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 Il sito web... di Marco Poli
 
una città senza pietà, la mia città,
ma com’è bella la mattina,
quando si sveglia, quando si accende...
e com’è dolce certe sere...
...
dove sarà, prima era qua...

Luca Carboni, La mia città
” 
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 15/05/2012 alle 09:47:39, in Articoli, visitato 2549 volte)
Cento anni fa, il 15 ottobre 1912, l’arcivescovo di Bologna Giacomo Della Chiesa, che poi salì al soglio pontificio col nome di Benedetto XV, inaugurò ... il monumentale e imponente santuario del Sacro Cuore in via Matteotti. E così anche il nuovo insediamento chiamato “la Bolognina”, già popoloso dopo la costruzione di numerosi edifici della Cooperativa Risanamento e dell’IACP, ebbe la sua chiesa parrocchiale. La prima pietra fu posta dal cardinale Domenico Svampa il 14 giugno 1901 dopo che numerose persone avevano versato il denaro necessario per finanziare la somma di lire 400.000 necessaria per costruire il santuario: in prima fila vi furono papa Leone XIII, papa Pio X, lo stesso cardinale Svampa e il conte Giovanni Acquaderni. La costruzione del santuario fu progettata e condotta da Edoardo Collamarini, uno dei più apprezzati architetti. Ma il futuro riservò al santuario tragiche sorprese: il 21 novembre 1929 la cupola crollò sulla chiesa provocando danni enormi. L’anno successivo, dopo la morte del parroco don Riccardo Zucchi, la gestione del santuario fu affidata ai Salesiani e il nuovo parroco don Antonio Gavinelli avviò immediatamente i lavori di ricostruzione che si conclusero nel 1935. Giunse poi la guerra e con essa i bombardamenti: quello del 25 settembre 1943 colpì l’edificio provocando gravi danni; intanto don Gavinelli era stato inviato al confino per ragioni politiche. Quando, nel 1945, poté tornare a Bologna nella sua chiesa, mise ogni energia per restaurare la chiesa che il 22 giugno 1947 fu nuovamente “inaugurata”. Nella cripta sono sepolti sia il cardinale Svampa, sia lo storico e dinamico parroco don Antonio Gavinelli che per ben due volte riportò la monumentale chiesa al suo splendore. In parallelo con le vicende del santuario, si è sviluppata la bella storia del grande Istituto Salesiano per la formazione professionale di via Jacopo della Quercia.
 
Fra i papi bolognesi va ricordato Alessandro Ludovisi, papa Gregorio XV. Nato a Bologna il 9 gennaio 1554 da famiglia nobile, si laureò all’Università di Bologna in diritto civile e canonico nel 1575; lo stesso anno, il papa bolognese Ugo Boncompagni (Gregorio XIII) lo chiamò a Roma come giudice del tribunale civile; in seguito, nel 1598, gli fu affidato l’importante incarico di vicegerente di Roma.
Il 12 marzo 1612 fu nominato arcivescovo di Bologna e solo nel 1616 papa Paolo V lo nominò cardinale. Dopo la morte di papa Paolo V, l’8 febbraio 1621 si aprì il conclave e nell’arco di sole 24 ore vi fu la fumata bianca e Alessandro Ludovisi fu nominato papa assumendo il nome di Gregorio XV.
Nel 1622 deliberò la canonizzazione di personaggi come Santa Teresa d’Avila, Isidoro di Siviglia, Francesco Saverio, Ignazio di Loyola e Filippo Neri; inoltre costituì la Congregazione Propaganda Fide con lo scopo di evangelizzare i popoli e diffondere il cattolicesimo.
Sempre nel 1622, dopo aver “promosso” Parigi ad arcidiocesi, nominò cardinale Jean du Plessis, duca di Richelieu, che i romanzi di Alexandre Dumas resero famoso come “cardinale Richelieu”. Riformò il conclave stabilendo che fosse svolto in clima di clausura, al fine di impedire la pressione dei vari stati, con ciò ribadendo come l’elezione del papa dovesse essere affidata allo Spirito Santo e non alle brighe politiche delle potenze europee.
Non fu esente dalla pratica del nepotismo: nominò cardinale il nipote Ludovico di 25 anni e attribuì incarichi ad altri parenti, fra cui un nipote di soli 11 anni cui attribuì un governatorato ed una prefettura.
Favorì suoi concittadini: oltre al suo segretario Giovanni Battisti Agucchi, chiamò artisti come il Domenichino e il Guercino, ai quali affidò lavori.
Il suo pontificato si protrasse per soli due anni e mezzo: morì l’8 luglio 1623. Fu sepolto nella chiesa di S. Ignazio in Roma.
 
 Marco Poli (del 11/03/2012 alle 12:22:45, in Articoli, visitato 2288 volte)
Nel 1909 la ditta Bertagni che produceva pasta fresca, ed in particolare tortellini, aveva alle dipendenze ben 95 donne addette alla produzione di tortellini e altra pasta: in quegli stessi anni si stava perfezionando una macchina che poteva svolgere il lavoro di 20 di esse producendo automaticamente 5000 tortellini all’ora. A realizzare questa macchina, che nel 1912 fu premiata con la medaglia d’oro del “Premio Umberto I”, fu la ditta Zamboni & Troncon con officina in via Frassinago. In quell’officina si progettarono e costruirono varie macchine per la produzione di pasta fresca. Ma il maggior successo fu appunto la macchina per produrre i tortellini: stendeva la sfoglia, la tagliava in quadretti sui quali veniva collocato il ripieno e, infine, chiudeva il tortellino. Altre macchine preparavano le tagliatelle, gli stricchetti, le farfalle e altri tipi di pasta. Fu anche costruita una macchina che riempiva le confezioni di pastina glutinata: la macchina ebbe grande successo e fu esportata in tutto il mondo. Si può dire che aprì la strada all’industria del packaging che si fece onore, nei decenni successivi e fino ai nostri giorni, nel distretto industriale bolognese. Alcuni dei giovani tecnici dell’officina di via Frassinago fondarono nuove aziende, come Armando Simoni (OMAS penne stilografiche) e Otello Cattabriga (macchine per gelati). Essi avevano frequentato l’Istituto Tecnico Aldini Valeriani, la scuola dalla quale uscirono tecnici sopraffini ed anche imprenditori. Nel 1921 la ditta si sciolse per costituire, assieme ad altre aziende, la SABIEM. Ma alcuni anni dopo, la ditta Zamboni si ricostituì per continuare a produrre macchine per fare tortellini e pasta di vario genere. Dopo vari trasferimenti, le Officine Meccaniche Zamboni operano con successo a Casalecchio di Reno, in via Cimarosa: e continuano a fare macchine per prodotti alimentari. Compresi i tortellini.
 
 Marco Poli (del 21/02/2012 alle 09:46:51, in Articoli, visitato 1870 volte)
Le prime Olimpiadi dell’età moderna si svolsero ad Atene il 25 marzo 1896 su iniziativa del barone Pierre De Coubertin. Per diverse ragioni, l’Italia non partecipò a quelle Olimpiadi e nemmeno a quelle successive.  
Solo alla quarta Olimpiade, che si svolse a Londra nel 1908, partecipò anche l’Italia e si fece onore Alessandro Pirzio Biroli, un giovane ufficiale di Campobasso che, di stanza a Bologna, utilizzò la palestra Virtus di via Castiglione nell’ex chiesa di S. Lucia per i suoi allenamenti come schermitore: vinse la medaglia d’argento nella sciabola a squadre.
Dunque, c’è un po’ di Bologna anche in questa prima medaglia italiana. Molta Bologna, invece, vi fu nella quinta Olimpiade che si svolse a Stoccolma nel 1912: infatti, nel torneo a squadre di ginnastica, l’Italia si aggiudicò la medaglia d’oro e fra i componenti la squadra vi era Giuseppe Domenichelli, nato a Bologna il 30 luglio 1887 e morto sempre a Bologna il 13 marzo 1955, un bolognese doc. Della squadra facevano parte anche i “quasi bolognesi” Adolfo Tunesi (Cento, 1887 - Bologna 1964) che conquistò anche il bronzo nel torneo individuale, e Luciano Savorini (Argenta, 1885 - Bologna, 1964) che faceva parte della Fortitudo di via San Felice.
Un non piccolo merito di questi successi va alle palestre e alle relative società sportive (Virtus, Fortitudo e Sempre Avanti) che consentivano agli atleti di allenarsi con continuità.
Giuseppe Domenichelli, che già faceva parte della nazionale italiana e che aveva ottenuto ottimi risultati, dopo aver vinto l’oro non interruppe la sua attività sportiva, nemmeno in presenza della prima guerra mondiale: alle settime Olimpiadi, quelle di Anversa del 1920, pur avendo raggiunto l’età di 35 anni, Domenichelli e la squadra italiana trionfarono di nuovo ottenendo l’oro. Solo attorno ai 40 anni si ritirò dall’attività agonistica, rimanendo nell’ambito della Virtus come insegnante.
 
 Marco Poli (del 13/02/2012 alle 09:53:35, in Articoli, visitato 2781 volte)
1186, cadono quasi tre metri di neve.
1199, 8 agosto, grande nevicata e freddo invernale per tre giorni.
1359, 4-10 gennaio, per sei giorni consecutivi cadono 2,5 metri di neve: crollano molte tetti di case ed anche delle chiese di S. Martino e di S. Biagio.
1359, 9 gennaio, il Podestà vieta di giocare con la neve e di gettarla contro le persone: ai trasgressori, multa di 20 soldi.
1359, 12 giugno, a Bologna la neve caduta supera i 2 metri : la chiamarono "la grande nevicata" poiché non si ricordava niente di simile nel passato.
1403, 25 marzo, intensa nevicata e freddo invernale.
1409, 6 marzo, freddo intenso e neve. Gravi danni alle colture che determinano carestia.
1426, 27-28 gennaio, forte nevicata; crollano molti coperti.
1441, 24 dicembre, grande nevicata; cede una parte del tetto di san Petronio. Neve e gelo si protraggono fino a marzo.
1443, 2-4 maggio, freddo intenso, neve e pioggia.
1455, 17-18 giugno, freddo invernale e molta neve. Gravi danni all'agricoltura.
1470, 15-31 marzo, neve e gelo. Danni all'agricoltura.
1503, 21-23 febbraio, abbondante nevicata e crollo di molti tetti. 1594, molta neve, molto freddo molta pioggia. Anno di carestia.
1608, gennaio e febbraio, cade molta neve; crollano molti tetti di case. Carri e carrozze non possono transitare per le strade. Anno di carestia. Si fanno digiuni e processioni.
1695, fra Natale e Capodanno, grande nevicata e gelo. Numerosi tetti crollano, fra cui quello del palazzo del Podestà.
1696, maggio, grande nevicata.
1739, 29 aprile, grande nevicata che danneggia le coltivazioni.
1740, fra il 6 gennaio e l'8 maggio nevica 33 volte. Freddo anche nei mesi successivi al punto che si dovette “portare il mantello” fino al 29 luglio.
1798, 1 aprile, abbondante nevicata e bassa temperatura. 1803, 8 febbraio, grande nevicata che si protrae per più giorni.
1803, 18 febbraio, a causa dell'eccezionale nevicata, viene imposta agli inquilini una tassa per rimuovere la neve dalle strade: l’importo è pari all’1,10% dell’affitto.
1829-1830, nell'inverno nevicò per 324 ore nel corso di 96 giorni fra il 17 novembre 1829 ed il 21 febbraio 1830. La temperatura precipitò fino al limite massimo di 17 gradi sotto lo zero e per quasi 60 giorni la temperatura media si attestò sotto lo zero. Dopo i primi 15 giorni di nevicate (fra il 17 novembre ed il 1° dicembre 1829), erano già caduti 4,5 metri di neve.
1855, 20-25 gennaio, nevicata ininterrotta e freddo pungente. Nevicherà anche in febbraio e in marzo.
1871, 9 gennaio, cade un metro di neve.
1929, la neve scese per 5 giorni senza sosta e raggiunse un’altezza di 80 cm. Numerosi tetti crollarono e la città rimase immobilizzata per giorni. La temperatura raggiunse i 15 gradi sotto zero e ciò provocò la rottura di tubazioni dell’acquedotto.
1960, 15 gennaio, caddero 25 cm. di neve in una sola notte: il Comune assunse 1000 spalatori.
 
 Marco Poli (del 06/02/2012 alle 22:31:23, in articoli, visitato 7222 volte)
Nella settimana fra Natale e Capodanno del 1695, Bologna fu colpita da una grande nevicata accompagnata da un gelido vento di tramontana. Alcuni tetti crollarono come quello del salone del Palazzo del Podestà e subì gravi danni quello del Palazzo Comunale. I cittadini sgomberarono la neve dai tetti, ma così facendo riempirono le strade di neve rendendole impercorribili da carri e carrozze: i commercianti si trovarono impossibilitati a rifornire di merce i loro negozi.
Nelle settimane successive continuò a nevicare e ciò impedì lo svolgimento dei “corsi” di Carnevale. A fine marzo Bologna era ancora coperta di neve: si utilizzò l’acqua dei canali per eliminare i cumuli di neve con inondazioni controllate per non danneggiare le cantine che ospitavano attività artigianali per lo più tessili.
A maggio riprese a nevicare. Carestia e miseria furono le conseguenze del maltempo.
Nell’inverno 1829-1830, si ebbe la più grande nevicata mai avvenuta a Bologna; nevicò per 324 ore nel corso di 96 giorni fra il 17 novembre 1829 ed il 21 febbraio 1830. La temperatura precipitò fino a 17 gradi sotto lo zero e per quasi 60 giorni la temperatura media rimase sotto lo zero. Dopo i primi 15 giorni di nevicate erano già caduti 4,5 metri di neve.
Un’altra grande nevicata avvenne 100 anni dopo, fra il 10 ed il 14 febbraio del 1929: la neve scese per 5 giorni senza sosta, e raggiunse un’altezza di 80 cm.. Numerosi tetti crollarono e la città rimase immobilizzata per giorni. Si raggiunsero i 15 gradi sotto zero e ciò provocò la rottura di tubazioni dell’acquedotto. Scuole chiuse, case fredde per mancanza di carbone, molti negozi chiusi per l’impossibilità di approvvigionamenti, broncopolmoniti a volte letali, fratture varie a seguito di cadute.
Nel dopoguerra vi fu l’evoluzione dei mezzi di contrasto alla neve: dai 1000 spalatori assunti nel gennaio 1960, alle decine di mezzi spazzaneve.
 
 Marco Poli (del 07/01/2012 alle 10:13:05, in articoli, visitato 1266 volte)
Nel 1252 gli ambasciatori del popolo romano, non più sottomesso al potere del Papa, rifugiatosi a Perugia, vennero a Bologna per offrire a Brancaleone degli Andalò, conte di Casalecchio, considerato uomo equilibrato e saggio, l’incarico di Senatore di Roma, una carica simile a quella di podestà. Brancaleone accettò a patto che l’incarico fosse triennale e che a Bologna fossero inviati, come ostaggi, alcuni esponenti di famiglie nobili romane; gli ambasciatori accolsero le richieste e dal 1252 Brancaleone iniziò a svolgere l’incarico facendosi apprezzare soprattutto dal popolo; fra l’altro, fece abbattere numerose torri appartenenti alla nobiltà romana e introdusse statuti che contenevano non solo doveri per i cittadini, ma anche diritti. La sua severità nei confronti della nobiltà, che osteggiò fino al punto di mandare al patibolo numerosi esponenti, gli procurò ostilità. Concluso il triennio, Brancaleone fu rieletto, ma papa Alessandro IV, ritenendolo ghibellino favorevole all’Imperatore, e troppo ostile alla nobiltà, alla fine del 1255 riuscì a farlo arrestare e a rinchiuderlo in carcere: probabilmente gli ostaggi tenuti a Bologna gli salvarono la vita. Ma il popolo insorse e nell’aprile 1256 uccise il successore di Brancaleone che fu liberato e di nuovo insediato come Senatore. Nel 1257, Brancaleone morì durante una spedizione militare in Maremma: c’è chi sostiene che fu avvelenato. Il popolo romano conservò il suo capo come una reliquia ed il nome di Brancaleone apparve sulla moneta della città eterna. Brancaleone degli Andalò faceva parte di una famiglia ghibellina bolognese che diede alla storia, non solo locale, illustri esponenti: basta ricordare il fratello Loderingo degli Andalò, fra i fondatori dell’ordine dei Frati Gaudenti, divenuto podestà di Firenze, di Siena, di Modena, di Reggio Emilia, e la sorella Diana, seguace di San Domenico, poi dichiarata Beata.
 
 Marco Poli (del 29/10/2011 alle 22:12:41, in articoli, visitato 1652 volte)

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 Marco Poli (del 28/10/2011 alle 22:09:25, in Articoli, visitato 1705 volte)
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 Marco Poli (del 19/09/2011 alle 18:35:30, in Articoli , visitato 1875 volte)
Dal 1150 circa il Comune di Bologna fu governato da un “podestà forestiero”, un non bolognese chiamato alla guida del Comune per un periodo di tempo limitato. Il podestà doveva essere uno “straniero” per garantire di essere “super partes”, cioè di non schierarsi a favore o contro una delle parti sociali e di rimanere imparziale in occasione di controversie. Soprattutto, dovendo amministrare anche la giustizia, aveva l’obbligo di attenersi esclusivamente alle leggi, senza cedere ad alcuna pressione.
Per “straniero” si intendeva proveniente da una città lontana qualche decina di chilometri. Anche molti bolognesi furono chiamati da altre città per svolgere questo ruolo. Dopo il vescovo Gerardo Gisla, che fu podestà fino al 1193, nel 1195 fu chiamato il pistoiese Guidottino. Come il vescovo Gisla, che fu cacciato dal popolo, anche Guidottino non concluse il suo mandato perché il popolo si ribellò, lo costrinse alla fuga, lo inseguì, lo catturò e gli strappò i denti. Un’altra cronaca riferisce che gli furono “cavati gli occhi”. Anche sui motivi della cacciata le versioni delle cronache non sono concordi. L’accusa che gli fu mossa fu quella di aver deciso forti aumenti delle tasse; altra cronaca sostiene che furono le famiglie potenti - quelle che lo avevano chiamato - a denunciare le sue malversazioni e le gravose imposte che aveva fissato.
Dopo il ritorno a Pistoia del malconcio Guidottino, il Comune di Bologna aprì un’inchiesta sul suo operato: si scoprì che non solo si era impossessato del denaro pubblico, ma aveva organizzato furti di legna e di grano, merce che nottetempo prendeva il volo dopo essere stata caricata su carri. Addirittura si accertò che aveva sottratto dai mulini del Savena anche delle pesanti mole di pietra che servivano a macinare il grano. Di Guidottino non si seppe più nulla. Ma riteniamo che la sua carriera di podestà si sia conclusa a Bologna.
 
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