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 Il sito web... di Marco Poli
 
una città senza pietà, la mia città,
ma com’è bella la mattina,
quando si sveglia, quando si accende...
e com’è dolce certe sere...
...
dove sarà, prima era qua...

Luca Carboni, La mia città
” 
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

 Marco Poli (del 27/02/2015 alle 13:17:33, in Articolo, visitato 1799 volte)
Il primo orologio pubblico fu collocato sulla torre del Capitano del Popolo (piazza Re Enzo) il 18 maggio 1356. Fu un’iniziativa di Giovanni da Oleggio che governava la città per conto dei Visconti di Milano.
Non fu certo un atto di generosità visto che a tutti i cittadini al di sopra dei 20 anni fu chiesto un consistente contributo.
Non sappiamo, però, che tipo di orologio fosse e quando cessò di funzionare. È certo, però, che da 564 anni l’orologio della torre degli Accursio nel palazzo Comunale scandisce il tempo della giornata dei bolognesi.
Il Comune di Bologna, il 17 dicembre 1444, affidò a due orefici, Giovanni di Evangelista da Piacenza e Bartolomeo di Gnudolo, la costruzione di un orologio pubblico da collocare in cima alla torre degli Accursio, decidendo pure di elevare la stessa torre di 25 piedi (circa 10 metri). Un orologio che “mostri il tempo delle ore e le ore del giorno e della notte ordinatamente”.
A far da cornice si dipinsero i quattro evangelisti e due angeli. Al di sopra un angelo in terracotta e accanto la statua della Madonna col Bambino.
La novità spettacolare fu quella di costruire un “corridoio lavorato in pietra” sul quale doveva scorrere un angelo che suona la tromba e i Magi, tutti scolpiti in legno, che “passino davanti alla Beata Vergine e rientrino nella torre per una porticella”.
Appena scomparso il carosello, l’orologio batteva l’ora. Queste figure scolpite in legno e policrome, chiamate “automi”, eseguivano anche dei movimenti.
Immaginiamo lo stupore dei cittadini quando, il 26 ottobre 1451, iniziò a funzionare l’orologio pubblico della torre di palazzo d'Accursio: un vero e proprio spettacolo che proseguì fino al 1796 quando i francesi lo eliminarono.
Ciò che restava degli automi fu ritrovato da Alfonso Rubbiani in un solaio dell’Archiginnasio: ora sono visibili a tutti presso le Collezioni Comunali d’Arte nel palazzo Comunale.
 
 Marco Poli (del 27/02/2015 alle 13:12:16, in Articolo, visitato 1310 volte)
Il boom dell’industria e del commercio nel corso dell’800 indusse diverse città ad organizzare delle Esposizioni Nazionali o Internazionali al fine di promuovere i nuovi prodotti dell’industria. Anche Bologna, nel 1888, organizzò una grande Esposizione ricorrendo, per attirare più visitatori, alla celebrazione degli 800 anni della fondazione dell’Università. Qualche anno prima si erano riuniti alcuni intellettuali della città con Giosuè Carducci come figura più rappresentativa e nel riconoscere l’opportunità che anche Bologna organizzasse una sua Esposizione, convennero sulla data di fondazione dell’Ateneo stabilita nell’anno 1088. Data l’autorevolezza dei personaggi nessuno si chese come mai non fossero stati celebrati i centenari precedenti… L’Expo fu inaugurata il 6 maggio 1888 alla presenza dei Reali e del Presidente del Consiglio Francesco Crispi, e si chiuse l’11 novembre. Bologna era una città prevalentemente agricola; solo da pochi anni l’industria aveva fatto il suo ingresso nel contesto cittadino con le eccellenze delle aziende Calzoni e Majani e dei salumifici (fu esposta una mortadella da 150 kg.): dunque, fu un’expo agricola-industriale a carattere regionale con iniziative culturali quali una mostra d’arte affidata a Enrico Panzacchi e una di musica affidata a Arrigo Boito. Per l’occasione furono allestite una funicolare e una tranvia a vapore per collegare i due luoghi prescelti come padiglioni dell’expo: i Giardini Margherita e S. Michele in Bosco. Nella circostanza fu collocata la statua di Vittorio Emanuele nella piazza Maggiore che da quel momento si chiamò piazza Vittorio Emanuele. Inoltre fu rifatta la facciata dell’Arena del Sole, inaugurata la statua di Ugo Bassi, rimossa la cancellata attorno al Nettuno. Le presenze all’expo bolognese furono 500.000: tante, ma non sufficienti a rientrare delle spese sostenute. Ma il successo d’immagine fu raggiunto.
 
 Marco Poli (del 03/11/2014 alle 23:23:05, in Articolo, visitato 3460 volte)
Ad alcuni piace, ad altri no. Quando, nel luglio 2001, fu collocata in via della Grada - angolo via S. Felice - in un fazzoletto di verde, la statua dedicata alla lavandaia fece discutere. E continua a dividere fra chi apprezza e chi denigra. All’epoca, i giornali riferirono le critiche a questa statua che raffigura una donna nuda china per lavare i panni dentro ad un catino. Un sito politicizzato scrisse: “rappresenta un'idea di lavandaia ben diversa da quella rimasta nell'immaginario di chi le lavandaie le ha conosciute. È disonorevole per le donne e per la categoria dei lavoratori; è un inno al capitalismo e non alle lavandaie”. Nientemeno! “L’Unità”, a sua volta, si scandalizzò: “La bella figura della lavandaia «sporcata» da un brutto monumento. Un esercente della strada propone di farla rimuovere da Seabo”. E per SEABO si intendeva l’azienda dei rifiuti. Un altro sito colloca la scultura nella classifica dei monumenti più brutti del mondo. Vi fu anche una raccolta di firme per chiederne la rimozione. Torna alla mente la foglia pudica collocata al Nettuno nel 1728. Ma chi fu lo scultore e come nacque l’idea? In vista delle manifestazioni del 2000 per “Bologna Città Europea della Cultura”, fu indetto un concorso per selezionare iniziative da realizzare con fondi della comunità europea. L’Associazione Donne d’Arte (ADDA) vide approvato il proprio progetto che prevedeva la realizzazione di quattro sculture: alla Salara, alla Mercanzia, a porta Zamboni e in via della Grada. Alcune, vittime di atti vandalici, furono rimosse: è rimasta quella di via della Grada, cioè la statua dedicata alla lavandaia, collocata con parere favorevole della Commissione Qualità Urbana del Comune (23.1.2001). L’autrice è l’architetto Saura Sermenghi che mai avrebbe immaginato queste reazioni.
Tuttavia, piaccia o non piaccia, la statua della lavandaia è diventata una delle più famose di Bologna.
 
 Marco Poli (del 07/01/2012 alle 10:16:20, in Articolo, visitato 1861 volte)
Angelo Rambaldi, medico bolognese nato nella prima metà del Seicento, nel 1691 pubblicò, presso lo stampatore Longhi, un libretto di 70 pagine dal titolo “Ambrosia arabica, ovvero della salutare bevanda cafè”. Di Rambaldi, del quale non si hanno particolari notizie biografiche, sappiamo che intraprese dei viaggi in Africa, che era sposato, che era medico e che considerava il caffè una bevanda quasi miracolosa per i benefici effetti sulla salute. E queste sue convinzioni volle trasferirle nel libro che pubblicò nel 1691.
Per sostenere le sue tesi si avvalse di testimonianze di viaggiatori, come quello che gli narrò che l’abate di un convento nello Yemen fece bere il decotto di caffè ai monaci con l’effetto che essi “stettero desti tutta la notte e pronti ad assistere a tutti i divini uffizi”.
Tuttavia, ben altri - secondo Rambaldi - erano gli effetti benefici del caffè, specialmente se bevuto caldissimo: “corroborava lo stomaco, asciugava le catarratte, preservava dai calcoli e dalla podagra, raffrenava gli isterici e sollevava gli idropici, apriva copiosamente le urine e le purghe alle donne, aiutava le gravide, preservava dalle febbri”, e faceva dimagrire. Sostenne anche che “bevuto caldo, imbianca i denti”.
Angelo Rambaldi, che quando scrisse il libro disse di essere “più che settuagenario”, affermò di bere caffè da 36 anni con piena soddisfazione e di aver sentito il bisogno di spiegare non solo le virtù della “ambrosia arabica”, ma anche le tecniche per la torrefazione e per la preparazione della bevanda.
Una delle tesi che confutò con forza fu l’affermazione che il caffè “smorzi i sensi di Venere”: scrisse che, anzi, era un potente afrodisiaco e che egli stesso ne era testimonianza vivente poiché “con la prima moglie son sempre stato fecondo e con la seconda, dopo gli anni settanta di mia vita, ho già avuti due figli maschi e fra quattro mesi aspetto il terzo”.
 
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