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 Il sito web... di Marco Poli
 
una città senza pietà, la mia città,
ma com’è bella la mattina,
quando si sveglia, quando si accende...
e com’è dolce certe sere...
...
dove sarà, prima era qua...

Luca Carboni, La mia città
” 
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 18/09/2011 alle 21:12:00, in Articoli, visitato 1364 volte)
Dopo la sua elezione col nome di Benedetto XIV (17 agosto 1740), il nostro grande papa Prospero Lambertini, appena giunse a Roma si accorse che le finanze dello Stato Pontificio erano in condizioni tragiche. Da esperto amministratore – e aveva dimostrato di esserlo a Bologna - dopo aver preso atto che lo Stato non aveva nemmeno un proprio bilancio, fece fare ai “computisti” il conto delle uscite e delle entrate: il risultato fu impressionante poiché il disavanzo aveva raggiunto l’enorme cifra di quasi 60 milioni di scudi, pari a più di 20 anni di entrate dell’erario! La situazione era dovuta a lunghi anni di cattiva amministrazione. Ma papa Lambertini, che avrebbe preferito occuparsi di cose spirituali e religiose e non di problemi amministrativi, non si perse d’animo ed avviò immediatamente l’opera di risanamento dei conti statali. Anzitutto non sostituì 500 soldati dell’esercito pontificio (fra deceduti e pensionati) e diminuì gli stipendi di soldati e ufficiali, poi tagliò le spese generali, sforbiciò le pensioni, aumentò l’imposizione fiscale sugli immobili, introdusse la carta bollata, pretese un trasferimento di fondi maggiore dalle province, tentò di recuperare un credito di oltre tre milioni di scudi dal governo austriaco dovuto al sostentemento offerto alle truppe di passaggio nelle terre pontificie durante le Guerre di Successione. Nominò una “Congregazione economica” col compito di tagliare ogni spesa superflua. Ordinò di non aumentare le imposte sui generi alimentari e nemmeno quelle sugli affitti per non colpire la parte più debole della popolazione. Occorsero quattro anni, ma nel 1745 lo Stato Pontificio ebbe il suo primo bilancio redatto con criteri moderni. Gli uffici statali ebbero una riduzione di personale, ogni spesa doveva essere approvata dal Papa, le emissioni di titoli di Stato furono bloccate e gli interessi sui titoli già emessi furono ridotti.
 
 Marco Poli (del 18/09/2011 alle 21:10:01, in Articoli, visitato 2544 volte)
Anche la toponomastica va considerata un bene culturale perché è la memoria collettiva di storia cittadina. I nomi delle vie, fino al XIX secolo, non nascevano da decreti dei governi, ma per generazione spontanea: erano gli abitanti della città a dare il nome alle vie. Dunque, fino all’Unità d’Italia, la denominazione delle strade non era né regolamentata, né imposta dalle autorità; inoltre, non c’erano le targhe. I nomi delle vie, quindi, non erano scritti e si tramandavano nel tempo. Queste denominazioni avevano origine da caratteristiche del luogo e dei suoi abitanti: una famiglia o una persona o gruppi di cittadini (mestieri), fatti di cronaca, animali, piante, corsi d’acqua; e tantissime denominazioni religiose motivate dalla presenza di una chiesa o di un convento. Ma c’è anche una toponomastica più recente, non codificata, che deriva dai nomi dati dai nostri avi ad alcune zone della città: non è segnalata da alcuna targa, ma è rimasta nella memoria, magari dei più anziani, ed è tramandata a voce. Infatti non esiste alcuna via intitolata a Pavaglione, Chiesa Nuova, Cirenaica, Bolognina, Alemanni, Bitone, Ca’ de’ Fiori, Arco Guidi, Noce, Oca, Otto Colonne, Sostegnino, Portico della Morte, Garganelli, piazzetta del Ragno, Zucca: i bolognesi più maturi d’età sanno benissimo dove sono questi luoghi, un po’ meno i più giovani. Ad esempio, agli utenti del tram, la località Zucca era notissima: era il deposito delle vetture e quando veniva effettuata l’ultima corsa, il manovratore esponeva il cartello “Zucca” per far comprendere che il servizio era terminato e che lui e il tram andavano verso il meritato riposo. Infine ci sono i luoghi diventati punti di riferimento per la presenza antica di un caffè (Zanarini), di un libraio (libreria Nanni), di un cinema o teatro, di un ospedale, ma anche il luogo (via Caprarie-salumeria Tamburini) in cui per anni chiese l’elemosina per i poveri padre Marella.
 
 Marco Poli (del 18/09/2011 alle 21:08:18, in Articoli, visitato 2268 volte)
Per i bolognesi il nome del cardinale Egidio Albornoz richiama il Collegio di Spagna, da lui voluto e finanziato nel 1364 per accogliere 24 studenti poveri spagnoli. Tuttavia, a tanti sfugge l’importanza storica di questo cardinale-guerriero.  Nato attorno al 1300 in Spagna, Gil Alvarez Carrillo de Albornoz a 28 anni era già Arcivescovo di Toledo, subentrando a uno zio deceduto. Partecipò alla guerra contro i Mori e ad altre azioni militari al seguito del Re di Castiglia, Alfonso XI; alla sua morte, il figlio, Pedro il Crudele, irritato per le dure critiche di Albornoz per i suoi costumi dissoluti, tentò di eliminarlo; Albornoz si rifugiò ad Avignone dove era la corte papale di Clemente VI che, nel 1350, lo nominò cardinale. Ma fu con papa Innocenzo VI che cambiò la vita di Albornoz con la nomina, nel 1353, a legato e vicario generale degli Stati Pontifici con la missione storica di riconquistare i territori della Chiesa in Italia. Infatti, la permanenza ad Avignone della corte papale aveva consentito a molti Signori di insediarsi in alcuni di questi territori. Albornoz, alla testa di un esercito assoldato allo scopo, scese in Italia e iniziò la riconquista partendo dal Lazio. A Roma collocò Cola di Rienzo come governatore, poi cacciato dal popolo. Riprese la sua azione risalendo le Marche e la Romagna: prima furono sottomessi i Malatesta di Rimini, poi tutte le altre città: rimanevano ribelli i Signori di Forlì e di Faenza e contro di essi il Papa proclamò una crociata. Di fronte a ciò, Faenza si sottomise, mentre gli Ordelaffi di Forlì resistettero fino al luglio 1359. Rimanevano i Visconti di Milano che governavano anche Bologna: anche in questo caso fu proclamata una crociata contro Bernabò Visconti che si concluse con successo nel marzo 1364. Morì a Viterbo il 24 agosto 1367. Fu il vero artefice della “monarchia pontificia” e del ritorno a Roma della Santa Sede.
 
 Marco Poli (del 18/09/2011 alle 21:05:52, in Articoli, visitato 1519 volte)
Gaspare Tagliacozzi nacque a Bologna nel 1545 da famiglia di origine abruzzese come dimostra il cognome che deriva dal comune di Tagliacozzo. Iniziò gli studi di medicina nel 1565 e fra i suoi maestri vi furono Girolamo Cardano, Ulisse Aldrovandi e Giulio Cesare Aranzio. Laureatosi nel settembre 1570, dopo aver fatto pratica per due anni presso l’Ospedale della Vita di via Clavature, divenne docente nell’Università di Bologna e alla morte di Aranzio ne occupò la prestigiosa cattedra: il successo delle sue lezioni gli procurò consistenti aumenti di stipendio che in pochi anni passò da 400 a 900 lire. Insegnò fino al 1595 nei locali nell’Archiginnasio, poi sede del Teatro Anatomico: qui Tagliacozzi eseguiva le lezioni di dissezione utilizzando i cadaveri dei giustiziati che gli venivano forniti dalla Confraternita della Morte. Due anni prima della morte, che avvenne a Bologna il 7 novembre 1599, a Venezia fu pubblicata la sua fondamentale opera “Sulla chirurgia delle mutilazioni tramite innesti”: in essa si illustrano le tecniche per utilizzare tessuti e carne del braccio per ricostruire labbra, nasi e orecchie. Per questo Tagliacozzi è considerato il precursore della chirurgia plastica e fu definito anche “chirurgo dei miracoli”. Le sue teorie non furono mai contrastate dall’Inquisizione, né, in generale, della Chiesa che diede il benestare alla pubblicazione delle sue opere: anzi, per lungo tempo Tagliacozzi fu incaricato dal Sant’Uffizio di vagliare le opere scientifiche da porre all’indice. Tuttavia, dopo la sua morte, fu diffusa la voce che il Tagliacozzi fosse un mago e un eretico: il suo corpo fu dissepolto e fu aperto un processo da parte del Tribunale dell’Inquisizione che si concluse con la piena assoluzione e con la dura condanna degli accusatori. Tagliacozzi riebbe una dignitosa sepoltura e la spiacevole vicenda non offuscò la sua fama nazionale e internazionale.
 
 Marco Poli (del 19/07/2011 alle 08:49:13, in Articoli, visitato 1673 volte)
Ho incontrato una persona che abita in via Berengario da Carpi e che ritiene che costui sia stato un pittore, confondendolo forse col pittore Girolamo da Carpi. In realtà, Jacopo Barigazzi, che non si sa per quale ragione cambiò il nome in Berengario da Carpi, fu un famoso medico. Nato a Carpi nel 1460, figlio di un chirurgo dal quale apprese la pratica se non la teoria, visse alla corte del Signore di Carpi, Alberto III Pio, dove conobbe Pico della Mirandola, Pietro Pomponazzi e altri personaggi della cultura e della scienza. Laureatosi in medicina a Bologna nel 1498, nel 1502 fu nominato docente nell’Ateneo bolognese, non prima di aver ottenuto la cittadinanza da papa Giulio II, con lo stipendio annuo di lire 100. Il Senato gli affidò anche l’incarico di gestire l’ospedale di S.Giobbe dove si curavano i malati di sifilide. La sua fama si diffuse rapidamente e fu chiamato alla corte papale e in altre città per curare pazienti illustri come Lorenzo de’ Medici (di Urbino) ferito da una pallottola al cranio, Giovanni dalle Bande Nere (a Piacenza), Benvenuto Cellini e Marcantonio Colonna (a Roma): quest’ultimo gli donò un dipinto di Raffaello, il San Giovannino, che però si rivelò una copia. Divenne ricco e a Bologna acquistò numerosi immobili; fu collezionista di opere d’arte e di reperti archeologici, fra cui il torso marmoreo di Nerone, oggi presente nel Museo Archeologico. Scrisse opere di successo: oltre ad un compendio di anatomia con tavole illustrate, un commentario all’opera di Mondino de Liuzzi, scritti sulla cura della sifilide col mercurio, sulla chirurgia cranica, sull’utero. Ebbe una vita avventurosa e anche violenta: molti lo apprezzarono e molti lo criticarono ferocemente. A Bologna rimase fino al 1527 poi tornò a Carpi al servizio del duca Alfonso I d'Este. Morì nel 1530 e fu sepolto in un convento francescano di Ferrara secondo le sue volontà testamentarie. (Carlino 20.6.2011)
 
 Marco Poli (del 19/07/2011 alle 08:46:24, in Articoli, visitato 1985 volte)
Condannato a 20 anni di carcere per aver organizzato movimenti patriottici a Milano, Aurelio Saffi si rifugiò a Londra dove sposò Giorgina Janet Craufurd, donna di origini scozzesi, ma nata a Firenze, seguace di Mazzini e donna di spicco del Risorgimento. La coppia ebbe quattro figli fra cui Emilio, secondogenito, nato a Napoli nel 1861. Questi divenne ingegnere e lo troviamo nel 1910 a Roma come capo della Divisione III dell’Ufficio Tecnico del Comune di Roma, incaricato di redigere il progetto per la realizzazione dei Mercati Generali di via Ostiense. In precedenza, Emilio Saffi fu incaricato di progettare il nuovo Mercato Bestiame di Bologna su un’area di 22.500 mq. Nel maggio del 1902 il Mercato fu inaugurato. Poco tempo dopo l’Amministrazione delle Poste Italiane affidò ad Emilio Saffi l’incarico di predisporre il progetto per la sua nuova sede bolognese. Nel 1909 il progetto era già realizzato consentendo di avviare lo stesso anno la costruzione che terminò nel 1911 con una imponente cerimonia di inaugurazione alla quale parteciparono numerose autorità. La costruzione del grande edificio delle Poste fu il completamento della piazza dedicata al grande statista bolognese Marco Minghetti. Infatti, a partire dal 1893 furono abbattuti i fatiscenti edifici che occupavano lo spazio della futura piazza: fra gli edifici scomparsi, vi era anche la casa natale di Santa Caterina da Bologna e la chiesa di S. Agata voluta da Taddeo Pepoli. Nel 1912 fu riedificato, ad opera di Edoardo Collamarini, il palazzo Bovio-Bernaroli al n.1, la cui prima costruzione risale al XV secolo. La statua di Minghetti è opera di Giulio Monteverde: alla cerimonia di inaugurazione della piazza, il 28 giugno 1896, furono presenti Re Umberto I e la Regina Margherita. Ora, a 100 anni dalla costruzione, il palazzo delle Poste verrà sottoposto ad un grande restauro - il primo restauro esterno da quando fu costruito - al quale si aggiungerà la riqualificazione sia di piazza Minghetti, sia dell’attigua piazza del Francia. Bologna ha bisogno di operazioni di questo tipo che valorizzino la qualità del tessuto e dei luoghi urbani. E si riconosca il merito ai privati che finanziano questa brillante e meritoria operazione. (Carlino 16.6.2011)
 
 Marco Poli (del 07/06/2011 alle 17:13:42, in Articoli, visitato 1818 volte)
Il decreto istitutivo della “Scuola Normale Femminile per allieve maestre” fu firmato il 25 gennaio 1860 da Luigi Carlo Farini, ma le lezioni iniziarono il primo gennaio 1861 con otto allieve.
La prima sede della scuola fu in palazzo Zambeccari, in via Barberia 22, che - coincidenza! - nel 1327 aveva ospitato il Collegio Bresciano per studenti provenienti da quella città. Il primo direttore della scuola fu il patriota Orazio Barbieri, mentre un’altra donna risorgimentale, la contessa Maria Teresa Serego Alighieri, moglie di Giovanni Gozzadini, fu una delle ispettrici. L’orario quotidiano delle lezioni, che iniziavano alle 10, era di quattro ore, con un’ora di intervallo fra le 13 e le 14. Dopo il primo anno di attività crebbe il numero di alunne, facendo emergere l’esigenza di locali più ampi e più idonei.
Finalmente all’inizio del 1863 fu concesso l’utilizzo dell’ex Convento dei Certosini di via S. Isaia, 35, dove ancora oggi ha sede il liceo “Laura Bassi”. Lì fu possibile ospitare anche classi di scuola elementare che consentivano alle alunne di effettuare il tirocinio. Trovata la sede, mancava la denominazione della scuola: la decisione del Ministro della Pubblica Istruzione fu presa l’8 febbraio 1892 e la scuola fu intitolata a Laura Bassi.
Laura Maria Caterina Bassi nacque nel 1711. Il 17 maggio 1732, nel palazzo comunale, alla presenza di senatori, magistrati, docenti e dell’arcivescovo di Bologna Prospero Lambertini, la ventunenne Laura Bassi sostenne il colloquio che la laureò in filosofia; ma fu anche una scienziata a largo raggio ed infatti l’anno successivo le fu affidata la cattedra di fisica sperimentale. Ma la sua vasta erudizione, che suscitò tante invidie, la portò ad interessarsi di chimica, matematica, idraulica, lingue antiche e moderne. Sposò Giuseppe Veratti ed ebbe 12 figli. Morì nel 1778 e fu sepolta nella chiesa del Corpus Domini di via Tagliapietre.
 
 Marco Poli (del 07/06/2011 alle 17:10:06, in Articoli, visitato 1907 volte)
Il 3 novembre 1963 un tram della linea 13-S. Ruffillo, la vettura n. 210, fra ali di folla grata e plaudente, fece l’ultima corsa, dirigendosi definitivamente nel deposito Zucca. Dopo 83 anni di onorato servizio (il 2 ottobre 1880 si inaugurò il primo “tramway” a cavalli) il tramvai lasciò posto ad autobus e filobus, che già avevano preso servizio. Le rotaie furono rimosse o coperte dall’asfalto.
E’ convinzione comune che solo dal dopoguerra siano apparsi a Bologna autobus e filobus, ma in realtà il primo filobus fece la sua prima corsa il 28 ottobre 1939 sulla linea Zamboni-San Michele in Bosco. Alla guida dei nuovi filobus furono addetti nove “filovieri” che svolgevano servizio per 8,40 ore al giorno per sette giorni, riposando l’ottavo e due sole domeniche ogni mese.
L’idea di avviare un servizio filoviario era già emersa alcuni anni prima: infatti, la “Carrozzeria Menarini e C.”, all’epoca situata in viale Berti Pichat, si era proposta, alla fine del 1934, come fornitore delle nuove vetture. Poi l’Azienda Tramviaria acquistò 10 filobus dalla FIAT. Si trattò dunque di un servizio limitato che, però, si rivelò assai utile soprattutto per il trasporto dei feriti all’ospedale Rizzoli. La già esile pattuglia dei filobus fu poi danneggiata dai bombardamenti che misero fuori servizio la linea aerea. Come non bastasse, i tedeschi requisirono le vetture superstiti sollevando la protesta del prof. Oscar Scaglietti, direttore dell’ospedale. Tuttavia, le difficoltà incontrate dai tedeschi nel trasferire le vetture, fecero sì che solo una vettura venisse asportata. Il servizio di trasporto dei feriti tramite filobus potè, quindi, proseguire. Dopo il 1945 i nove filobus ritornarono a disposizione dell’ATM, mentre il direttore dell’azienda tramviaria si accingeva a proporre il progetto di sostituzione dei vecchi tram con autobus e filobus. Cosa che negli anni successivi avvenne.
 
 Marco Poli (del 15/05/2011 alle 14:10:27, in Articoli , visitato 1304 volte)
Erano passati circa sette mesi dal 17 marzo 1861, giorno in cui la città aveva festeggiato il Regno dell’Italia unita andando nelle piazze, assistendo a sfilate militari e godendosi, la sera, i fuochi artificiali sparati dal colle dell’Osservanza, con i 101 colpi di cannone che sancivano la proclamazione del Regno: ebbene, il 22 settembre il popolo scese in piazza a Bologna, come in altre città della Romagna, per protestare contro il rincaro dei prezzi dei generi di prima necessità a partire dal prezzo del pane.
Le prime vittime della protesta popolare furono le bancarelle di piazza Maggiore che vennero prese d’assalto. Scrive Enrico Bottrigari nella sua “Cronaca di Bologna”: “furono lanciate in aria le frutta, il burro, le ricotte e quant’altro capitava fra le mani del popolino”.
Le azioni di protesta proseguirono con maggiore violenza nei giorni successivi. Il 23 settembre l’assalto della gente prese di mira i negozi di pane e pasta: alcuni presero i prodotti pagando il prezzo che ritenevano equo, mentre altri uscirono senza pagare. La polizia e la Guardia Civica non ricevettero alcun ordine di reprimere le manifestazioni di protesta e l’Intendente di polizia si limitò a diffondere un proclama che invitava i bolognesi al rispetto della legge; scrisse che “le violenze non possono condurre alla diminuzione dei prezzi che deve essere il frutto della libera concorrenza”. Anzi – scrisse – se le violenze fossero proseguite sarebbero scomparsi i prodotti dalle botteghe. Il 24 settembre “il tumulto prese l’aspetto di una sommossa”; ma questa volta polizia, guardia civica, bersaglieri e cavalleggeri intervennero in gran numero e repressero l’assalto ai negozi, arrestando e imprigionando decine di persone, fra cui molte donne. Nei giorni successivi furono arrestate molte altre persone: la repressione fu durissima anche perché l’8 ottobre era previsto l’arrivo del Re a Bologna.
 
 Marco Poli (del 15/05/2011 alle 14:07:40, in Articoli, visitato 1694 volte)
Dopo il 21 aprile 1945, Bologna era una città semidistrutta: il 42% del suo patrimonio abitativo ed architettonico era distrutto o danneggiato,... i senza casa erano migliaia così come i profughi: infatti, molti cittadini della provincia si erano riversati in città portando la popolazione a 320.000 abitanti. La disoccupazione era altissima, soprattutto fra gli operai, essendo andate distrutte numerose fabbriche. Fra i primi problemi che dovette affrontare la Giunta comunale guidata dal sindaco Giuseppe Dozza, vi fu quello della casa. Ma occorreva inserire i progetti di nuove abitazioni nel quadro di un nuovo piano regolatore. Infatti, il Piano elaborato nel 1942 era ancora allo stato progettuale e, dunque, di fatto, rimaneva in vigore il piano del 1889. Nel frattempo circa 200 aule scolastiche ed alcune palestre divennero alloggi di fortuna, mentre i portici di San Luca furono tamponati e trasformati in mini appartamenti. E poi c’erano i “sinistrati”, coloro cioè la cui abitazione era stata bombardata e distrutta. Ma occorrevano soluzioni rapide per costruire e ricostruire Fra le forze politiche si aprì il dibattito non solo sull’ovvia esigenza di dar vita al nuovo Piano Regolatore, ma soprattutto per individuare le aree edificabili. Guido Palotta, ingegnere, assessore all’Ufficio Tecnico, comunista, sul periodico del suo Partito espresse la sua opinione circa l’ubicazione delle case per operai: secondo lui si dovevano costruire non più in zone come la Bolognina, “umida e nebbiosa”, bensì in collina che non deve servire solo “per prendere il sole in una passeggiata domenicale, ma per abitarvi, per vivere nel sole e nel verde”. Intanto, nel 1949, fu approvato il “Piano Fanfani” che finanziò la costruzione di numerose case popolari; solo nel 1958 entrò in vigore il nuovo Piano Regolatore. Oggi, il solo accennare alla costruzione di case in collina provoca aspre censure.
 
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