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 Il sito web... di Marco Poli
 
gli ho detto che nel centro di Bologna
non si perde neanche un bambino...

Lucio Dalla, Disperato erotico stomp
” 
 
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Perché mai, ancora oggi, c’è chi ritiene che incontrare una donna (o parlare al telefono con una donna) il primo giorno dell’anno “porta male” ed è di cattivo auspicio per l’anno che va ad iniziare?
Si tratta di una delle tante tradizioni popolari, non solo bolognesi, che hanno lontane e profonde radici. E come tutte le tradizioni, anche questa ha spiegazioni non certe, non documentate, ma probabili e verisimili.
L’attesa del nuovo anno è sempre stata legata alle speranze di una vita migliore: più fortuna, più ricchezza, buona salute. Ma per le donne non sposate, in passato, quella del matrimonio non era solo una speranza, ma una vera e propria ragione di vita, il raggiungimento di uno “status” sociale.
Un tempo il matrimonio non era solo la felice conclusione di una storia d’amore: fra i requisiti per trovare marito vi era anche quello di avere la dote, senza la quale si rischiava di rimanere zitelle. Dunque, occorreva anche una dose di fortuna.
Perciò, se a Capodanno la prima persona che bussava alla porta o si incontrava per strada era un uomo, ciò era di buon auspicio per trovare marito. Se poi si incontrava una persona con la gobba (anche donna), era il massimo della fortuna. Al contrario, incontrare una donna, portava male; così come portava ancor peggio imbattersi in un prete.
Da questa tradizione ne derivò un’altra, ormai scomparsa da circa mezzo secolo: quella dei bambini maschi che il primo gennaio suonavano alla porta di casa per fare gli auguri. Ad essi si dava una moneta o un piccolo regalo (dolciumi, caramelle...). Ma anche questa usanza si ricollegava a quella originaria: infatti erano bambini e non bambine a presentarsi alla porta di casa per Capodanno!
 
Chi ha più di 30 anni non può non ricordare la birreria ristorante Lamma, in via de’ Giudei 4, ed averne nostalgia. Pochi sanno, però, la storia di quel locale. Fu inizialmente (fine ‘200) della famiglia dei Garisendi, quelli della torre; poi passò a Romeo Pepoli, futuro Signore di Bologna.
Dal ‘600 in poi l’immobile fu utilizzato da confraternite: prima vi si stabilì un gruppo di vedove che non intendeva né risposarsi, né monacarsi, ma solo pregare; poi fu la volta di una confraternita maschile che svolgeva assistenza ai malati e ai carcerati.
Lì costruirono, proprio dove poi fu aperta la sala da pranzo del ristorante Lamma, la piccola chiesa di S. Gabriele.
In epoca napoleonica, la chiesa fu trasformata in teatro da Filippo Coralli che vi presentò spettacoli “da eseguirsi con automi”, cioè con marionette.
Nel 1834 Giuseppe Lamma acquistò l’immobile per impiantarvi una fabbrica di birra: poi, oltre a vendere birra, servì il caffè e infine allestì una trattoria. Alla sua morte, l’attività fu proseguita dai figli che, nel 1883, cessarono la produzione di birra mantenendo solo quella di trattoria.
Quando i Lamma cedettero l’attività negli anni Venti del XX secolo, subentrò una società di Venezia che proseguì l’attività fino alla lacrimata chiusura.
 
Il 1904 fu l’anno in cui Bologna vide all’opera il primo tram elettrico che sostituì il servizio di trasporto pubblico svolto dai tram a cavalli.
La società che ebbe in gestione il servizio era belga (“Les tramways de Bologne”): molti dipendenti della società che gestiva il tram a cavalli vennero assunti dalla società belga e addestrati alla guida del nuovo tram; a rimetterci furono solo i cavalli che per lo più finirono in macelleria.
L’11 febbraio 1904, finalmente, si effettuò la prima corsa, con servizio a pagamento, sulla linea Indipendenza - Stazione - Zucca: nove carrozze elettriche che partivano ogni 10 minuti.
Il primo scontro frontale fra due tram avvenne il 4 marzo 1915 sulla linea San Ruffillo: l’incidente accadde in via Toscana, di fronte al Mazzacorati e fu causato dall’errato azionamento dello scambio da parte di un manovratore.
Nonostante la frenata i due tram si scontrarono: vetture danneggiate, vetri in frantumi, tanta paura, qualche ammaccatura di poco conto fra i passeggeri.
Chi protestò fu un contadino che aveva con sé un paniere pieno di uova fresche. Non se ne salvò nemmeno una. Intervenne l’assicurazione che rifuse il danno al contadino: la frittata di uova fu valutata 14 lire, che l’assicurazione pagò senza batter ciglio.
 
Nel 1890 il Comune di Bologna affidò ad un privato il servizio di raccolta dei rifiuti, di pulizia delle strade e dei portici e di annaffiamento delle strade.
I rifiuti raccolti venivano ammassati provvisoriamente in cortili di edifici privati, presi in affitto ad hoc dall’appaltatore: i cortili erano in via Frassinago, via Torleone, via Santa Croce e via del Borgo.
Passate 24 ore, giungevano dei carri per raccogliere i rifiuti e scaricarli poi su un terreno fuori porta di proprietà dell’appaltatore. I rifiuti “umidi” venivano “riciclati” in quanto venduti come concime agli agricoltori.
Nel 1909 il Comune cambiò la ditta appaltatrice e l’incarico passò alla ditta Zamboni: il servizio fu simile al precedente salvo il fatto che ai cortili privati furono sostituite, come stazioni di scarico temporaneo, tre aree fuori porta e come discarica un terreno fuori porta Zamboni, l’ex “lunetta Alvisi”.
In questa fase, gli accresciuti costi di trasporto dei rifiuti in campagna e la comparsa dei concimi chimici frenò il riciclo agricolo dei rifiuti.
Fu così che il Comune deliberò una sperimentazione: incenerirli con un forno predisposto da una ditta tedesca.
Il forno fu costruito in via Vezza, ma dopo pochi mesi si rivelò un fallimento.
 
 Marco Poli (del 16/01/2008 alle 10:02:12, in Cose d'altri tempi - Rubrica del Resto del Carlino, visitato 1706 volte)
Per molti bolognesi, fino a poche settimane fa la parola “monnezza” evocava l’ispettore Nico Giraldi, interpretato dall’attore cubano Tomas Milian in una serie di film d’azione che ebbero un certo successo; infatti, da noi, la parola che si usa per identificare i rifiuti è “rusco”. La memoria dei bolognesi di oggi non conserva alcuna immagine che possa paragonarsi nemmeno lontanamente a quelle napoletane che abbiamo visto in questi giorni. Bisogna andare indietro nel tempo quando il “Carlino” del 10-11 maggio 1907 scriveva: “Ancora ventiquattr’ore di lordura simile e avremo a Bologna la pestilenza”. Era accaduto che il “Corpo degli spazzini”, già organizzati in sindacato, era entrato in sciopero per ottenere un aumento di stipendio, fermo dal 1904, da lire 1,70 a lire 2 al giorno. Lo sciopero di alcuni giorni aveva ridotto la città “in condizioni antigieniche e indecorose” e “alcune strade si erano trasformate in veri immondezzai”. Infatti, la popolazione, lasciava – come si usava – i rifiuti (“scoviglie”) accanto ai pilastri dei portici da dove gli spazzini poi li prelevavano. Qualche anno dopo gli spazzini furono tutti licenziati ed il servizio fu appaltato ad un privato.
 
 Marco Poli (del 06/01/2008 alle 11:15:02, in Cose d'altri tempi - Rubrica del Resto del Carlino, visitato 3395 volte)
Negli anni ’30 del secolo scorso a Bologna iniziò la consuetudine di fare un dono ai vigili urbani in occasione del Capodanno, usanza che fu chiamata “Befana del Vigile”. L’iniziativa fu “inventata” dal “Reale Automobile Club d’Italia”, che in dicembre inviava ai propri soci una lettera invitandoli ad aderire alla “simpatica iniziativa” a favore dei vigili urbani che “ogni giorno, con abnegazione e cortesia, assolvono il delicato compito di regolamento del traffico stradale, ufficio alle volte ingrato e sempre faticoso”.
Fin dalla vigilia di Natale, i cittadini portavano i doni, come espressione di “riconoscenza e di plauso”, attorno alla pedana sulla quale i vigili dirigevano il traffico negli incroci o “crocicchi”.
L’iniziativa della “Befana del Vigile” si protrasse fino agli anni ’70. Poi improvvisamente scomparve.
Viene da chiedersi: come mai la Befana ha smesso di occuparsi dei vigili urbani?
Ha deciso che non lo meritano e piuttosto che portare carbone si è eclissata?
Oppure non vedendoli ai “crocicchi” e nemmeno altrove, pensa che siano scomparsi?
C’è una caduta di considerazione della gente verso i vigili urbani?
O è il cambiamento di costume che fa ritenere gesti di questo tipo anacronistici e superflui?
A voi la risposta.
 

Gli oltre 2000 pescatori che operano nei circa 60 stagni della Sardegna sono molto preoccupati per la presenza di almeno 15.000 cormorani che ogni giorno si nutrono di 15 tonnellate di pesce. Stanno decidendo di eliminare un bel po’ di quei volatili, altrimenti tutto il pesce se lo mangiano loro e non la gente nei ristoranti. E i pescatori rimarrebbero senza lavoro e a stomaco vuoto.
Una simile logica, cioè la scelta delle “bocche da sfamare”, indusse, negli anni di carestia, gli amministratori a disporre la cacciata di "vagabondi, birbanti, pitocchi ed elemosinieri forestieri" allo scopo di diminuire le bocche da sfamare con tutto vantaggio dei poveri bolognesi; inoltre, in tempi di carestia aumentavano i delitti contro le persone ed il patrimonio: addirittura "vengon levati alle persone i cappelli, i mantelli, le parrucche"! L’ultimo bando contro oziosi, vagabondi e questuanti fu firmato il 18 maggio 1796 dal cardinale Ippolito Vincenti Mareri: in esso si ordinava, per contrastare la presenza di esteri "consumatori di vitto" a scapito dei cittadini di Bologna, che "tutti i forestieri i quali non abbiano abitazione fissa e non siano addetti a qualche mestiere debbano lasciare la città entro due giorni".

 

Dal 24 ottobre 1917 fino ai primi giorni di novembre le truppe austriache sfondarono le linee di difesa dell’esercito italiano che si ritirò (Caporetto) sul Piave, che divenne la nuova linea del fronte di guerra.
Le conseguenze furono tragiche: 40.000 fra morti o feriti, 280.000 soldati italiani prigionieri degli austriaci e 350.000 persone costrette ad abbandonano la loro terra per fuggire verso città più sicure.
L’8 novembre il generale Cadorna fu sostituito dal generale Diaz.
Alla fine del 1917 i profughi friulani che giunsero a Bologna furono circa 15.000. La città li accolse con calore e con piena solidarietà, anche se le difficoltà furono enormi.
I primi profughi giunsero il primo novembre e furono accolti alla Stazione da volontari che diedero loro la prima assistenza.
Nei primi tre giorni di novembre ne giunsero 2000 e a tutti fu offerto cibo e una sistemazione temporanea al “Collegio Venturoli” in via Centotrecento, all’Istituto Salesiani fuori porta Galliera ed in altri luoghi improvvisati.
Il 4 novembre, il “Resto del Carlino” aprì una sottoscrizione ed il teatro Comunale destinò l’incasso ed un contributo straordinario.
Il Comune e la cittadinanza fecero di tutto per alleviare la tragedia di queste persone.

 
 Marco Poli (del 28/10/2007 alle 14:22:14, in Cose d'altri tempi - Rubrica del Resto del Carlino, visitato 2233 volte)

Il 24 aprile 1985, a venti giorni dalle elezioni amministrative, la Giunta Comunale di Bologna presentò il progetto di “metropolitana leggera”; furono individuati i consulenti e gli esperti per approntare il progetto esecutivo.
Il 30 gennaio 1987 l’assessore al traffico annunciò che nel 1989 sarebbero iniziati i lavori per la realizzazione della metropolitana. Infatti, il 17 aprile 1989 fu presentato in Consiglio Comunale, il progetto di due linee di metrò il cui costo previsto era di 713 miliardi di lire: la delibera fu approvata quasi all’unanimità. Ma non vi fu seguito.
Nel 1992 apparve un nuovo progetto, ma di metropolitana “leggera”: si trattava di un progetto, predisposto da ATC, di tre reti tramviarie per complessivi 60 km, che il 27 aprile il Consiglio Comunale approvò all’unanimità. Anche in questo caso non vi fu seguito significativo.
Nel 2002 fu approntato un nuovo progetto di metropolitana: il Ministero delle Infrastrutture approvò il progetto della prima tratta per una spesa prevista di 70 milioni di euro.
L’anno successivo, il 18 novembre 2003, il Consiglio Comunale approvò il finanziamento anche di una metropolitana leggera, cioè una moderna tramvia.
In questi giorni sono stati avviati i cantieri per il CIVIS. A San Lazzaro di Savena.

 
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