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 Il sito web... di Marco Poli
“
 
ricordi, fu con te a Santa Lucia,
al portico dei Servi per Natale;
credevo che Bologna fosse mia...

Francesco Guccini, Eskimo
” 
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 09/04/2013 alle 21:04:45, in Articoli, visitato 2687 volte)
Fu Giovanni Bolognini, figlio di Francesco, mercante, il primo direttore del Monte di Pietà di Bologna: fu lui, infatti, a scrivere il primo “giornale di cassa” datato 23 aprile 1473, giorno in cui divenne operativo il Monte di Pietà di Bologna.
L’atto fondativo, al quale si giunse a seguito della predicazione del frate francescano minore osservante Michele Carcano, risale al giorno precedente. La prima sede fu all’angolo fra l’attuale via Farini ed il Pavaglione.
I Monti di Pietà nacquero per combattere l’usura ed erogare prestiti su pegno al ceto meno abbiente in temporanea difficoltà. Fino al 1515 non fu applicato alcun tasso d’interesse sui prestiti. In seguito, e fino al 1796, i tassi applicati oscillarono fra il 3 ed il 5 per cento.
Il Monte di Pietà di Bologna ebbe grande successo fra la popolazione al punto che, dopo un secolo di vita, furono istituite quattro filiali a Bologna e quattro nella provincia (Budrio, Castel San Pietro, San Giovanni in Persiceto, Castelbolognese) divenendo ben presto uno dei maggiori istituti di credito italiani.
Nella seconda metà del ‘500, il Monte svolse anche servizi esattoriali e di tesoreria per conto del Comune di Bologna e amministrò il patrimonio di numerose Opere Pie, soprattutto quelle rivolte alla erogazione di una dote per le “zitelle” affinché potessero sposarsi o monacarsi.
Inoltre, alla fine del secolo XVII, il Monte diede vita al Monte della Canapa e al Monte della Seta al fine di finanziare i due settori produttivi più importanti della città, che davano lavoro a 30.000 cittadini. Fu il primo esempio di credito basato sulla anticipazione su merci.
All’arrivo dei francesi a Bologna, nel giugno 1796, il Monte di Bologna fu “spogliato” poiché gli fu imposto di pagare ai francesi, per conto della collettività bolognese, oltre 4.000.000 di lire come “diritto di conquista”. Licenziati i 100 dipendenti, il Monte rimase chiuso fino al 1802. Riaprì con tre dipendenti e riuscì a sopravvivere anche per merito dei numerosi creditori che rinunciarono al loro denaro.
Alla fine dell’800 il Monte aprì nuovamente delle filiali, soprattutto in zone periferiche e povere della città, per venire incontro alle esigenze della clientela: una filiale fu aperta in via del Pratello.
Nel corso del ‘900 il Monte di Bologna continuò la sua costante espansione: nel 1964 assunse la denominazione di Banca del Monte di Bologna e Ravenna avendo assorbito l’Istituto ravennate e quello di Bagnacavallo. Nel 1991 la Banca del Monte di Bologna e Ravenna (1139 dipendenti e 68 filiali) e la Cassa di Risparmio di Modena si fusero dando vita a Carimonte Banca spa.
In quella circostanza nacque la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, istituto non profit con la missione di operare a favore della collettività bolognese e ravennate attraverso il sostegno per la tutela dei beni artistici e culturali e finanziando iniziative di carattere sociale a beneficio dei cittadini.
In seguito si ebbe la fusione con il Credito Romagnolo (Rolo Banca 1473) ed infine l’aggregazione all’interno del nuovo soggetto Unicredit. A 540 anni di distanza, degli oltre 100 Monti di pietà fondati a partire dalla metà del ‘400, non ne esistono quasi più dopo le fusioni avvenute a partire dagli anni ’90 del secolo scorso.
Lo stesso Monte dei Paschi di Siena, oggi protagonista delle cronache, non fu un Monte di pietà fondato dai francescani; si chiamò Monte Pio e nacque in polemica con la visione francescana. Basti pensare che ai prestiti veniva applicato il tasso del 7,50%.
Al contrario, i Monti di pietà non solo diedero vita a un prestito al consumo prima senza interessi poi a tassi ridotti, ma “inventarono” nuovi modelli organizzativi e strutture amministrative. Combatterono l’usura e divennero un avamposto di speranze e di certezze consentendo a tanti uomini di passare dal pessimismo dei bisogni e dell’indigenza, all’ottimismo dei desideri possibili.
Se tante persone hanno potuto abbandonare il terrore della scarsità per ottenere la serenità del necessario è anche merito dei Monti di Pietà, che hanno rappresentato una secolare presenza rassicurante.
 
 Marco Poli (del 12/06/2013 alle 16:25:54, in Articoli, visitato 2281 volte)
Nacque il 3 ottobre 1848, qualche mese dopo la giornata dell’8 agosto che vide i bolognesi opporsi con successo agli austriaci.
Di famiglia molto religiosa, a 19 anni Alfonso Rubbiani iniziò ad impegnarsi nell’associazionismo cattolico: nel 1870 si arruolò nell’esercito pontificio per difendere Roma dall’attacco dell’esercito italiano.
Nel 1879 fu eletto consigliere e assessore al Comune dI Budrio; lo stesso anno, pur avendo compiuto studi di tutt’altro genere, si avvicinò al mondo del restauro collaborando a quello della chiesa di S. Martino: fu l’inizio della carriera di restauratore “romantico” che si proponeva di ricostruire gli edifici in analogia con lo stile dell’epoca.
Nel 1883, lavorò al castello di S. Martino dei Manzoli a Minerbio e nel 1886 fu il protagonista del restauro della chiesa di San Francesco e delle arche dei Glossatori che gli diede grande notorietà. Nel 1889 Rubbiani fu uno dei fondatori del “Comitato per Bologna Storica e Artistica”, l’associazione che vanta enormi meriti nel restauro di edifici storici.
Nel 1902, quando iniziò l’abbattimento delle mura di Bologna, Rubbiani fu tra i più strenui oppositori assieme a pochi altri intellettuali. Suo fu il restauro di ciò che rimase di porta Maggiore.
Fra i numerosi restauri di cui fu autore spiccano quelli del palazzo della Mercanzia, dell’oratorio di Santo Spirito in via Val d’Aposa, della facciata di S. Domenico, del palazzo dei Notai.
Nel 1910, quando fu deciso l’allargamento delle vie Rizzoli, Orefici e Caprarie, Rubbiani riportò alla luce palazzo Re Enzo. Il restauro finì fra le polemiche. Fu l’ultimo intervento di Rubbiani.
Morì nel 1913 nella sua casa di vicolo dell’Orto, 4.
L’illustre storico dell’arte Aldo Foratti scrisse: “le lodi dei più non evitarono qualche riserva, quando l'idea di ripristinare con eccessiva libertà sopraffece il più storico concetto di salvare le antiche fabbriche”.
 
 Marco Poli (del 12/06/2013 alle 16:29:29, in Articoli , visitato 1170 volte)
Dopo la distruzione del sontuoso palazzo dei Bentivoglio, ordinata da papa Giulio II, i bolognesi chiamarono quell’area “il guasto”, un “vuoto” urbano che rimase tale per oltre 250 anni, fin quando fu deciso di erigere proprio lì il Teatro Comunale, un grande teatro pubblico, costruito con fondi privati.
L’unico teatro pubblico, fino alla costruzione del Comunale, fu quello allestito dal 1581 nel salone del palazzo del Podestà.
Nel XVIII secolo Bologna poteva contare su numerosi teatri, la gran parte dei quali era di proprietà di nobili e aristocratici.
Uno di questi, il teatro Malvezzi, costruito nel 1651 nella residenza dei Malvezzi (oggi, via Belmeloro, 2-4), era un teatro elegante, con 60 palchi e con le scenografie di Francesco Galli Bibiena.
Purtroppo nel 1745 rimase distrutto da un incendio: il capocomico della compagnia che aveva recitato fu accusato dell’incendio e incarcerato; poi, riconosciuta la sua estraneità, fu rilasciato.
L’aristocrazia cittadina, ritenendo che Bologna meritasse un grande teatro come altre città, decise di chiedere un preventivo per la costruzione.
Per non far gravare sulla finanza comunale la somma necessaria (20.000 scudi) il denaro fu raccolto attraverso una sottoscrizione ed altri proventi privati.
Ottenuta l’autorizzazione alla costruzione da papa Benedetto XIV, Prospero Lambertini, nel 1755 fu affidata la progettazione del teatro ad Antonio Galli Bibiena che in breve tempo fornì un modello in legno ancora oggi conservato.
I costi poi lievitarono anche per l’acquisto dell’area, il “guasto”, e fu necessaria una nuova sottoscrizione.
Finalmente, il 14 maggio 1763 il teatro fu inaugurato: l’opera rappresentata (per 28 repliche!) fu “Il trionfo di Clelia”, un testo di Metastasio musicato dal compositore tedesco Christoph Willibald Gluck (1714-1787) su richiesta degli organizzatori bolognesi.
La facciata del teatro fu completata nel 1933.
 
 Marco Poli (del 12/06/2013 alle 16:33:27, in Articoli, visitato 2053 volte)
A compiere i 250 anni non è solo il teatro Comunale di Bologna, ma anche il teatro di villa Aldrovandi Mazzacorati in via Toscana.
Stiamo parlando di uno dei numerosi “teatrini” privati, costruiti da famiglie nobili per il loro personale divertimento: infatti spesso erano proprio gli aristocratici a recitare testi classici o scritti da loro stessi.
Fra questi, il più famoso fu certamente il marchese Francesco Albergati che scrisse testi teatrali e portò le commedie di Goldoni e di Voltaire nel teatro della sua villa di Zola Predosa.
Ma nel 1763 il conte Gianfrancesco Aldrovandi Marescotti inaugurò il teatro che aveva fatto costruire nella sua grande villa: fu una tragedia di Voltaire, ”Alzira”, recitata dallo stesso Aldrovandi e da altri familiari ed amici, ad inaugurare il delizioso teatro, completato l’anno seguente con la realizzazione delle balconate e con le scene dipinte da Antonio Galli Bibiena.
Fu, quindi, un teatro voluto da un appassionato che scrisse commedie, tradusse opere straniere, recitò egli stesso. Addirittura, per divertire i propri figli, promosse recite con i burattini.
Inoltre, il teatro ebbe una vera e propria programmazione annuale e per assistere agli spettacoli si doveva pagare il biglietto. Alcuni hanno attribuito questo teatro al Bibiena: ma non è così, perché il progetto e la costruzione si debbono allo stesso senatore Aldrovandi coadiuvato dal macchinista Angelo Bentivoglio.
Alla sua morte, il figlio Carlo Filippo non seguì le orme del padre e il teatro fu poco attivo.
Il teatro fu restaurato per la prima volta nel 1937, poi si giovò di interventi manutentivi: il merito di averlo fatto conoscere ai bolognesi va all'“Associazione cultura e arte del ‘700” i cui volontari hanno agevolato le visite del pubblico.
Ora il teatro di villa Mazzacorati è un bene che, a pieno diritto, è entrato a far parte del grande patrimonio artistico della città.
 
 Marco Poli (del 12/06/2013 alle 16:35:34, in Articoli, visitato 2847 volte)
Venti anni fa moriva Marino Piazza, cantastorie bolognese, che fu protagonista per decenni di un mondo scomparso che aveva come palcoscenico le piazze.
Nacque a Bazzano nel 1909 e già all’età di 18 anni cominciò a frequentare fiere e mercati col fratello Piero.
Dopo il 1936 la sua attività si svolse prevalentemente nella Piazzola di Bologna. E divenne, assieme ai grandi venditori-imbonitori come Giuseppe Ragni e Oreste Biavati, uno dei grandi personaggi della Piazzola. Una delle specialità di Marino Piazza fu quella di recitare filastrocche in rima per raccontare avvenimenti o personaggi del momento: per questo si autodefinì “Piazza Marino poeta contadino”.
A differenza di Ragni e di Biavati, Marino Piazza fu un cantastorie capace di improvvisazioni esilaranti. L’uso del dialetto lo avvicinava ancor più ai frequentatori della Piazzola, alcuni dei quali vi si recavano proprio per assistere alle sue esibizioni, per ascoltare le centinaia di sue canzoni, poesie, zirudelle. Marino Piazza divenne un personaggio e la sua notorietà superò i confini petroniani. Nel 1970 la sua professionalità fu premiata con l’assegnazione del titolo di “Trovatore d’Italia”. Ma intanto la società era cambiata e per campare Marino Piazza si trasformò in commerciante gestendo un banco in Piazzola: ma non rinunciava a recitare le sue filastrocche e a far sentire le sue composizioni musicali, anche tramite dischi e musicassette che vendeva. E’ morto l’8 luglio 1993. Accanto alla lapide che ricorda il grande venditore Oreste Biavati, si dovrebbe collocare quella per ricordare “Piazza Marino poeta contadino” che è rimasto nella memoria di tanti bolognesi che lo conobbero e lo apprezzarono.
E’ stato l’ultimo cantastorie bolognese. Ma va detto che Giuliano Piazza, figlio di Marino, ha sempre mantenuto e mantiene viva la memoria del padre, recitando le sue composizioni in rima e suonando le sue canzoni.
 
Il 19 marzo 1893 i bolognesi videro affisso lungo le vie della città un manifesto che annunciava l’avvenuta istituzione anche a Bologna, “al pari delle altre grandi città”, della Camera del Lavoro “istituita dalle Società Operaie della città e provincia di Bologna col concorso del Municipio, della Provincia e della Banca Popolare”, quest’ultima, “creatura” della Società Operaia.
Il manifesto, inoltre, conteneva la convocazione di un’assemblea da tenersi nella Sala dei Notai il 26 marzo, durante la quale sarebbero state illustrate le finalità e le attività della nuova Camera del Lavoro.
Tuttavia, già nel manifesto erano descritti gli scopi della Camera del Lavoro: “organizza gli operai in gruppi d’arte e mestiere, agevola il collocamento ai disoccupati, facilita la conciliazione e la soluzione delle controversie che possono sorgere fra operai e imprenditori riguardo al salario, all’orario ed in genere alle condizioni del lavoro; favorisce ed eccita la formazione ed il progresso di tutte le forme di associazioni di mutuo soccorso e cooperative”. Infine, la Camera del Lavoro si proponeva di promuovere “scuole professionali d’arte e mestieri” e studi e ricerche sui temi del lavoro e della produzione.
La manifestazione nel palazzo dei Notai veniva a sancire ufficialmente la costituzione della Camera del Lavoro che era avvenuta il 22 gennaio dello stesso anno presso la sede della Società Operaia in via Cavaliera, 22 (oggi via Oberdan) dove si erano riunite 25 società di arti e mestieri, operaie e di mutuo soccorso.
Dal 22 gennaio erano poi aumentate le adesioni da parte di altre associazioni, al punto che il manifesto del 19 marzo era sottoscritto da 34 associazioni.
Dal primo giugno 1893 la Camera del Lavoro ebbe come prima sede i locali della Società Operaia di via Cavaliera, 22.
A 120 anni di distanza, il fine di lottare per il lavoro e contro la disoccupazione resta intatto.
 
 Marco Poli (del 10/08/2013 alle 13:14:38, in Articoli, visitato 1686 volte)
Cinquanta anni fa era la Bologna del sindaco Giuseppe Dozza, del cardinale Giacomo Lercaro e di padre Olinto Marella che, proprio nel 1963, ricevette il premio "Stella della bontà".
In quell’anno iniziò la sua attività l’Ospedale Maggiore nell’area degli ex Prati di Caprara e presero il via i lavori per la costruzione dell’Ospedale Malpighi, fra via Palagi e via Albertoni, poi completata nel 1967.
Fu avviata la costruzione (conclusa nel 1967) del Palazzo degli Affari in piazza della Costituzione nel nuovo quartiere fieristico.
Il Comune approvò il Piano per l’Edilizia Economica e Popolare (PEEP), lo strumento urbanistico che avrebbe consentito la realizzazione di insediamenti abitativi nella periferia della città. Il 21 giugno fu costituita la Cooperativa Edificatrice Augusto Murri, una delle realtà protagoniste della realizzazione dei Comprensori PEEP: nel corso degli anni ha costruito migliaia di appartamenti non solo a Bologna, ma anche fuori dai confini comunali. Il 26 maggio atterrò all’aeroporto di Bologna, dopo un’ora di volo, il primo aereo della linea Roma- Bologna.
Una solenne cerimonia celebrò il quarto centenario dell’Archiginnasio (che aprì il primo anno accademico il 21 ottobre 1563): parteciparono all’avvenimento il ministro La Malfa, il sindaco Dozza ed il rettore Battaglia. Contemporaneamente il Comune istituì il premio “Archiginnasio d’oro” da assegnare a personalità che si fossero distinte per meriti culturali.
Il 3 novembre 1963 un tram della linea 13 - S. Ruffillo, fra ali di folla grata e plaudente, fece l’ultima corsa. Addio tram! Il Bologna chiuse il campionato al quarto posto in classifica: Nielsen segnò 19 reti e Ezio Pascutti 14.
La città rimase turbata dal “delitto dell’anno”: Ombretta Caleffi, moglie di Carlo Nigrisoli, fu trovata morta nella sua casa, uccisa da una dose di curaro. Era il 14 marzo. Carlo Nigrisoli fu condannato all’ergastolo.
 
 Marco Poli (del 10/08/2013 alle 13:16:44, in Articoli, visitato 1600 volte)
A pochi mesi dalla ascesa al soglio pontificio, papa Francesco ha firmato, dopo averla redatta con il Papa emerito Benedetto XVI, la sua prima enciclica Lumen fidei. L’enciclica – come indica l’etimologia del termine - è una lettera circolare che il Papa indirizza ai vescovi della Chiesa e ai fedeli tutti per comunicare, per chiarire, per insegnare, per indirizzare.
Ma quale fu il Papa che firmò la prima enciclica? Ai bolognesi che non lo sanno farà piacere apprendere che la prima enciclica, Ubi primum, fu firmata il 3 dicembre 1740 dal Papa bolognese Prospero Lambertini (Benedetto XIV) pochi mesi dopo la sua elezione avvenuta il 17 agosto 1740.
Papa Lambertini indirizzò quella prima enciclica ai vescovi e al clero per raccomandare non solo la moralità dei comportamenti, ma una particolare attenzione alla formazione dei chierici e dei sacerdoti; un tema molto caro a Lambertini che a Bologna aveva voluto la costruzione del seminario (oggi Grand Hotel Majestic, già Baglioni) per la formazione del clero: coloro i quali sono chiamati al servizio del Signore siano formati fin dalla giovane età alla pietà, all’integrità dei costumi e alla disciplina canonica.
Dopo questa enciclica, papa Lambertini ne firmò altre trenta, inaugurando uno strumento pastorale poi utilizzato, più o meno, dai successori. Pochi Papi firmarono più encicliche di papa Lambertini: Pio IX (41), Leone XIII (86), Pio XII (41).
L’idea di scrivere “lettere circolari” su vari temi, sottolinea ancor più la grandezza del Papa bolognese, uomo colto, pastore preoccupato, pontefice consapevole di essere anche uomo di governo.
Non fu, ovviamente, l’unico strumento di comunicazione e di governo: papa Lambertini utilizzò anche le “bolle” pontificie, i “motu proprio” e i “brevi”. La raccolta di tutti questi suoi atti di governo è ponderosa e tocca ogni argomento con profonda dottrina accompagnata da una solida cultura.
 
 Marco Poli (del 07/11/2013 alle 00:38:35, in Articoli, visitato 1934 volte)
Dopo 83 anni al servizio della mobilità pubblica, le rotaie andarono definitivamente in pensione; mentre i tram elettrici furono messi in quiescenza dopo 59 anni di esercizio. Il 2 ottobre 1880 era entrato in funzione il primo “tramway” a cavalli che faceva servizio sulla linea Stazione ferroviaria - Piazza Nettuno: a gestire il servizio fu una società belga (Les tramways de Bologne); mentre l’11 febbraio 1904, finalmente, avvenne la prima corsa del tram a trazione elettrica, con servizio a pagamento, sulla linea Indipendenza - Stazione - Zucca: nove carrozze che partivano ogni 10 minuti.
Fu il presidente dell’azienda municipalizzata ATM, Giorgio Scarabelli, ad invitare le autorità a partecipare “alla cerimonia inaugurale della trasformazione della linea tranviaria di San Ruffillo che avrà luogo domenica 3 novembre 1963 alle ore 9,45 in piazza Minghetti”. L’invito poi proseguiva: “Nell’occasione verrà solennizzata l’ultima corsa dell’ultimo tram di Bologna”. Quel 3 novembre un tram della linea 13 - S. Ruffillo, la vettura n. 210, fra ali di folla grata e plaudente, fece l’ultima corsa, dirigendosi definitivamente nel deposito Zucca. Dalle migliaia di cittadini partirono parole di gratitudine verso il tram, mentre gli occhi di tanti ex tramvieri tradivano la commozione: come se assistessero al funerale di un amico o del compagno di lavoro di una vita intera. il tram lasciò posto ad autobus e filobus e le rotaie furono in parte rimosse e in parte coperte dall’asfalto.
Dal 1963 e per lustri i bolognesi continuarono a chiamare “tramvieri” gli autisti del bus: e ancora oggi, alle fermate, si può sentire qualcuno che dice: “Ma quando arriva il tram?”.
Quando, nel 1993, per meno di un anno fui Assessore al Traffico, proposi il progetto di nuove linee tramviarie ottenendo molte reazioni positive. Poi, dopo anni di silenzio, apparve all’orizzonte il CIVIS. E tutti sappiamo come è andata…
 
 Marco Poli (del 21/01/2014 alle 14:30:12, in Articoli, visitato 1882 volte)
Dopo Luigi Valeriani è giusto occuparsi di Giovanni Aldini, lo scienziato che tutti i bolognesi ricordano in coppia con Valeriani per denominare l’Istituto Tecnico che fu fondato in virtù della loro generosità.
Giovanni Aldini nacque a Bologna nel 1762 ed era nipote di Luigi Galvani. Come lo zio, anch’egli studiò fisica e divenne docente all’Università di Bologna nel 1798.
Il suo interesse prevalente si concentrò sull’elettricità e sulla sua applicazione in medicina e per l’illuminazione. Il suo sogno era quello di ridare vita a un cadavere attraverso le scariche elettriche trasmesse dalla pila.
Poiché in Europa si era diffusa la ghigliottina per giustiziare i condannati, nel 1803 Aldini si trasferì in Inghilterra dove ancora si usava l’impiccagione. Giunto a Londra seppe che tale George Forrest, accusato di omicidio plurimo, attendeva il verdetto; pare che Aldini abbia corrotto i giudici per condannarlo e impiccarlo.
Ottenne, così, il cadavere e, davanti al pubblico, azionò una grande pila ottenendo l’effetto di far tornare il respiro e il movimento al cadavere fra lo spavento degli astanti. Il suo assistente morì d’infarto.
Gli esperimenti proseguirono, sempre davanti al pubblico come fossero spettacoli teatrali, sia su uomini, sia su animali riscuotendo il plauso degli scienziati.
Furono questi esperimenti di Aldini a ispirare Mary Schelley per il suo famoso romanzo Frankestein. Ottimo conoscitore di lingue straniere, ha lasciato numerose opere scientifiche anche in lingua inglese e francese. Giovanni Aldini morì a Milano nel 1834.
Lasciò una forte somma di denaro per completare il progetto di scuola deciso assieme a Valeriani.
A differenza di Luigi Valeriani, il Comune di Bologna non gli ha dedicato una via della città a causa della omonimia con Antonio Aldini, famoso avvocato che difese Luigi Zamboni e Giovanbattista De Rolandis e divenne Ministro di Napoleone.
 
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