...
13/01/2012 alle 14:43:45
 Adele









10/12/2018 @ 01:53:40
script eseguito in 81 ms


Area Riservata