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 Il sito web... di Marco Poli
 
una città senza pietà, la mia città,
ma com’è bella la mattina,
quando si sveglia, quando si accende...
e com’è dolce certe sere...
...
dove sarà, prima era qua...

Luca Carboni, La mia città
” 
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 14/09/2010 alle 03:47:52, in Articoli, visitato 3519 volte)
Il 18 luglio 1860, il Consiglio Comunale di Bologna, discusse la proposta avanzata dai consiglieri Marco Minghetti, Gioachino Napoleone Pepoli e Rodolfo Audinot per costituire a Bologna un corpo di polizia municipale. Le guardie statali erano poche, mentre la criminalità era in aumento e vi erano nuove esigenze di controllo sul commercio, sull’edilizia, sul decoro urbano.
Il progetto presentato dai tre illustri consiglieri era definito anche nei particolari: l’organizzazione sul territorio cittadino, la divisa, la dotazione di armi, l’età e le caratteristiche fisiche e morali delle future guardie municipali. Dovevano avere armi, ma non visibili e da usare solo per difesa, la divisa non doveva essere troppo vistosa, l’età non superiore ai 45 anni. Il modello cui si ispiravano i proponenti era quello del “policeman” inglese: infatti, in seguito, i vigili bolognesi furono chiamati in dialetto “pulisman”, italianizzato in pulismani o polismani.
Il territorio di Bologna, secondo il progetto, era stato suddiviso in 80 “isole”, ciascuna formata da un insieme di strade che andavano sorvegliate dalle guardie per 24 ore: poiché l’orario di servizio di ogni guardia era di 8 ore, occorrevano almeno 240 guardie per svolgere il servizio in tutta la città! Il sindaco Luigi Pizzardi si rese conto che le finanze comunali non avrebbero potuto sostenere l’onere finanziario derivante dall’assunzione di una così consistente quantità di personale: tuttavia, l’istituzione del corpo fu approvata dalla Giunta il 20 luglio 1860 ed il 1° novembre le guardie municipali furono presentate al pubblico.
Erano 14, compreso il caporale che li comandava; dopo qualche settimana aumentarono a 29. I loro compiti erano soprattutto di polizia municipale: vigilanza sui regolamenti comunali, sulle norme d’igiene e del commercio, assistenza agli accalappiacani e, in subordine, l’attività per la pubblica sicurezza.
 
 Marco Poli (del 14/09/2010 alle 03:44:07, in Articoli, visitato 2750 volte)
Il 1957 fu l’anno dell’”asiatica”, l’influenza che mise a letto metà dei bolognesi; fu l’anno degli scavi in via Rizzoli per realizzare il sottopassaggio e della vincita dei famosi 5.120.000 a “Lascia o Raddoppia” del prof. Mario Buronzi che rispondeva a domande su Giuseppe Garibaldi.
A Milano, il 27 novembre 1957, in via Regina Giovanna, aprì il primo supermarket italiano, quello con la esse lunga (e infatti poi la catena prese il nome di “Esselunga”) e a Bologna, in via Caprarie aprì il primo “negozio a libero servizio”, ovvero un “supermarket self service” sebbene di dimensioni non paragonabili a quelle degli odierni supermarket. I clienti non trovarono più il classico “bancone” dei negozi tradizionali e nemmeno la commessa che, con un sorriso, chiedeva “come sta signora? E i bambini?”. Ognuno doveva servirsi da solo prendendo i prodotti dagli scaffali e collocandoli in cestino di metallo per poi recarsi alla cassa per pagare il conto.
L’idea venne ad un imprenditore bolognese appartenente ad una vera e propria dinastia di imprenditori che hanno scritto una importante pagina della storia economica della città. Si trattava di Domenico Gentili, discendente di quella famiglia che nel 1856 diede vita alla ditta “Malmusi e Gentili” che alcuni anni dopo avviò l’azienda per produrre candele e detersivi. In seguito aprì un famoso negozio di drogheria in via Cimarie angolo via Orefici che il 9 luglio 1902 fu distrutto da un tragico incendio nel quale persero la vita tre vigili del fuoco. Il negozio partì fra la curiosità di coloro che apprezzarono subito la facilità e la rapidità nelle scelte degli acquisti, e i prezzi migliori; e la perplessità dei consumatori tradizionalisti abituati al negozio “sotto casa”.
L’intuizione di Domenico Gentili fu coraggiosa e portò Bologna fra le quattro città italiane ad avviare questa esperienza “pilota” che cambiò il futuro del commercio.
 
 Marco Poli (del 13/05/2010 alle 09:58:50, in Articoli, visitato 2958 volte)
Il 5 luglio 1433, per la prima volta, la Madonna di San Luca fu portata a Bologna attraverso porta Saragozza: da aprile la città era colpita da piogge continue, tempeste con fulmini che colpirono anche la torre Asinelli, ed il 4 maggio vi erano state anche scosse di terremoto.
Entrata in Bologna la venerata immagine mariana, la pioggia cessò. E iniziò così una tradizione che poi si è sempre ripetuta ogni anno la domenica che precede la festa dell'Ascensione.
Occorre considerare che nei tempi passati la pioggia, troppa o poca, determinava il sorgere delle carestie e quindi la stessa vita di migliaia di persone. Pregare o fare processioni per far cessare o ottenere la pioggia era usanza frequente e un po’ dovunque alcune immagini mariane erano venerate a tal fine.
A Bologna fu denominata Madonna della Pioggia la chiesa che ospitava una immagine mariana alla quale i fedeli attribuirono la miracolosa fine si una lunga siccità avvenuta nel 1516.
Ma a chi venne l’idea di portare a Bologna l’immagine della Madonna di San Luca? Fu di un professore di diritto, Graziolo Accarisi, membro del Consiglio degli Anziani del Comune di Bologna. Questi, durante i suoi viaggi a Firenze aveva saputo dell’usanza di portare in processione la Madonna dell’Impruneta, tavoletta dipinta attribuita a San Luca,  per impetrare la fine delle piogge.
Perciò, conoscendo la venerazione per l’immagine mariana sul colle della Guardia, anch'essa opera di San Luca, propose non di andare a pregare lassù, ma di portarla in processione dentro le mura della città. Il Consiglio approvò l’idea e lo stesso Graziolo Accarisi si occupò di organizzare l’avvenimento incaricando la Compagnia di S. Maria della Morte. Il giurista e i confratelli si recarono al Monte della Guardia per prelevare l’immagine mariana: qui dovettero constatare lo stato di incredibile degrado in cui si trovava la chiesa e l’altare stesso che ospitava il dipinto attribuito dalla tradizione all’evangelista Luca.
Il 4 luglio iniziò la discesa verso Bologna, anch’essa sotto la pioggia battente e la processione dovette far sosta nell’attuale chiesa di S. Giuseppe dei Cappuccini in via Saragozza. Qui si fermarono fino alla mattina successiva quando ripresero il cammino verso Bologna: appena entrati da porta Saragozza, la pioggia cessò fra la meraviglia e la gioia dei fedeli che gridarono al miracolo.
 
 Marco Poli (del 13/05/2010 alle 09:51:42, in Articoli, visitato 3148 volte)
 Il 5 maggio 1860, da Quarto, partirono i Mille di Garibaldi verso la Sicilia. L’11 maggio, dopo due soste, le navi “Piemonte” e “Lombardo” giunsero a Marsala e i 1.089 garibaldini sbarcarono, accolti dalle cannonate della flotta borbonica.
Chi e quanti furono i bolognesi che presero parte alla spedizione? A differenza di altre città che hanno dedicato studi, ricerche, lapidi e monumenti ai propri garibaldini, Bologna non ha prodotto studi degni di tal nome, fatta eccezione per un famoso libro di Alberto Dallolio secondo il quale i bolognesi che salparono da Quarto furono cinque: Ignazio Simoni, Guglielmo Cenni, Paolo Bovi Campeggi, Gaetano Coli, Giuseppe Magistris.
Di questi, tuttavia, l’unico nato a Bologna era Bovi Campeggi, mentre Coli e Magistris nacquero a Budrio, Simoni a Medicina e Cenni a Comacchio (che non è certo in provincia di Bologna!).
È vero che, dopo la partenza dei Mille, migliaia di volontari si imbarcarono per aggregarsi all’esercito di Garibaldi: fra costoro vi furono 200-300 bolognesi i cui nomi restano incredibilmente ignoti. Sappiamo anche con certezza che, a partire dall’8 maggio, si aprirono a Bologna numerose sottoscrizioni per raccogliere denaro a sostegno di Garibaldi: ad esempio, si tenne un’asta di oggetti donati da vari cittadini nel cortile dell’Archiginnasio e furono le donne bolognesi a gestire l’iniziativa.
Vi fu poi una lotteria, una corsa di “sedioli e fantini” alla Montagnola, un saggio di scherma, una raccolta di fondi fra i dipendenti della Manifattura Tabacchi. I Comuni deliberarono somme allo stesso fine, nacquero diversi Comitati al solo scopo di raccogliere fondi. Il Comune di Bologna, nella seduta dell’11 giugno 1860 deliberò la somma di lire 20.000 “per concorso alle spese dell’eroica impresa del generale Garibaldi”.
Insomma, nell’entusiasmo generale e con la speranza di vedere l’Italia unita, vi fu un fervore di iniziative per raccogliere denaro, armi e volontari. Tuttavia, se si scorre con pazienza l’elenco ufficiale di coloro che partirono da Quarto, troviamo altri volontari che, pur non essendo nati a Bologna, vivevano a Bologna o vi si stabilirono: Berardi Giovanni Maria, nato a Brescia nel 1840, residente a Bologna, armaiolo; Bordini Giovanni, nato a Padova nel 1828 residente a Bologna, tenente a riposo del Regio esercito; Damiani Giovanni Maria, nato a Piacenza nel 1832, residente a Bologna, rappresentante l’Agenzia Stefani, Manneschi Augusto, nato a Siena nel 1826, ma residente a Bologna; Milani Angelo nato ad Anguillara nel 1834, residente a Bologna, tenente di fanteria; Scacaglia Ferdinando, nato a Beneceto nel 1823, residente a Bologna, muratore. C’era anche Missori Giuseppe, nato a Bologna nel 1829 ma residente a Milano, possidente.
E coloro che si aggregarono? E quanti di essi lasciarono la vita? Nulla si sa in merito.
In sostanza, Bologna fece la sua parte e con entusiasmo si adoperò per il successo dell’impresa di Garibaldi; in occasione del 150° dell’avvenimento sarebbe auspicabile che si avviasse e si finanziasse qualche ricerca per approfondire il ruolo dei bolognesi e per svelare il loro nome.
Anche per manifestare - con un po’ di ritardo - la riconoscenza della città verso coloro che, con grande coraggio, partirono mossi da un ideale e dalla volontà di essere protagonisti di una svolta storica: l’unità d’Italia.
 
 Marco Poli (del 29/04/2010 alle 01:23:44, in Articoli, visitato 2284 volte)

Oltre a quelle derivanti dal patrimonio immobiliare donato da numerosi fedeli, un’entrata importante sulla quale poterono contare i religiosi di Santo Stefano fu quella che proveniva dall’affitto del forno del pane, costruito nel XV secolo accanto alla chiesa del Crocifisso ed abbattuto solo nel secolo scorso.
Nel 1449, papa Nicolò V, Tommaso Parentuccelli, colui che avviò la costruzione della Basilica di S. Pietro nella forma che oggi possiamo ammirare, concesse il privilegio al forno di Santo Stefano di poter produrre pane bianco che veniva chiamato “pane di ruzzoli”. Erano pagnotte di piccole dimensioni, attaccate l’una all’altra e si vendevano in numero almeno di quattro per volta e non a peso come accadeva per gli altri tipi di pane. Una pianta settecentesca dell’edificio del forno, che sorgeva a sinistra della chiesa del Crocifisso lungo la via S. Stefano, nel luogo ove oggi si trova il giardino che porta al convento dei monaci olivetani, raffigura un luogo di 430 mq.: vi erano quattro forni e vi lavoravano una ventina di addetti alle varie mansioni. Il privilegio era davvero notevole in quanto oltre a concedere a S. Stefano l’esclusiva della vendita del pane bianco, prevedeva anche l’esenzione da tasse e dazi. Dunque, un vero e proprio monopolio che si protrasse fino all’arrivo dei francesi di Napoleone nel giugno del 1796. Non mancarono i tentativi surrettizi di produrre lo stesso pane da parte di altri fornai, al punto che il cardinal legato di Bologna fu costretto più volte ad intervenire con editti per proibire a tutti i fornai operanti nel raggio di “tre miglia dalla città” la produzione del pane di ruzzolo in pregiudizio del forno di S. Stefano che ne tiene privilegio particolare e jus privativo. La pena prevista per i trasgressore fu fissata in scudi 25 d’oro ed altre corporali ad arbitrio nostro. Va precisato che la gestione del forno era attribuita a chi si aggiudicava la gara d’appalto convocata con specifico bando. Il gestore riconosceva un adeguato affitto all’Abbazia di Santo Stefano e poteva condurre il forno per un quinquennio. Il forno di S. Stefano non si limitava a confezionare il “pane di ruzzolo”, ma anche normali pagnotte di maggior peso, crescentine e “brazadelle”, cioè le tipiche ciambelle bolognesi.

 Marco Poli

 
 Marco Poli (del 19/04/2010 alle 18:48:47, in Articoli, visitato 2083 volte)
Ulisse Aldrovandi (11 settembre 1522 - 4 maggio 1605) è certamente uno dei figli migliori della nostra città, un personaggio che, come pochi altri, è stato ed è noto nel mondo intero. Fu un protagonista della cultura scientifica del suo tempo: filosofo e scienziato, fu il primo docente di storia naturale nell’Università di Bologna. Fu anche un grande collezionista, oltre che autore di una “Storia Naturale” nota negli ambienti scientifici non solo italiani. Eppure, per lungo tempo non fu certa la data della morte e pochi sanno dove sia la sua tomba. Del resto in vari testi di storici e biografi si sosteneva che Ulisse Aldrovandi fosse stato sepolto in San Domenico. Altri, invece, hanno affermato che fosse stato sepolto in S. Stefano. Del resto era l’ipotesi più semplice, visto che lo scienziato era nato in via Pepoli all’attuale n.1, a pochi passi dalle Sette Chiese. Tuttavia, per molti, i suoi resti sarebbero conservati nella monumentale tomba che si può vedere nella chiesa del Crocifisso, a sinistra prima dell’accesso alla chiesa del S. Sepolcro. In realtà quella tomba ospita sì i resti degli Aldrovandi, ma quelli del ramo senatorio: il personaggio raffigurato nella tomba, vestito con toga e con un codice fra le mani, è il dottore in legge Nicolò Aldrovandi. Ma Ulisse Aldrovandi non fu sepolto in quella tomba di famiglia, bensì nel Cortile di Pilato dove è ancora visibile la lapide con lo stemma familiare, in basso, fra la cappella di S. Girolamo e l’ingresso alla chiesa della Madonna di Loreto. Ulisse Aldrovandi, come attesta il “libro dei morti” della parrocchia di S. Stefano, ebbe, quindi, sepoltura nel pavimento sottostante il portico dove poi fu collocata la lapide.
 
 Marco Poli (del 01/04/2010 alle 22:28:41, in Articoli, visitato 1489 volte)
Il 31 marzo 1950, in una stanza dell’Ospedale Civile di Molinella, moriva all’età di 83 anni Giuseppe Massarenti, l’uomo che ha creato l’odierna Molinella, che ha “inventato” la lega dei braccianti, che ha dato dignità alle mondine, che è stato tra i fondatori del Partito Socialista, che ha dato vita a molte cooperative che avevano il solo fine della mutualità, cioè di essere al servizio dei soci. Nella sua travagliata esistenza, Massarenti, laureato in Farmacia, subì l’esilio: per 5 anni in Svizzera, per oltre 5 anni a San Marino. Dal 1926 al 1931 patì le sofferenze del confino (Lampedusa, Ustica, Ponza, Agropoli); dal 16 settembre 1937 fu rinchiuso nel manicomio di Santa Maria della Pietà di Roma, dove rimase fino al gennaio 1945. Dopo 27 anni di lontananza, rientrò a Molinella il 14 aprile 1948 accolto dall’affetto della sua gente. Fu Sindaco di Molinella dal 1906 al 1914 e dal 1920 al 1921. Fece costruire scuole, strutture di assistenza, case per lavoratori, distribuì sussidi ai più poveri, fece crescere l’economia del territorio creando opportunità di lavoro, ridusse l’analfabetismo dall’86 al 26%. Massarenti può essere definito un riformista rivoluzionario: fu un riformista che vedeva come nemici i messia rossi - come li chiamava lui - che volevano la rivoluzione e sostenevano che la cooperazione addormenta la coscienza dei lavoratori e ne fiacca lo spirito rivoluzionario; ma fu anche rivoluzionario, in quanto riuscì a mutare radicalmente i rapporti di forze fra ceti sociali, trasformando un paese poverissimo in una città modello e la fame in un ricordo. Nell’ottobre del 1922 Massarenti, con i dirigenti socialisti di Molinella, aderì al PSU di Giacomo Matteotti - assieme ai riformisti Filippo Turati, Claudio Treves e Camillo Prampolini - e nel 1947 aderì alla socialdemocrazia di Giuseppe Saragat. Nel 1948 ad una domanda del giornalista bolognese Angiolo Berti, rispose: «La rivoluzione non ha nulla da dividere con la violenza. L’Italia di fine secolo non era la Russia zarista e chiunque avesse raggiunto il potere con la violenza, ammesso che fosse stato possibile, avrebbe soltanto scatenato una contro-violenza. Sono stato con Turati quando egli diceva che la vera rivoluzione è quella fatta con le riforme. A Molinella ho fatto la rivoluzione così».
 
 Marco Poli (del 21/01/2010 alle 13:21:37, in Articoli, visitato 1725 volte)

 Andrea Costa nacque a Imola il 30 novembre 1851, e nella stessa città morì il 19 gennaio del 1910. Nel 1882 fu eletto in Parlamento, primo deputato socialista della storia italiana. Dopo una fase che lo vide aderire alle teorie anarchiche, passò al socialismo, sostenendo che per migliorare le condizioni dei lavoratori occorreva un lavoro paziente, fatto di iniziative concrete, di “mezzi pratici”, di forme aggregative come il sindacato e le cooperative. Da qui nacque il suo rapporto privilegiato – e contraccambiato- con gli uomini che nelle nostre terre furono gli apostoli della cooperazione: Giuseppe Massarenti, Nullo Baldini, Camillo Prampolini.

In Parlamento operò costantemente per valorizzare il ruolo delle cooperative e la loro attività. Non a caso, Andrea Costa fu l’unico parlamentare a cui faceva riferimento Giuseppe Massarenti che aveva iniziato la sua attività a sostegno dei braccianti sfruttati, delle mondine e dei disoccupati facendo volantinaggio elettorale proprio a favore di Andrea Costa, il quale fu poi rieletto anche nel collegio di Budrio. I suoi rapporti con Bologna furono frequenti: studiò nell’Ateneo bolognese laureandosi in Lettere, qui prese parte al moto rivoluzionario organizzato dall’anarchico Bakunin nel 1874. Arrestato fu processato ed assolto anche in virtù dell’intervento a suo favore di Giosuè Carducci. Fu a Bologna in altre circostanze, come ad esempio, dopo l’elezione ottenuta alle politiche del 21 marzo 1897: Costa festeggiò con una cena al ristorante Semprini di Bologna, tradizionale ritrovo di socialisti, democratici, liberali e intellettuali come Severino Ferrari, Olindo Guerrini, Ugo Lenzi, Bartolo Nigrisoli, Ezzelino Magli, Francesco Zanardi e altri ancora. Assieme a lui vi erano numerosi compagni fra cui Giuseppe Massarenti. In seguito, ricordando la frequentazione e la collaborazione costante con Costa, Massarenti ebbe a dire: “Il benessere economico e morale che la cooperazione genera dal suo seno non può essere ritenuto un danno o un difetto per la causa del socialismo, come ritengono alcuni miopi compagni nostri della tendenza intransigente-rivoluzionaria. Ma il benessere si raggiunge solo con l’aumento della produzione della ricchezza […] distribuendola tra i propri affiliati. Questo deve essere il compito della cooperazione. Ma la cooperazione da sola non può essere in grado di risolvere la questione sociale: occorre anche conquistare i pubblici poteri, dai Comuni allo Stato, tutti i gangli della società borghese, i mezzi di produzione e di scambio […]. Questo fu l’insegnamento che Andrea Costa ci lasciò”.

Nel 1909 Andrea Costa divenne vicepresidente della Camera dei Deputati. L’anno dopo, il 19 gennaio, in ospedale, a Imola, morì a nemmeno 60 anni. Lo sgomento fu grande e la commozione pervase tutti i socialisti e non solo. Agli imponenti funerali, fra la folla commossa, vi era anche Massarenti con una folta delegazione di risaiole.

 
 Marco Poli (del 20/01/2010 alle 15:47:29, in Articoli, visitato 1929 volte)
I monasteri femminili a Bologna, dal ‘200 fino alla fine del ‘700, furono in numero sempre maggiore rispetto a quelli maschili. Nel ‘200 erano ventisei, e quando giunse Napoleone a Bologna erano 41, di cui 13 di terziarie, ed ospitavano quasi 2600 monache. I monasteri femminili e i beni immobiliari di loro proprietà occupavano un’area pari ad un sesto della superficie urbana.
Quella delle monache era una presenza silenziosa, quasi una non presenza: esse non uscivano dal monastero, come facevano i frati, per raccogliere offerte o per predicare, e ciò le rendeva “invisibili”, e spesso indigenti fino alla sofferenza.
Con le soppressioni napoleoniche e con quelle successive del Regno d’Italia del 1866, la gran parte dei monasteri femminili è scomparsa, spesso senza lasciare nemmeno le tracce della loro esistenza. Ad esempio, dove ore sorge il Mercato Coperto di via Ugo Bassi vi era il monastero di S. Gervasio e Protasio; il monastero di San Lorenzo, all’angolo fra via Castellata e via Castiglione, è ora un elegante edificio di abitazioni civili; il monastero di Santa Maria Nuova fu distrutto per costruire in quell’area la Manifattura Tabacchi di via Riva Reno; al posto del monastero dei Ss. Filippo e Giacomo, in via Lame, sorge un grande edificio che ha ospitato albergo e banca; il monastero di S. Maria Maddalena sorgeva fra via Galliera e via Indipendenza dove poi fu costruita l’Arena del Sole; il monastero della SS. Trinità, fra via S. Stefano e via Orfeo, non c’è più: ora è sorto un elegante albergo che si chiama “Il Convento dei fiori di seta”, un omaggio alle monache gesuate che lì vissero e che, per poter contare su qualche entrata, realizzavano fiori di seta di ottima fattura.
 
 Marco Poli (del 10/12/2009 alle 14:44:54, in Articoli, visitato 1783 volte)
Oggi, la basilica di Santo Stefano è il complesso architettonico ed artistico più visitato dai turisti. Il fascino delle “sette chiese”, incastonate in un magnifico panorama architettonico che racchiude la piazza, è indiscusso e gareggia solo con piazza Maggiore. Può sorprendere, ma questo fascino che attrae centinaia di migliaia di persone ogni anno è un fatto relativamente recente. Le testimonianze di viaggiatori stranieri che dal XVI secolo al XIX secolo passarono da Bologna e la visitarono, raramente si soffermano su S. Stefano e, a volte, la ignorano. Le mete privilegiate erano S. Petronio, S. Domenico, il Collegio di Spagna, i palazzi privati, S. Salvatore, i Servi, S. Giacomo, il monastero della Santa Nera (S. Caterina), S. Giovanni in Monte dove era esposto il dipinto di Raffaello (Estasi di S. Cecilia). Nel 1536 parla di S. Stefano Johann Fichard, tedesco e dottore in legge: dice che “davanti ad un certo sepolcro, che è coperto da una grata di ferro, vicino all’altare, due gradini sono così logori dalle ginocchia dei devoti, da raggiungere la profondità di un mio piede. La cosa è veramente meravigliosa”; senza, tuttavia, esprimere altri apprezzamenti per la chiesa. S. Stefano è segnalata anche dal tedesco Franz Schott in un suo scritto del 1600 nel quale afferma, di sfuggita, che la chiesa era sorta in luogo di un “tempio dedicato a Iside e Serapide”; suo fratello Andreas Shott definisce “sontuosissima” la chiesa di S. Stefano sottolineando la presenza di “infinite sacre reliquie”; Johann Heinrich a Pflaumern, autore di una guida all’Italia, si limita all’espressione “tempio antichissimo”; lo studioso francese Jean Mabillon, nel 1686, dedicò una particolare attenzione solo al “famoso catino di pietra che i re Liutprando e Ildebrando fecero fare per la Sacra Cena”. All’inizio del Settecento, il francese Anton Augustin Bruzen de la Martinière, nella sua ponderosa guida, cita S. Stefano solo per la presenza di importanti reliquie che attirano “gran concorso di popolo”. Del resto, il complesso stefaniano era ben diverso da quello che oggi possiamo ammirare: sommerso da altre costruzioni affastellate, privo di una vera e propria facciata a causa di altri edifici che la affiancavano, con arbitrarie aggiunte e modificazioni all’interno avvenute nel corso dei secoli, aveva perso il fascino attrattivo e le connotazioni architettoniche delle origini. Furono i lavori di restauro voluti da Giovanni Gozzadini e condotti dal 1870 al 1930, oltre a quelli successivi, a restituire a S. Stefano il sapore delle origini e le caratteristiche di unicità rispetto alle altre belle chiese di Bologna. Ora il complesso di S. Stefano, gestito con amore dagli olivetani, ha recuperato ruolo, immagine e capacità magnetica verso i turisti e verso i bolognesi: tutelarlo è un dovere della città e ciascuno di noi deve sentirsi coinvolto.
 
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